Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

martedì 20 giugno 2017

Milano: ogni cosa sembra ieri e meravigliosa


Tram a Milano
Sembra ieri quel lontano dicembre del 2015, quando per la prima volta misi piede nella città di Milano; sembra ieri quel monolocale temporaneo in una zona poco raccomandabile che io e P. affittammo giusto il tempo per cercare una sistemazione duratura, che trovammo praticamente subito, poi, dopo due giorni. Ed era quella casetta a 5 minuti a piedi dalla scuola in cui avrei preso servizio, su quello stradone alberato che avrei poi percorso tante volte, varcando il cancelletto verde dopo aver salutato la portinaia un po' scorbutica.
Sembra ieri quella fredda mattina di dicembre, quando arrivai davanti alla scuola ed ebbi un tuffo al cuore, perché Milano, in quel primo impatto, mi apparve fredda, lontana e sinistra. La scuola era immersa nella nebbia e faceva molto freddo, e lì, in quel preciso istante, credetti che Milano fosse davvero come in molti me l'avevano descritta: fredda - anche nei rapporti umani - triste e uggiosa. Immaginai il momento in cui avrei dovuto separarmi da P., che sarebbe tornato giù lasciandomi sola in quella città sconosciuta. Quella mattina entrai a scuola carica di questi sentimenti, per iniziare la mia avventura nella scuola pubblica. Dopotutto ero venuta a Milano per questo. E dentro a quell'istituto vi trovai un mondo: la mia prima sala docenti, la novità della scuola, la curiosità e al tempo stesso la tensione, che poi si smorzò quando, al suono della campanella, incrociai gli sguardi teneri e i sorrisi ammalianti dei miei primi alunni, in quel Liceo di una periferia milanese, seduti dietro ai loro banchi verdi, e con loro fu subito amore e ne conservo ancora oggi, con immensa soddisfazione, un ricordo che va oltre il meraviglioso. 
Piazza Duomo
Di lì a poco, l'idea che mi ero fatta di Milano non ci mise molto a rovesciarsi totalmente. L'inverno di quell'anno, come quello di quest'anno, non fu un inverno rigido, anzi. La nebbia, la famosa nebbia che si accompagna spesso all'immagine di Milano, io la vidi ben poche volte. Il cielo fu molto spesso sereno e il clima mite e piacevole. La primavera arrivò presto, e io scoprii quel fatto strano per il quale a Lecce avrei sentito persino più freddo che a Milano. 
Anche la gente mi stupì sin da subito. A dispetto di ciò che alcuni mi avevano raccontato prima di partire, a Milano trovai una cortesia e un'accoglienza disarmanti, un tappeto di sorrisi benevoli e poi persino una bella comitiva di amici-colleghi che allietarono piacevolmente il mio primo anno milanese.  
Era cambiato tutto da quel primo freddo giorno di nebbia: Milano si era rivelata a me, pian pianino, in tutto il suo splendore, e io la vivevo intensamente, assaporandone ogni momento, proprio perché ero consapevole della fugacità di tutto questo. Milano è sempre stata una stazione di passaggio per me, l'ho sempre vissuta sapendo che un giorno avrei dovuto abbandonarla. Non per questo, però, ho cercato di distaccarmene emotivamente. Sarebbe stato impossibile: una volta che ci sei dentro, una città così ti penetra in profondo, ed è quanto ha fatto Milano, che è diventata per me un groviglio di emozioni, un ginepraio di ricordi, che si intensificano soprattutto adesso che sto per salutarla per sempre.

Arco della Pace
Sembra ieri anche l'inizio del mio secondo anno scolastico, e quei giorni trascorsi a cercare casa mentre me ne stavo "temporaneamente parcheggiata" in un hotel di Porta Romana e mentre i miei nuovi alunni, sebbene spesso ribelli, si rivelavano a me in tutte le loro fragilità che tentano di nascondere dietro a un fare da grandi, e l'impatto con quella prima settimana piena di consigli di classe ordinari e straordinari, la mancanza dei miei vecchi colleghi ma anche l'impatto con la nuova zona dove avrei abitato: questo piccolo monolocale mi sembrò quasi un gioiellino incastonato in un prezioso mosaico; si trova infatti in una delle più belle ed eleganti zone di Milano, a 100 metri da un parco che è una meraviglia da vedere, come tanti altri parchi realizzati in questa città; se dovessi associare quest'anno scolastico a un colore lo assocerei al verde: il verde non mi è mai mancato, ed è stato una vera benedizione. Quel meraviglioso parco mi ha vista crescere e forse cambiare nei mesi, e anch'io l'ho visto cambiare, l'ho ammirato in tutti i colori di cui si è vestito: prima nei colori dell'autunno, che da novembre a dicembre tinteggiavano le chiome degli alberi in tutte le tonalità fra il giallo e il rosso, e gli immensi tappeti di foglie secche, come mi trovassi sul serio in un quadro di Leonid Afremov, e in questo Milano mi ha davvero fatto un regalo speciale; poi nei colori un po' freddi dell'inverno, che non ha mai, però, compromesso la bellezza del parco; poi, ancora, nei colori meravigliosi della primavera che è arrivata un po' senza preavviso, è stato proprio così, infatti, che da un giorno all'altro gli alberi, i cespugli e le piante si sono colorati tutti tra il bianco e il rosa, per poi lasciare posto, dopo qualche settimana, ai colori dell'estate: un verde intenso, rigoglioso, florido, che tinteggia queste grandi chiome, questi alberi esuberanti che, quando ci passi sotto, o quando ti siedi su una panchina adagiata alla loro ombra, sembrano tendersi verso di te per stringerti in un abbraccio.

Navigli
Ogni cosa sembra ieri e meravigliosa: i primi giorni di scuola così come gli ultimi, l'incontro con i colleghi, il suono delle campanelle fra una lezione e l'altra, i percorsi in tram, le gite fuori porta, i lunghi viaggi in metropolitana, i nomi delle fermate e dei quartieri, le bellezze della città, la meraviglia di Piazza Duomo, i palazzi in stile liberty, eleganti e imponenti, con i balconcini decorati e fioriti, i negozi tutti infilati uno dopo l'altro e l'eccitazione dello shopping, il Fiordaliso e le tante volte in cui io e P. ci siamo rifugiati lì, la gente, la tanta gente che si incontra per le strade, il grande Uci Cinema di Bicocca, i bar, i locali e i famosi "apericena" sui Navigli o all'Arco della Pace, i ristoranti "salentini" che ti facevano sentire a casa, gli artisti di strada, i musicisti con le loro pianole portatili da cui provenivano melodie che si diffondevano per il quartiere e che arrivavano a te in tutta la loro potenza e la loro bellezza, cariche di un significato tutto personale, in base al momento, in base all'umore; l'ultima melodia sentita da un musicista di strada, per esempio, si è caricata di una straordinaria, inevitabile e irrinunciabile nostalgia, per via della caducità, della fine che si avvicina, dell'imminente addio.

Ho amato, per tutto questo tempo, uscire la mattina e non sapere che cosa mi sarebbe successo o chi avrei incontrato; ho amato l'immagine di una città sconfinata e piena di vita, che offre tanto a chiunque, nella sua generosità e nella sua immensità; ho amato la libertà, sentire di poter essere chi sono e chi voglio essere, in una città che non ha tempo per giudicare.

Dipinto Galleria Vittorio Emanuele
Adoro la forza dei ricordi, specialmente di quelli che riemergono impetuosi senza preavviso, in un momento del tutto normale di qualche tua altrettanto normale giornata, ricordi che, poi, sono carichi di significato senza aver davvero significato; quei ricordi che ti ricollegano a un posto che, per l'importanza che ha, potresti benissimo averlo già dimenticato, e a un momento del tutto ordinario, in cui non stavi facendo assolutamente niente di speciale. Eppure quando tornano alla mente, questi ricordi si fanno sentire con forza, con impetuosità, e tornano caricati di un significato nuovo di cui all'epoca, mentre accadevano, neanche ti rendevi conto, e invece, evidentemente, seppur nella più totale ordinarietà, dentro di te in quei momenti si era già accesa una qualche scintilla che il tempo avrebbe trasformato in fuoco.
Adoro i ricordi legati a niente di importante che nonostante tutto ti ardono dentro. Adoro i ricordi di piccole cose che il tempo rende grandi. I ricordi di momenti ordinari che diventano straordinari quando sai di non poterli vivere più o di starli perdendo per sempre. Adoro i ricordi della mia Milano meno evidente, meno scontata, della Milano che ho vissuto in sordina, dei momenti meno eccessivi vissuti probabilmente all'ombra di qualche albero in un qualche giardino pubblico, o all'angolo della strada fra il supermercato e casa mia, o seduta semplicemente nella sala docenti in attesa del suono della campanella; momenti, insomma, che quando vissuti non sapevano di niente e oggi, invece, che sto per dire addio a Milano, improvvisamente riemergono impetuosi e, sotto forma di dolce nostalgia, mi fanno già sentire la mancanza di questa città che mi si è smarrita dentro, in un punto fra il cuore e la mente.







Simona




lunedì 12 giugno 2017

Il Richiamo di Giugno


La fine degli impegni scolastici porta a un'interessante apertura alla vita, all'arte e alla creatività. Anni lavorativi importanti come quello che sta per concludersi, vissuti intensamente come li vivo io, ti tengono ancorata agli impegni e lasciano che le emozioni, i sentimenti, l'arte, la creatività rimangano assopiti per impossibilità di concretizzazione e mancanza di tempo, per poi esplodere improvvisamente a giugno. Giugno: il mese in cui, per un insegnante, nonostante gli impegni lavorativi non siano di certo ancora finiti, la mente comincia a schiarirsi e il cuore ad alleggerirsi e a riaprirsi alla libertà, il mese in cui ci si guarda avanti e non si vedono più soltanto alunni, libri, lesson plans, verifiche, consigli di classe, verbali, corsi di formazione, riunioni, collegi e - se ti va bene! - "qualche" consiglio di classe straordinario, ma si cominciano a vedere anche tutte quelle cose che durante l'anno lavorativo sembravano essersi disperse chissà dove
In realtà erano solo state poste temporaneamente in fondo allo scaffale, per giuste ragioni, perché la priorità apparteneva a qualcun altro. Quelle cose che, pur essendo piccole, adesso sembrano grandi e immensamente belle! Cavolate come leggere un libro in tutta libertà, senza il pensiero che domani dovrai terminare il present perfect o il first conditional o la lezione sulla globalisation, senza il pensiero della sveglia che suona alle 6:30, senza il pensiero che domani sarà il lunedì di apertura di una nuova intensa settimana dalla quale non sai che cosa aspettarti, perché può sempre capitare l'imprevisto. Giugno diventa, per un insegnante, la possibilità di allungare la mano verso il fondo dello scaffale, dove erano state riposte momentaneamente le proprie passioni, alle quali per ovvie ragioni non ci si è potuti dedicare appieno. 

Così con l'arrivo di giugno ho sentito esplodere in me moltissime emozioni, e sono talmente tante e intense che stanno venendo fuori tutte contemporaneamente e assumendo diverse forme: voglia di scrivere, di creare oggetti col DIY, di realizzare un terrazzino coi fiocchi, facendone un piccolo angolo di paradiso per la mia casa leccese. Tutte cose che farò da qui a breve!

L'idea di scrivere un nuovo romanzo mi perseguita già da mesi, ma non mi ci sono mai potuta cimentare per via, appunto, degli impegni scolastici. Quest'estate - la prima estate, oltretutto, di totale abbandono e vacanza (le estati scorse sono state sempre all'insegna dello studio: studio per accedere al TFA, studio per abilitarsi, studio per superare il concorso: quest'anno mi prendo la mia bella rivincita e mi godo l'estate che non mi sono potuta godere gli anni scorsi!) - vorrei scrivere un nuovo romanzo, o comunque scrivere, scrivere senza pormi nessun obiettivo, scrivere solo per il gusto di farlo, per la necessità di mettere nero su bianco tutte le emozioni che mi si sono accumulate dentro, per l'esigenza, come al solito, di dare alle parole il compito di scrutarmi dentro sin nel profondo. Ho voglia di inventare una storia, dei personaggi, e dare loro un carattere, una mentalità, un modus vivendi che poi, magari, assomiglia un po' al mio, o a quello che vorrei fosse mio. Insomma, personaggi che, in un modo o nell'altro, incarnano i miei pensieri e i miei desideri.

Dipinto di Johan Messely
Oltre alla scrittura, poi, vorrei dedicarmi all'arredamento della casa, specialmente del terrazzino del mio attico leccese. Anche questo è un pensiero fisso che mi porto dentro da mesi, ed è chiaro il nesso con il fatto che quest'anno io debba lasciare per sempre Milano
Milano mi ha conquistata da ogni punto di vista, e scriverò di sicuro un post dedicato solo a Lei, perché se lo merita; ma fra le tante cose che amo di Lei, una cosa per me essenziale, fondamentale, vitale, è l'assidua presenza di verde, l'esistenza di parchi, parchi ovunque, parchi immensi, parchi curati e pieni di verde. Anche sui parchi potrei scrivere un post a sé (di mille cose potrei scrivere un post a sé, tante sono le emozioni che mi esplodono dentro!), ma in questa sede mi è sufficiente dire che il verde, i fiori e i parchi sono per me imprescindibili e vitali, e che non so come farò a vivere senza (perché purtroppo Lecce - per quanto io la ami e per quanto sia meravigliosa - non ha molto verde da offrire, e questa cosa mi frantuma il cuore). E io credo sia proprio per questo motivo che ho sviluppato, nei mesi, una voglia irrefrenabile di arredare il terrazzino leccese a mo' di "giardino verde e fiorito", perché sapevo che presto avrei dovuto salutare Milano (e i parchi immensi che mi hanno accolta ogni giorno e a ogni ora di tutti questi mesi). Probabilmente creare un "giardino verde" è un po' il (forse triste ma anche disperato) tentativo di portare un po' di Milano a casa mia, il tentativo di creare il mio "piccolo parco personale". Su un attico, e su un terrazzo, è chiaro che non sia possibile realizzare chissà che, ma in una futura casa non sarà così, lo giuro, perché una futura casa non sarà neanche acquistata se non avrà un giardino!

Parco Sempione, Milano
Ecco insomma che sono "pronta" per tornare giù, non appena gli ultimi impegni scolastici saranno conclusi. Ma dire che sono pronta per salutare Milano non è esattamente corretto: credo di non aver ancora del tutto realizzato che stia per succedere davvero. Ma lo sapevo già: Milano per me era solo di passaggio. Non c'è nulla che mi leghi a questa città e che mi spinga a restare: la mia vita intera è in Puglia, compreso il lavoro, dal momento che, con la vincita del concorso, mi sarà presto assegnata di ruolo una qualche cattedra pugliese. Però a Milano ci lascio un pezzo di cuore, ma questa è un'altra storia (che non può certo ridursi a due righe). 
E allora sì, ci siamo: sto per tornare all'ovile. E la persona che tornerà giù non sarà certamente la stessa che è salita a Milano lo scorso anno. Perché le esperienze, di qualunque genere siano, ti plasmano, ti rinnovano, ti insegnano tante cose, ti cambiano, e ti danno sempre la possibilità di migliorare. Ho imparato tanto da tutto e da tutti, da ogni singolo momento, da ogni singola persona, da ogni singolo alunno, da ogni minimo metro calpestato nei corridoi e nelle aule di quell'istituto a Lampugnano. Ma anche questa è un'altra storia! 







Simona



martedì 29 novembre 2016

Come in un dipinto.

È venuto un forte vento freddo a buttare giù le foglie degli alberi, che fino a ieri avevano ancora le chiome colme di rosso e arancione. Questo forte vento freddo è venuto proprio da un momento all'altro, non ho avuto neppure il tempo di salutare l'autunno, è stato un istante: tornando nel parco per la consueta passeggiata l'ho ritrovato spoglio, verde, un po' gelido, seppur sempre meraviglioso nell'incanto della sua bellezza. 
Dipinto di Leonid Afremov.
Mi ero particolarmente affezionata a quelle stupende foglie che cadevano sul suolo creando immensi tappeti arancioni, e a quelle che ancora resistevano attaccate ai rami, e a quelle che svolazzavano nell'aria dopo improvvise folate di vento. Mi sentivo molto vicina a loro. L'autunno mi riempie il cuore di calore e di incanto. D'autunno mi sento particolarmente partecipe della natura, quella natura che un giorno rinascerà, ma non oggi, quella natura intrisa di un profondo senso di caducità imminente, quella natura che mi fa sentire nel mio habitat naturale, come se ne fossi una parte integrante, come se l'autunno fossi io. 
Quel parco è stato la prima cosa che ho visto quando sono arrivata qui quest'anno. Era impossibile non notarlo: si stagliava imponente sullo sfondo di un'elegante zona milanese, ed era come un potente richiamo al quale non potevo restare indifferente. Quel giorno il parco mi ha accolta con i suoi colori caldi e autunnali, con il porpora delle foglie, e con un cielo che preannunciava la sera fra il blu e le scie rosse del tramonto. 
L'ho scoperto piano piano, fra un impegno e un altro. Fino in fondo ci sono arrivata solo poco tempo fa. Ho fatto in tempo a catturarlo in mille foto, in tutte le pose e in tutti i colori che mi offriva, ma poi stamattina, improvvisamente, l'inverno lo ha trasformato. Si è portato via tutte le foglie, e i colori caldi, e i tappeti secchi, e il mio habitat naturale. Si è portato via il quadro impressionista in cui ogni volta avevo la sensazione di camminare, come se fossi una di quelle figure stilizzate dipinte da Leonid Afremov. Mi sentivo addosso una spennellata di colori ad olio. Chissà di che colore dipingerebbe i miei abiti Afremov, chissà che espressione mi metterebbe sul volto, chissà che cosa penserebbe spennellando la mia figura, e gli alberi, e la natura intorno a me.





Simona



sabato 12 novembre 2016

Milano vestita d'autunno


In questo periodo Milano si veste d'autunno, con mille colori che riscaldano gli occhi, mentre una leggera frescura si introduce furtiva nella fessura fra il collo e il cappotto. In un pomeriggio presto, decisamente assolato, di un sole che ancora si fa rispettare, attendo, piccola e sola, lasciandomi baciare dai raggi che intensificano il rosso dei miei capelli e diventando tutt'uno con l'autunno. Sul lungo viale i tappeti di foglie e gli alberi carichi di colore dipingono il paesaggio facendolo sembrare un quadro impressionista. Vedo quasi una spennellata di Monet fra le fronde cariche di rosso e arancione. Sono improvvisamente immersa in quest'atmosfera incantevole di una zona che non conosco, che appare delicata, eterea, come studiata nei minimi dettagli; il cielo terso che si alza alto tra i palazzi a metà fra il moderno e l'antico sembra essere stato messo lì in mezzo da un pittore; una piccola pozzanghera venuta chissà da dove, i due lati della strada perfettamente disegnati, mi sembra quasi di essere sul set di qualche fotografo professionista che ha adagiato con sapienza i vari elementi per preparare al meglio la composizione dello scatto. I vecchi condomini di ringhiera, i bar e le creperie sotto casa, il "Sole Salentino" che pare quasi essere stato messo lì apposta per me, gli appartamenti moderni con le porte blindate e i sanitari di ceramica bianca e lucida. Un viale lungo, tutto da scoprire, che ha colori indescrivibili, come se fossi solo io a vederli, come se fosse un sogno che solo io posso raccontare. 
Più tardi di un paio d'ore mi ritrovo ancora altrove, in un'altra zona sconosciuta. Il sole viene a calare, e anche il fresco comincia a farsi sentire, procurandomi brividi e tremolii. Ma io resto seduta su questa panchina, ancora in attesa, a esplorare il mondo circostante e a godere del rosso di questi grandi alberi, in questo parco di cui ignoro il nome ma che è già mio intimo amico. 
Grandi cose mi prometti, come solo tu sai fare. Mi fa tristezza che questi siano gli ultimi tempi trascorsi nelle tue immense, incantevoli atmosfere di città. 





Simona



lunedì 5 settembre 2016

Io voglio per te l'immenso.

A volte ho perfino paura di chiedermi quanto bene ti voglio. Vorrei per te l'immenso, vorrei per te che le gioie della vita si moltiplicassero a dismisura. Vorrei per te una forza miracolosa, che ti parta da dentro per schiaffeggiare il male ogni volta che questo dovesse tentare di bussare alla tua porta. 
Non ho ben chiara l'immagine che vedo al posto tuo, ma è qualcosa di indescrivibilmente meraviglioso: un'aura fresca e signorile, intoccabile, irraggiungibile, che resterei a fissare, ammaliata e indisturbata, per giornate intere senza mai stancarmi. 
Vorrei fossi una promessa per me, quale in verità già sei: la promessa di una vita perfetta, di una serenità conquistata, del successo sempre a portata di mano, la promessa di un sorriso facile e naturale che si apra senza mai difficoltà sul tuo viso. 
So già che il male toccherà anche te, so che a volte piangerai e resterai delusa dal mondo e dalle persone, so che forse un giorno ti chiederai il perché di tutto questo, so che le lacrime bagneranno le tue guance morbide, fino ad arrivare a inumidire le tue labbra rosa che, in quelle poche gocce amare, crederanno di sentire il sapore della vita. 
No, tesoro, non devi mai pensare che la vita sia solo quello: al di là di quelle lacrime c'è tutto un fantastico mondo! Questa è la forza che tu hai dentro - perché so che ce l'hai: saper realizzare che il dolore è solamente passeggero, e soprattutto fare in modo che sia davvero così. Non tenerti mai il dolore dentro, esternalo sempre e fallo andare via così com'è venuto! Sii in grado di fare della sofferenza una delle tante cose che caratterizzano l'esistenza. Sii in grado di viverla profondamente per poi distaccartene. Restando troppo ancorati ai dolori si rischia di farli propri e di non liberarsene mai più.
Sei una forza della natura. Credimi, è così: lo leggo nei tuoi occhi e lo vedo in tutto quello che fai, nei tuoi movimenti leggeri con cui parli alla vita e alla gente, nelle tue parole già così profonde e sincere, nella tua generosità, nella tua immensa, inarrivabile sensibilità. 
Ho quasi timore ad ammettere la tua profonda sensibilità, perché a volte la vita sa essere dura con le persone come te. Ma sappi che è proprio quella sensibilità a potersi trasformare in una forza immisurabile. Ricordalo sempre: la sensibilità è un'arma, uno strumento privilegiato con cui la gente analizza la vita, con cui la gente trova risposte alle domande che si pone. La sensibilità ci permette di vedere il mondo da varie angolature, e di andare fin nel profondo delle cose, giù giù, negli abissi dell'esistenza. Proprio per questo spesso fa soffrire: andare in profondità può far emergere terribili verità. Ma solo chi va in fondo può meglio assaporare la luce che troverà risalendo la superficie. 
Sappi usare la tua sensibilità di donna proprio in questo modo: come un'arma per capire il mondo e per difenderti. Come un'arma per non lasciarti scalfire dai dolori.
Io a pensare al bene che ti voglio mi faccio quasi paura. Sei così piccola e innocente che vorrei tu non diventassi mai grande, ma poi basta guardarti e sentirti parlare un po' per accorgermi che lo sei già.






Simona




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