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"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

giovedì 31 gennaio 2013

Ilaria Goffredo e "Il Cavaliere d'Africa": le mie impressioni.

 Il Cavaliere d'Africa è il secondo romanzo pubblicato da Ilaria Goffredo per 0111 Edizioni. Ho conosciuto Ilaria in quanto mia "collega 0111" e sono anche stata contenta di leggere e recensire il suo primo lavoro, Amore e guerra
Per chi non la conoscesse, vi svelo che le storie raccontate da Ilaria hanno tutte una cosa in comune: la passione per l'Africa. Sì, perché Ilaria è stata spesso laggiù come volontaria e so, per i suoi interessanti racconti - e per le bellissime risposte che ci ha dato in questa intervista - che l'Africa ha lasciato in lei delle tracce indelebili. Io non posso sapere che cosa significa perché è un'esperienza che non ho mai vissuto sulla mia pelle, ma provo a immaginarlo e, per farlo, i romanzi di Ilaria sono certamente un buon punto di partenza. 
L'amore e la guerra (il male in generale) sono due temi ricorrenti nei suoi scritti. Ci piace scoprire insieme a Ilaria e alle sue protagoniste che l'amore è sempre all'erta, anche in luoghi, appunto, dove sembra essere il male a vincere su tutto.
Anche ne Il Cavaliere d'Africa, dunque, la nostra protagonista, Selene, compie un viaggio in Africa, precisamente a Malindi (Kenya), insieme ad alcuni compagni di scuola. Be', è il suo primo viaggio in Africa e non sa che cosa la aspetta ma, soprattutto, non sa che quest'avventura cambierà profondamente la sua vita. L'Africa sarà lo strumento attraverso cui Selene scaverà dentro sé stessa, le servirà per mettere a confronto la comodità, gli agi e i privilegi della sua esistenza "occidentale" con la povertà e la precarietà delle vite africane. 
Laggiù, Selene troverà poi ad attenderla l'amore. E' di un insegnante kenyota che si innamora. Lui si chiama Edward, è bello, intelligente, sensibile, istintivo, passionale. Fra i due nasce una storia intensa quasi da subito, così che per tutto il romanzo saremo accompagnati dall'intensità di questo sentimento, da questa impetuosa storia d'amore, che non si pone limiti ma pretende di lasciarsi vivere in una maniera forte e totale. 
Ancora una volta, come mi è sembrato di constatare anche in Amore e guerra, la nostra protagonista è divisa fra questi due sentimenti contrastanti: quello dell'inquietudine alla vista del male che divampa intorno, della povertà, della miseria, e poi l'amore, senza il quale non riesce a stare, che la prende e la scuote, la conquista letteralmente, le rapisce i sensi e, forse, le permette di vivere anche con più "leggerezza" il male che inaridisce la terra africana. Senza l'amore, probabilmente, un'esperienza del genere sarebbe molto più dolorosa. E' come se l'amore fungesse da veicolo, da filtro attraverso cui poter guardare il male, da strumento che modella la sofferenza, che la rende più vivibile, che offre una soluzione, che rende tutto più possibile e permette di capire che c'è sempre una via d'uscita.
Se posso poi aggiungere una mia personalissima sensazione, sento che anche in Selene ritorna - come avevo avvertito in Amore e guerra - una certa "fragilità", celata sempre dalla forza di cui è capace una donna che si presta al servizio volontario africano. Ma questa forza non è tutto, non le basta. E' come se avesse sempre bisogno di un supporto, di qualcuno che la sostenga nei momenti di smarrimento. Da sola non ce la può fare. L'amore diventa quindi anche un supporto, un sostegno, un porto sicuro, un rifugio caldo dentro cui ripararsi.
Ilaria Goffredo
Gli scritti di Ilaria, che vogliono essere come testimonianze dirette - sebbene raccontate per mezzo di narrazioni di fantasia - delle sue esperienze in Africa, hanno tutti questo squisito sapore di verità e di autenticità e sono, a mio avviso, profondamente intrisi di nobiltà e sensibilità d'animo.
Devo però dire che lo stile de Il Cavaliere d'Africa forse mi ha convinta un po' di meno. Ho letto in giro alcuni commenti della stessa autrice che spiega direttamente come lei stessa veda un po' di "immaturità" nello stile de Il Cavaliere d'Africa, attribuendola al fatto che questo sia stato il primo libro che ha scritto. Dopotutto, Ilaria è giovanissima ed è alle "prime armi", come altre autrici e come me stessa, e ha decisamente tutto il tempo per migliorare. Migliorare, nel campo dell'arte, temo sia una delle più belle sfide! Nel caso della scrittura, si migliora con tanta lettura e con tanto esercizio. E l'esercizio, quando scrivere è una vera passione, non pesa neanche un po' :). So che Ilaria è sempre impegnata nella scrittura, ha scritto anche il seguito de Il Cavaliere d'Africa ed è perfino arrivata finalista al concorso "ilmioesordio 2012" (Feltrinelli e ilmiolibro.it) con un altro romanzo, "Tregua nell'ambra". E sono sicura che i suoi lavori futuri saranno sempre migliori. Insomma, credo sia comune e anche naturale che i primi lavori siano sempre meno maturi di quelli che vengono dopo (se fosse il contrario probabilmente bisognerebbe domandarsi che cosa c'è che non va :D!).
Per dire questo, faccio riferimento alla mia stessa esperienza. Sento dentro un'evoluzione talmente forte e tumultuosa che non potrei mai dire di essere la stessa che ero quando ho scritto "Jeans e cioccolato", né la stessa che ha scritto "Quel ridicolo pensiero". E già nel romanzo in stesura mi sento molto più matura, migliorata, più sicura di me. Il tempo passa, e spesso e volentieri si porta appresso un sacco di cambiamenti, prima di tutto intimi. E' inevitabile che questi cambiamenti, almeno un po', non dico tanto o completamente, si riflettano sulla scrittura. Perché la scrittura è il primo strumento, penso io, che ci serve per veicolare le nostre emozioni, esprimerle, comunicarle, scavarle, modellarle, comprenderle, analizzarle. La scrittura è un mezzo che ci permette di arrivare fino in fondo al nostro spirito. Non potrebbe restare immune a cambiamenti di noi stessi. La scrittura - quando è una vera passione - diventa una nostra parte integrante che va al passo con noi.









Simona



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