Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10), "Sei dove sussulta il cuore" (nuovo romanzo, settembre 2017).

sabato 5 gennaio 2013

"Norwegian Wood" di Haruki Murakami: le mie impressioni.

ATTENZIONE: avviso i lettori che nella parte in basso che ho evidenziato con il colore GIALLO c'è dello SPOILER. Quindi se non volete anticipazioni sulla trama, non dovreste leggere quel pezzo. ^^
[Ma se siete come me, quel pezzo è la prima cosa che leggerete! :P]

Norwegian Wood è stato uno dei libri che mi hanno appassionato di più. 
Posso amare un libro nei modi davvero più disparati. Un libro mi può appassionare per metà, mi può piacere, può rappresentare semplicemente una buona compagnia, posso apprezzare un libro in diverse sfaccettature. I libri che mi appassionano completamente sono libri che mi rimangono dentro, sono libri con cui l'appuntamento la sera è sacro e non me lo perderei per nessuna ragione al mondo, neanche se sono stanca, neanche se rientro tardi da un festeggiamento, sono libri che leggo tutto d'un fiato, e quando mi appassionano completamente me ne accorgo subito perché mi immergo talmente tanto nelle pagine che a un certo punto mi dimentico seriamente del mondo circostante. I rumori scompaiono del tutto, la mia mente si concentra solo e soltanto sulle parole. Quando un libro mi appassiona così resto spontaneamente attenta a ogni minimo termine, a ogni minimo accostamento di parole, non me ne perdo una sola (è capitato, invece, in altri libri che ho trovato meno interessanti di lasciarmi sfuggire qualche... rigo di troppo), non salto righi e sto anzi patologicamente attenta a non perdermi una sola virgola. Sono libri che "divoro" con gli occhi e con la mente.
Questo amore totale non è successo troppo spesso. Mi succede con Baricco perché amo il suo modo di scrivere, mi è successo con la Kinsella perché adoro le sue storie leggere e sorridenti, mi è successo con casi singoli di autori che non conosco bene, come con "Baci da Malibu" di Marian Keyes e "Cioccolata per due" di Lolly Winston, e mi è successo con "Norwegian Wood". 
A essere sincera, è ancora l'unico libro che ho letto di Murakami. Sono stata per molto tempo a imbattermi in questo scrittore giapponese, trovando splendide citazioni dai suoi libri di qua e di là, tanto che alla fine non ho resistito e ho dovuto acquistare un suo libro. Non ero a conoscenza che le sue storie fossero più che altro oniriche e surreali - pare sia per queste storie che egli in realtà sia diventato famoso - e io non amo particolarmente le storie "non vere", irreali, a me piace toccare con mano la realtà nei libri, adoro le storie vere, quelle nelle quali posso ritrovare la mia esperienza, quelle nelle quali posso respirare verità e posso rispecchiarmi io stessa. Il primo libro di Murakami a essermi capitato fra le mani è stato proprio "Norwegian Wood", che di surreale non ha praticamente niente, e pare anzi che sia l'unico libro "realista" che egli abbia scritto. L'ho apprezzato talmente tanto che ho paura di leggere gli altri suoi libri e scoprire che non mi piace più. Ma acquisterò presto qualcun altro dei suoi romanzi, ho già adocchiato "Kafka sulla spiaggia" e "Nel segno della pecora" e spero di non restare delusa.
Ma torniamo a "Norwegian Wood".
L'ho letto con quella mania patologica di non lasciarmi sfuggire neppure una parola. Ho amato il linguaggio di Murakami (si dice che il suo linguaggio non si smentisca in nessuno dei romanzi, quindi almeno su questo non dovrei temere), quell'accostamento vincente di parole ed espressioni che hanno reso prezioso tutto il testo, quell'abilità descrittiva non comune a tutti, che mi ha permesso di vivere e percepire il Giappone, di sentire gli odori e vedere i colori e i paesaggi. E la psicologia dei personaggi, descritta talmente minuziosamente che mi è sembrato di conoscerli.
Poi c'è la storia di fondo, la storia di un romanzo prettamente di formazione, dal momento che tutti personaggi sono degli adolescenti, e non solo degli adolescenti, ma anche ragazzi a loro modo disadattati, che cercano ciascuno di loro la propria strada e non sanno in che modo affermarsi nella società ma soprattutto nella loro stessa vita. Mi è parsa una storia talmente vera nel modo di scrivere che l'ho amata moltissimo. Ma, al contempo, questo mio amore spropositato è macchiato da un pizzico di delusione, o di disillusione. Non basta questo a farmi cambiare idea sul libro, ma c'è stato qualcosa che mi ha "urtato" nello sviluppo della vicenda, qualcosa che forse avrei voluto si evolvesse in maniera diversa o che si potesse evitare. Non ho trovato parecchie situazioni assurde, qualcuno ha scritto da qualche parte di aver trovato strano il personaggio di Nagasawa per esempio, io invece non vedo perché mai. 
I personaggi sono abbastanza presi dal sesso, questo è anche comprensibile se si considera la loro età adolescenziale, e quindi va benissimo così, però c'è stato un caso in particolare in cui il sesso si sarebbe potuto assolutamente evitare (ATTENZIONE: da qui in poi spoiler a tutto spiano!): Toru lo fa anche con Reiko alla fine????? No, questo non l'ho potuto proprio digerire. Non sono una bacchettona, ci mancherebbe, però... no, con Reiko proprio no. Questa piccola trasgressione a mio modesto parere ingiustificata ha macchiato un po' la purezza della storia. 
Infine, perché così tanti suicidi? In una nota conclusiva Murakami scrive di aver dedicato questo racconto a tutti gli amici che ha perduto (e a quelli che restano). Ne ha perduti così tanti? Tutti di suicidio? Il suicidio è una triste verità fin troppo diffusa, lo so, ma quanti suicidi si accumulano nella vita di una sola persona? (In Giappone forse è diverso? Non lo so sinceramente.) Io fortunatamente finora non ne ho vissuti in prima persona, ma Toru - il protagonista della storia - ne vive fin troppi e nel giro di pochi anni. La morte sembra essere un triste alone che avvolge l'intera storia, la sentiamo vagare fra le righe, come se stesse arrivando da un momento all'altro. E infatti arriva spesso e volentieri. Alla fine, quando la storia inizia a ruotare quasi prevalentemente fra le due principali figure femminili, Midori e Naoko, mi sono perfino ritrovata a sfidare me stessa: chi si suiciderà stavolta?? Midori o Naoko? E infatti una delle due si suicida. Pensavo che Murakami avrebbe fatto guarire Naoko e suicidare Midori, che invece fra le due era la più carica, la più vivace, quella da cui il lettore si aspettava di meno un gesto del genere (ma neanche tanto, per dire il vero; io ho sospettato anche di lei sin dai primi incontri), invece è almeno stato coerente e a suicidarsi fra le due è Naoko, che soffre di malattia mentale e lo sappiamo sin dall'inizio del romanzo. 
Ma ci sono troppe persone che muoiono in questa storia, ecco. A parte i tre suicidi, a un certo punto muore anche il padre di Midori, a causa dello stesso tumore al cervello che aveva ucciso la madre due anni prima. 
Quello che mi è dispiaciuto in questa storia, appunto, è stata proprio la presenza possente della morte. Sono così tanto disadattati i giovani adolescenti? Talmente tanto da cercare inevitabilmente la morte? Davvero non c'è altra via di uscita? La morte era presente in ogni momento, anche se non esplicitamente, anche se non era neppure citata, la morte vagava silenziosamente per tutta la narrazione. 
Ma, ripeto, non è per questo che la storia perde la sua bellezza. Murakami ha un modo magico di scrivere. Questo lo è per me, ovviamente. Ho imparato seriamente che i gusti e il modo di apprezzare un libro sono troppo diversi da lettore a lettore! L'ultimo commento che ho letto su "Norwegian Wood" è stato qualcosa del tipo: "Non sono riuscito a digerire la lettura, ho fatto una fatica immane a leggerlo perché mi ha annoiato a morte". Io, all'esatto contrario, ero talmente presa che nel giro di pochi giorni sono arrivata alla fine del libro. Com'è strana la vita! ^^



Simona





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