Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

martedì 30 luglio 2013

RACCONTO: "Riflessioni di una zitella", di Giordana Ungaro


Per la sezione "Invia il tuo racconto!": 
Riflessioni di una zitella, di Giordana Ungaro




Sarò atipica o semplicemente meno tipica, o forse identica a tutte le altre, non lo so e trovo inutile giudicarmi visto che il resto dell’umanità ci pensa già ampiamente a farlo. 
Sono una donna e come tale vittima delle debolezze e dei bisogni femminili, ammetto e accuso l’assenza di un uomo al mio fianco.
Sono single e per nulla contenta di esserlo. Come tutti vorrei incontrare l’altra metà della mela, il problema è che non la trovo. Non nego nemmeno di cercarla, anzi, ammetto che la cerco ovunque, in ogni individuo dotato di testosterone che mi passa accanto, in ogni luogo affollato o sperduto, in ogni situazione ma … ecco … questo è il problema: il “ma”. 
A vent’anni mi piacevano tutti, m’innamoravo ogni cinque minuti, quindi la scelta era ampia. A trentadue no e si riduce sempre più. Forse è più un bene che un male e dato dal semplice fatto che l’amore maturo non si riduce ad un aspetto piacevole, qualche complimento e un istinto sessuale. Alla mia età la bellezza è soggettiva ma l’intelligenza e la complicità invece diventano fondamentali. La cosa triste è che la maggior parte di coloro con cui esco mi fa rimpiangere di non essere invece a passeggio col mio cane: meno noioso, egoista, impostato e per nulla intenzionato solo a sfilarmi le mutande. 
Mi sono accorta di avere delle regole, dei cliché di selezione che mi portano verso un certo prototipo di uomo, insomma mi ritrovo a tagliare fuori una fetta considerevole di possibili candidati secondo dei dettagli che, in base al mio gusto, rendono il “maschio” sicuramente poco virile. In primis evito il tipo “alla moda”, talmente attento all’esteriorità da dimenticare poi che l’involucro deve pur contenere qualcosa. Poi c’è il: “Noooo.... io?! Non esco con te per portarti a letto!” che trovo piuttosto ipocrita poiché l'istinto sessuale è predominante nel dna maschile soprattutto all’inizio nella scelta di una partner. Inoltre un minimo di desiderio devo suscitarlo no? 
Poi ho notato che “elimino” a priori uomini da certi piccoli (e per me orridi) dettagli tipo quelli che hanno un cane minuscolo, non so bene perché ma non ci vedo niente di ‘macho’ nell’uomo che porta a spasso un Chihuahua; quelli con la canottiera, non si può vedere addosso a nessuno che sia fisicato come Ken il guerriero o meno; quello con il perizoma (ma questo è un dettaglio di cui purtroppo ci si accorge troppo tardi, assieme ad un altro che preferisco tralasciare); quello depilato con annesso ritocco sopraccigliare dall’estetista; l’uomo zerbino (ma questa è una repulsione comune a tutte a quanto pare); il ponderato, ossia quello che non fa vedere mai un’emozione, che non si arrabbia, che non s’ingelosisce, che non s’incaponisce che non ha una posizione o che ha paura a mostrarla. Poi elimino: i “banali elettroencefalogramma piatto”, ossia coloro che nella vita non hanno almeno due passioni a prescindere dal lavoro che svolgono; gli “ho sempre bisogno della tua approvazione”; vade retro anche allo schizzinoso, che si ‘schifa’ di tutto e che vuole una donna che passi la giornata a sterminare i germi in ogni angolo della casa. 
L’uomo che cerco deve amare i cani e non solo, perché nella mia vita ce ne sarà sempre uno al mio fianco e poi credo che le persone che amano gli animali abbiano sempre un animo buono e gentile, rivelato o nascosto che sia.
Insomma più che del principe azzurro, sono in attesa di un cavernicolo, con la barba incolta, che arrivi a cavallo di un bue con una clava in mano e stivali di gomma e che per conquistarmi mi porti alla “sagra della salsiccia”. Chiedo troppo? Credo che resterò zitella.





Giordana Ungaro




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sabato 27 luglio 2013

RACCONTO: L'ideale, di Giovanni Maria Zonzini

Per la sezione "Invia il tuo racconto": 
L'ideale, di Giovanni Maria Zonzini

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Quando la fiamma brucerà anche l’aria e il fumo oscurerà il cielo finalmente non parleranno. Forse grideranno.
Presto molta attenzione nello scendere le scale.
Non avrebbe senso giustiziarmi sul portone, proprio oggi, che la scelta è mia: vivere o morire.
Cammino bagnato fradicio per le strade sotto il sole cocente. Soldati mi scrutano sospettosi. I più mi ignorano. 
Tra poco non potrete più ignorarmi.
Non potrete più fermarmi. 
Forse potrete spegnere la fiamma ardente che brucerà il mio corpo, ma non quelle che arderanno i cuori di chi mi guarderà. 
Per quelle non vi basterebbe il diluvio universale.
Finalmente arrivo nella piazza, ancora vestita di fasti ormai dimenticati. I carri armati son come avvoltoi in mezzo alla folla, parole concitate girano fra volti impauriti e gesti inconsulti attraversano le mani intirizzite dal freddo e dal terrore. 
I militari latrano ordini incomprensibili liberando una rabbia che pare imprigionata da secoli. Leggo nei loro occhi il disprezzo, e dentro i miei odo salire il furore per quel potere troppe volte delegato ad altre mani; preso e sputato senza remore dai loro cannoni.
Sento distintamente salire il vento e il vento non lo possono fermare con le mani. Non si può bloccare, non si può imprigionare, non si può fucilare. 
Neppure la Libertà, per quanto uomini liberi uccidano, possono fermare. Questo li spaventa; quando qualcuno la invoca posso leggere la paura nei loro occhi. La paura è l’anticamera dell’odio, che sale fino ad esplodere nelle canne dei loro fucili.
Arrivo al centro della piazza. L’acciarino è pronto. Una fiamma illuminerà Praga. Quella fiamma sarò io. Io sarò la speranza di chi è stanco di chinar la testa e tirare avanti. Io sarò il richiamo per chi ha abbassato il mento per non guardare. Io morirò in questa piazza, ma otterrò l’immortalità negli incubi degli oppressori.
Sono bagnato di benzina, basterà la scintilla dell’accendino. Basterà una scintilla, anche molto piccola.
Sale il vento ma non lo possono fermare.
Brillano le stelle ma non le possono spegnere.
Nascono le idee e non le possono imprigionare.
Un ideale è nato. Non lo possono fermare. Non lo possono spegnere. Non lo possono imprigionare.
Possono solo temerlo.



Liberamente ispirato alle vicende del dissidente Jan Palach.

Giovanni Maria Zonzini






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giovedì 25 luglio 2013

"Un uso qualunque di te" e "Non volare via", di Sara Rattaro: le mie impressioni.


Ho letto questi due romanzi della Rattaro a distanza di tempo di circa tre mesi l'uno dall'altro. Ho iniziato da Un uso qualunque di te, di cui mi attirava praticamente tutto, il titolo, la copertina, la trama. Ultimamente ho letto in poco tempo Non volare via, e vi ho trovato la stessa identica Rattaro, con il suo stile e la sua capacità di emozionare, e con le sue storie che hanno sempre un che di drammatico, ma anche un sapore di vita quotidiana, e di sentimenti autentici.

Ho trovato una specie di somiglianza fra i due romanzi, tuttavia. La sensazione è quella di due storie diverse, senza dubbio, ma che in qualche modo ripropongono lo stesso genere di episodi, lo stesso tema, e un po' mi è dispiaciuto che la Rattaro si sia "ripetuta". Non so se sia una sensazione corretta, non so se sia dovuta al fatto che li abbia letti a una distanza abbastanza ravvicinata, ma leggendo Non volare via ho fortemente sentito la presenza di Un uso qualunque di te
Sarà forse dovuto al fatto che Un uso qualunque di te mi era rimasto particolarmente impresso: non è facile "liberarsi" di quella storia.

In entrambi i libri, comunque, si parla di famiglia, in entrambi i libri c'è la presenza di un figlio che, sebbene con ogni probabilità si sia trattato di pura coincidenza, ha dei problemi. Genitori e figli, quindi, di fronte alle difficoltà della vita, e uno dei due genitori, sempre - in Un uso qualunque di te la moglie, in Non volare via il marito - in qualche modo sfugge all'altro, ed ecco il tradimento, l'infedeltà, la devastazione, la scoperta. In entrambi i libri il tradimento, alla fine, finisce per essere al centro della narrazione. In Un uso qualunque di te lo è di certo, non ci sono vie di scampo, diventa uno dei perni principali della storia. In Non volare via all'inizio si ha la sensazione che le cose vadano diversamente, l'attenzione ruota intorno a Matteo, un bambino audioleso dalla nascita, ma poi ecco nuovamente l'infedeltà, che finisce per diventare il tema principale, occupando tutti i capitoli centrali.
Questo a ogni modo non toglie nessun merito ai libri e al talento dell'autrice!

In Un uso qualunque di te la protagonista è Viola, una donna complicata, "sbagliata", sposata con un uomo perfetto, Carlo, che la ama di un amore incondizionato. Hanno una figlia, Luce, che presto si scoprirà avere un problema di salute che necessiterà di un urgente intervento chirurgico. 
La storia è strutturata in maniera molto interessante, si apre nel presente per poi fare immensi tuffi nel passato, con dei flashback di cui la Rattaro si serve spesso e volentieri, e che usa per farci conoscere piano piano le debolezze di questa donna "imperfetta".
L'intervento chirurgico della figlia porta a galla una verità che Viola ha tenuto nascosta per anni interi, mai potendo immaginare che un giorno sarebbe emersa nel modo più drammatico che esista, in un ospedale, mentre la vita della figlia è appesa a un sottile filo di speranza. 
Quello che ho apprezzato maggiormente di questo libro è stata la capacità della Rattaro di far provare dei sentimenti reali nei confronti dei personaggi, come fossero veri, persone di nostra conoscenza. Nei confronti di Viola, in particolare, il lettore si pone con diffidenza, con fastidio e rancore. Io, per lo meno, a fine lettura ho dovuto fare i conti con Viola per qualche giorno: non ho mai capito veramente se sono riuscita a perdonarla o meno. 
Quello che ci fa "detestare" Viola è la sua superficialità, la sua meschinità a volte velata di innocenza. La Rattaro ce la descrive troppo bene nella sua dimensione interiore, e ce la fa vedere sotto la luce di una donna sbagliata, forse in fondo un po' cattiva, che non si può accontentare di quello che possiede ma che aspira ad avere sempre di più, una donna irresponsabile e, soprattutto, una donna che ammette di avere accanto a sé l'uomo migliore del mondo e nonostante ciò lo tradisce, gli fa del male, e gli tiene nascosta una verità troppo importante. 
Mi sono sempre detta che se provi almeno un po' di stima nei confronti di Carlo, in questo libro, come conseguenza naturale non puoi che provare l'opposto per Viola. E la Rattaro è troppo brava a portare il lettore laddove desidera, ci fa conosce gli aspetti peggiori di Viola e quelli migliori di Carlo. 
Carlo: un uomo meraviglioso, lo vedi attento a non far mancare niente alla moglie e alla figlia, un cuore immenso, un porto sicuro, un padre eccezionale che ama in maniera incondizionata le due donne della sua vita, un uomo che non abbandonerebbe mai Viola, un uomo che lei considera un vero e proprio punto di riferimento, un uomo che non le permette mai di smarrirsi, che la trova ovunque lei possa perdersi, che sia in un luogo del mondo o in un luogo della sua intimità.
Non puoi voler bene a Carlo senza un po' odiare Viola: è un passaggio d'obbligo.
Ma poi arriva la redenzione, se così vogliamo chiamarla. Alla fine accade qualcosa che, in qualche modo che forse sembra - a mio modesto parere - un po' troppo costruito, teatrale e surreale, vuole farci riflettere. E sì, è vero, ci rifletti, e penso che quello su cui voglia farci riflettere sia la nostra capacità di perdonare: quanto siamo capaci di perdonare? Qual è il confine fra la nostra percezione del bene e la tolleranza del male? 


In Non volare via la Rattaro sa sempre stupire con i suoi momenti di riflessione che si alternano ai passaggi narrativi, con le sue parole che spesso toccano l'animo, e ci fa vedere il quadro di una famiglia che, come sempre, è felice solo apparentemente. Emozionante è il racconto che ruota intorno alla figura di Matteo, un bambino audioleso dalla nascita, ma perfetto nella sua "imperfezione", intelligente, sveglio, e molto fortunato d'aver avuto alle spalle una madre modello, una famiglia presente, una sorella protettiva e affettuosa. La sua vita è costruita come sotto una campana di vetro, una vita fatta di regole, di orari, di tentativi di mantenere sano e perfetto un equilibrio che per niente al mondo dovrebbe vacillare. 
Ma suo padre, Alberto, un giorno cade nella trappola dell'infedeltà. Anche qui la Rattaro è in grado di guidarci nei sentimenti e stavolta non ce lo fa odiare. Alla figura dell'amante Camilla, infatti, è legato un passato che trova le sue radici nel lontano ultimo anno di Liceo. Alberto era un ragazzino di 18 anni, troppo inesperto, immaturo e timido, e il giorno in cui era diventato un uomo, al suo fianco c'era Camilla. Camilla che era una ballerina, Camilla che gli aveva conquistato il cuore e Camilla che lo aveva abbandonato per inseguire il sogno della danza. 
Quando tornerà, dopo molti anni, Alberto capirà di non averla mai dimenticata e inizierà un gioco infedele e crudele, che porterà inevitabilmente dei cambiamenti importanti all'interno della sua famiglia. 


I personaggi della Rattaro sono tutti straordinariamente umani, fragili e autentici, e mi sembra che le sue storie vogliano evidenziare, in particolare, proprio la natura imperfetta dell'essere umano.





Simona



mercoledì 24 luglio 2013

RACCONTO: "L'ombra di Luca", di Cristina Biolcati



Per la sezione I vostri racconti: L'ombra di Luca, di Cristina Biolcati.





Ludovico mi aspettava sempre seduto sulle scale. Anche se non suonava il campanello, io sapevo che era lì. Dalla finestra scorgevo la sua sagoma, di spalle, rannicchiata sui gradini, intenta a frugare nella cartella per superare l’imbarazzo dell’attesa. Indossava sempre un cappotto rosso in inverno e un giacchetto blu, sbiadito, in estate. Perlomeno, è così che io lo ricordo. Non si separava mai dalla sua cartella di cuoio, troppo grande e troppo pesante per un bimbo della sua età. Il manico era rotto. Suo padre aveva cercato di aggiustarlo con del filo di ferro, e così adesso, a volte, lo pungeva. Quella borsa gli dava coraggio. Gli permetteva di nascondere al suo interno la faccia, quando la timidezza lo faceva sentire troppo inadeguato. Io ero spesso in ritardo. Uscivo di casa, e gli dicevo sempre la stessa cosa, - Potevi suonare, Vico! -. Lui si schermiva timidamente e fingeva di sistemare la cartella. Gli passavo in fretta una merendina che avevo preso in casa, di nascosto da mia madre. Quasi sempre era al cioccolato. Ci avevo messo un po’ di tempo per capire i suoi gusti, ma poi fu palese che amasse il cioccolato. Lui la metteva subito in quella sua cartella enorme, con una cura meticolosa che non apparteneva a un bambino. Pareva che nascondesse un bene prezioso. Pronunciava un - Grazie Luca! - ma sempre a bassa voce.
Aveva un tono rauco, e alcuni in paese dicevano che la sua voce fosse così perché viveva all’umido, vicino al Po. Strane credenze popolari. Adesso capisco che il suo tono di voce era basso perché non parlava mai con nessuno. Andavamo a scuola, saltellando lungo il cammino. Ci piaceva cantare le canzoni dei cartoni animati. Cantava anche lui, ma più che un canto, il suo era un grido. Era stonato, e non andava a tempo. A volte gli chiedevo di tacere, perché la sua voce mi urtava i timpani. 
Quando entravamo in classe, io controllavo sempre che avesse fatto i compiti. Sfogliavo il suo quaderno consumato, e ogni tanto scorgevo qualche impronta di grasso. Avevo l’impressione che lui facesse i compiti mentre mangiava un panino con la mortadella! Io sono sempre stato un tipo preciso e ordinato e questa cosa mi dava fastidio. Se aveva sbagliato qualcosa, correggevo con una calligrafia simile alla sua, che avevo imparato a imitare alla perfezione. Non gli dicevo niente. Chissà se lui era d’accordo? 
Non siamo mai stati compagni di banco. La maestra preferiva che Vico sedesse vicino alla cattedra, per poterlo seguire meglio. Si sentiva solo laggiù? 
Non ricordo di averlo mai visto scambiare una sola parola con gli altri compagni. Rispondeva solo se interpellato dalla maestra. Io sapevo che era un bambino intelligente e curioso, ma la sua timidezza lo rendeva imbranato e goffo quando era fra la gente. Mi faceva impazzire il fatto che lui non facesse nulla per dimostrare il contrario. 
Gli altri bambini lo prendevano in giro perché portava gli occhiali, era un po’ robusto e non parlava mai. Quando andava in bagno prendevano a calci la sua cartella, ma poi un giorno se ne è accorto e ha smesso di andarci. Non la perdeva più di vista nemmeno un secondo. 
Lo chiamavano OMBRA. Mi chiedo se lui odiasse quel nome, oppure se, con il passare del tempo, avesse imparato ad amarlo. L’ombra è scontata. Nessuno la nota. C’è e basta. Ma è anche fedele. Me lo chiedo perché da bambino non si è mai ribellato, non ha mai risposto alle provocazioni. Mai una parola. Io, dal canto mio, non ho saputo difenderlo, non ho mai gridato a tutti di lasciarlo in pace, non ho mai protetto la sua cartella. 
Disegnava molto bene. Quando la classe doveva appendere dei cartelloni alle pareti, a Natale o in primavera, Vico diventava improvvisamente molto prezioso. Era il migliore! La maestra lo faceva disegnare e noi compagni tutti a colorare il suo sole, le sue rondini, i suoi fiori, il suo cielo. Mi piaceva quel sole! Non gliel’ho mai detto. Ero orgoglioso di colorare i suoi disegni! Nessuno aveva nulla da dire in quelle occasioni. Veniva accettato a tutti gli effetti come parte integrante della classe. Ma quando quei pochi, rari momenti di gloria finivano, lui tornava ad essere nuovamente, inesorabilmente il bambino ombra. In quel periodo viveva attraverso i suoi disegni. Le caricature della maestra e dei compagni, che solo io vedevo, erano molto belle. Non mi sono mai vergognato di essere suo amico. Lo giuro. Voglio giurarlo! 
Mi ricordo di sua madre. Prima era lei che lo accompagnava a scuola. Era una signora bellissima, con i capelli biondi, profumati. Mi soffermavo a guardarla, quando entrava in classe. Era sempre ben vestita e sorridente. Lo teneva per quella sua manina grassoccia e lo aiutava a prendere posto nel banco. Gli piegava il cappotto, con cura, e lo appoggiava allo schienale della sedia. Gli passava la cartella, quella borsa enorme che poi lui avrebbe dovuto imparare a portare da solo. Al suono della campanella gli dava un bacio, e se ne andava salutando noi bambini. Qualche volta la sua mano ha accarezzato i miei capelli, e mi ha dato anche un cioccolatino. E’ per questo che Vico non suonava mai il campanello? Non mi voleva disturbare, oppure per lui le campane significavano abbandono? 
Poi, per un periodo non l’ho vista più. Lui veniva sempre a scuola accompagnato dal padre, che anche allora era un uomo robusto e con pochi capelli, e pareva avere sempre una gran fretta. Il giorno in cui Vico non è venuto, la maestra ha detto alla classe che sua madre era morta. Vorrei chiedergli perdono se allora non ho saputo stargli vicino. Avevo solo otto anni, e non sono riuscito a dirgli niente. Spero mi abbia visto al funerale, ero in fondo, in uno degli ultimi banchi. Non sono certo che mi abbia visto. Ma io c’ero! 
Dopo la morte di sua madre, il padre aveva ancora meno tempo. Vico ha iniziato a recarsi a scuola da solo. Ho notato che durante l’intervallo, per alcuni giorni non ha mangiato niente. Credo non avesse fatto in tempo a prepararsi la merenda. Ho iniziato ad incontrarlo per la strada, lui, tutto affannato con quella cartella troppo pesante. Abbiamo saltato e cantato insieme, fino al giorno in cui l’ho trovato sui gradini di casa mia. Mi ha sempre aspettato in silenzio e con pazienza, il mio amico. Lui è sempre stato lì, ha atteso i miei tempi. E io sono sempre stato in ritardo, anche adesso che vorrei dirgli queste cose . 
All’uscita di scuola, invece, suo padre veniva quasi sempre a prenderlo con un furgoncino bianco e scassato. Vico mi salutava con la mano e si arrampicava fino al sedile. Caro dolce, timido e leale Vico! 
Quando penso a lui e ai tempi della scuola, ricordo che in un giorno di sole, durante la ricreazione, avevamo gonfiato dei palloncini colorati per festeggiare l’arrivo della primavera. E’ un aneddoto di per sé infantile, che forse lui non vorrebbe ricordare. Dovevamo legarli tutti assieme, per poi lasciarli andare, liberi. Li avevamo gonfiati con una piccola pompa, seguendo le istruzioni della maestra. Ad alcuni bambini erano scoppiati prima del tempo, e si erano anche spaventati, ma io e Vico ci eravamo riusciti! Poi, proprio nel momento in cui dovevamo legarli, il mio amico è inciampato. C’è stato un grosso botto. Lui è corso a rifugiarsi in un angolo del cortile, emettendo un pianto che pareva essere inconsolabile e incontenibile. La maestra ha cercato di calmarlo, ma non aveva più palloncini. Dopo aver legato il mio, ed averli visti salire tutti quanti assieme, sono andato da lui, e gli ho detto di non preoccuparsi, che capita a tutti di cadere, che non era una cosa grave. Credevo che si fosse spaventato. Invece lui mi ha guardato e ha detto fra le lacrime - Non andrà più dalla mia mamma! - Lo ricordo come fosse ora. Quella fu l’unica volta che lo sentii parlare di sua madre. 
Dopo quel giorno, molte volte ho pensato a Vico e a quell’ episodio. Ero solo un bambino allora, egocentrico e leggero come solo i bambini possono essere, ma perché non ho capito l’importanza che lui aveva dato a quel palloncino? Vorrei chiedergli scusa. Avrei dovuto dargli il mio, avrei dovuto rassicurarlo e dirgli che sua madre lo vedeva sempre, e che non aveva mai smesso di accompagnarlo a scuola. Avrei dovuto dirgli che io c’ero, e che ero suo amico. 
Invece ho lasciato che il silenzio invadesse le nostre vite e che rappresentasse da sempre il nostro legame. Quel nostro speciale modo di non dirsi nulla e allo stesso tempo di dirsi tutto! Spero gli sia bastato, lo spero davvero. Lui non era il solo ad essere timido. Semplicemente, io lo nascondevo meglio. 
Ora sono trascorsi tanti anni. Non so nemmeno perché sto pensando a queste cose. Lui è diventato un pittore, ed è anche bravo! A volte, quando torno al paese, vado a trovarlo, vicino al Po. E’ diventato un uomo affascinante. So che è un bravo padre, lo vedo da come i suoi figli lo ascoltano mentre parla. Sua moglie è bella, è bionda. E prima o poi avrà anche il successo che merita, lo sento. 
Ripensando a noi bambini, mi sembra di ritrovare una certa ingenuità e linearità di pensiero. Da tanto tempo sento in me crescere il senso di colpa per essere stato a guardare. Penso sempre che dovrei dirgli tutto, una volta o l’altra, ma questo servirebbe soltanto a me, per scaricare la mia coscienza. So che lui non ne ha bisogno. Se potesse leggermi nel pensiero, sono sicuro che mi guarderebbe torvo e mi direbbe - Luca, ma sei impazzito?! Cosa vai a pensare? Dopo così tanto tempo! -. Lui non è un nostalgico, e non ama pensare al passato. In realtà ha sempre capito, ha sempre saputo. Ne sono sicuro. 
Nel mio soggiorno ho appeso il dipinto che mi ha regalato a Natale. E’ un mio ritratto, eseguito a carboncino su un semplicissimo foglio di carta. E’ molto bello! Il mio viso deve averlo ritratto da una foto che ci siamo fatti l’anno scorso, quando siamo andati insieme quel week end in montagna, con le nostre mogli e i nostri figli. Gli occhi però, i miei occhi, sono quelli di quando ero bambino. Veramente ci vedeva quella luce? E alle mie spalle, quasi volesse dirmi che lui c’è e che non devo mai avere paura della vita, ha accentuato, esasperandola, la mia ombra. L’ OMBRA. Guardo bene la sua firma, in basso a destra. VICO. E’ lieve, leggera, quasi discreta. La O è leggermente allungata, e termina con una linea sottile che scende verso il basso. Come un filo. Sembra un palloncino. 





Cristina Biolcati






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martedì 23 luglio 2013

"Amore nel sangue", di F. Andreozzi e V. Vescera: le mie impressioni.

Amore nel sangue si classifica con facilità fra i libri più belli che abbia letto nell'ultimo periodo. E' una storia che mi ha appassionato, che ho letto con vivo interesse, e questo interesse MAI, neppure per un secondo, si è assopito. Per me questa è una delle più importanti capacità che un vero scrittore dovrebbe possedere; una scrittura così ben strutturata, che procede liscia e fluida fino alla fine, è una scrittura assolutamente riuscita: consapevole, seria, decisa e che risulta anche essere in perfetta armonia con l'intera storia, perché quel ritmo spesso incalzante, il linguaggio a volte grave e la suspense di cui è intrisa la narrazione riflettono realisticamente il mondo della mafia.

La storia di Amore nel sangue, dunque, è una storia di mafia ambientata nella Palermo di fine anni 80.
Protagonisti della storia sono i membri della famiglia Romano, una famiglia potente, temuta e rispettata, che ha a capo il boss Don Mimmo. Al suo fianco il figlio Ciccio, l'amato nipote Angelo e una serie di altri fidatissimi. Si può dire che la "serenità" di questa famiglia verrà a un certo punto sconvolta dalla comparsa di una ragazza, Marilù, che legata sentimentalmente al figlio Ciccio porterà un'ondata di cambiamenti e stravolgimenti nella famiglia.

La capacità di tenere viva l'attenzione del lettore in questo libro si accompagna piacevolmente alla capacità di sorprendere. Più che di suspense, infatti, a pensarci bene è di sorpresa che parlerei. Le situazioni sanno capovolgersi in un modo che difficilmente puoi immaginare. I tasselli vanno al posto uno per uno, e piano piano si ricollegano eventi, situazioni, parole, spesso lasciando spazio allo stupore.

La vita di una famiglia di mafiosi viene descritta in maniera meticolosa, realistica. Valori di vitale importanza sono il rispetto, l'onore, la famiglia e su questi si fa incessantemente leva. Poi l'amore, la protezione, il desiderio di supremazia e di potere, lo stravolgimento interiore, la passione e la gelosia. Una storia messa su con convinzione, maestria, determinazione. Non ci sono momenti di esitazione, né punti morti, mai.
La storia è narrata con un presente incalzante, che fruga nelle situazioni ma anche e soprattutto nelle menti, nei cuori, nell'intimità dei personaggi. Personaggi descritti sin troppo bene, di cui possiamo sentire le voci, vedere i volti, percepire i sentimenti.

La prima cosa che ho pensato di questo romanzo, già dopo i primi capitoli, è che sarebbe adatto anche come sceneggiatura di un film. Le scene sono descritte talmente bene, così minuziose di dettagli, che ti sembra di essere di fronte allo schermo di un televisore. Puoi vedere chiaramente personaggi, colori, paesaggi, luoghi, scene, percepire rumori e timbri di voce, sentire odori. Scrittura e immaginazione camminano a braccetto, risultato di ottime scelte stilistiche e narrative.

A rendere ancora più reale il tutto, poi, come accennavo prima il linguaggio e l'uso di certe espressioni. I dialoghi fra i personaggi sono spesso e volentieri intrisi di elementi del dialetto siciliano. A volte, sebbene in pochissimi passaggi, facevo fatica a capire che cosa si stesse dicendo, in prossimità di termini a me sconosciuti, e dovevo rallentare la lettura per interpretare meglio il messaggio, ma si è trattato di pochi rapidi istanti. Non si può dire che l'uso del dialetto nei dialoghi (non in tutti, ovviamente, ma c'è spesso la comparsa di parole o espressioni tipiche) non sia stato una scelta adeguata: senza questa scelta la storia avrebbe perso in realismo, e non si può immaginare di vedere un film su Cosa Nostra senza sentire gli attori esprimersi in siciliano. La stessa cosa credo valga per un libro. La scelta è stata voluta, meditata... e azzeccata. Dopo un attentato alla famiglia, per esempio, sarebbe improbabile e molto meno realistico e d'impatto sentire il boss indagare chiedendo ai fidatissimi: "Chi è stato?". Le autrici preferiscono di gran lunga usare l'espressione "Cu fu?" e conferire in questo modo un pizzico di doveroso realismo. Pur non essendo siciliana, in prossimità dei dialoghi lo diventavo inevitabilmente: veniva davvero spontaneo leggere le battute dei personaggi con il loro incomparabile accento! :)

Per quanto mi riguarda, le due autrici hanno superato la prova con ottimi risultati. Amore nel sangue è una storia che entra dentro, che resta impressa, che racconta la mafia ma anche l'amore, che racconta il sangue ma anche la speranza e l'innocenza, che in alcuni passi si ispira alle vicende legate a Giovanni Falcone e che sa indagare la dimensione intima dei personaggi con una meticolosità e una profondità degne di nota.

Bravissime Fabiana e Vanessa!





Simona



lunedì 22 luglio 2013

"Bancarelle letterarie" e le mie impressioni su "Baci da Malibu" di Marian Keyes e "Voltiamo pagina" di Jane Green.

Un giorno di diversi anni fa (due? tre?) acquistai alcuni romanzi in un mercatino e scoprii in quell'occasione il fascino dei libri dati a pochi euro, aggrovigliati disordinatamente su una bancarella spesso poco invitante rispetto a una bella libreria profumata di pulito. 
I libri erano tutti particolarmente ammassati, disposti senza un filo logico, si capiva a malapena quale fosse il confine che separava i grandi classici dai romanzi contemporanei. Le edizioni erano tutte abbastanza scadenti, le copertine mediocri, molti titoli praticamente sconosciuti. 
Nella confusione che regnava sovrana sulla bancarella, tuttavia, trovai qualcosa che faceva al caso mio, un libro che mi è davvero piaciuto tanto, Cioccolata per due, di Lolly Winston. Ve ne parlai in questo post un po' di tempo fa, una lettura molto piacevole.
Aver scoperto che anche in un mercatino apparentemente dall'aria poco invitante si possono trovare dei libri di piacevole compagnia mi ha ovviamente spinta ad acquistarne altri, così ogniqualvolta mi trovo nelle vicinanze di un mercatino o di una fiera, non mi lascio mai sfuggire l'occasione di dare un'occhiata in mezzo alle cataste di libri di certe "bancarelle letterarie"! Così nel tempo ne ho accumulati degli altri, fra cui ci sono anche Baci da Malibu di Marian Keyes e Voltiamo pagina di Jane Green di cui vi parlo oggi.
Li presi insieme (a pochissimi euro!) e mi ricordo che fu una scelta rapidissima, di un battibaleno, non poteva essere altrimenti con il mio ragazzo che già brontolava all'idea di dover attendere un'eternità (Simona di fronte ai libri è come la Simona dei negozi di abbigliamento e di make-up: lui non è un grande sostenitore dello shopping, e soprattutto dello shopping in rosa :D!), ma le copertine e i titoli mi ispiravano tantissimo: sentivo di aver fatto la scelta giusta.

Fra i due, comunque, ho preferito di gran lunga Baci da Malibu. Una storia semplice, niente di eclatante, una lettura distesa (forse alcuni la definirebbero piatta), senza troppi accadimenti sconvolgenti, una storia che si sa dove va a parare ma comunque ti appassiona (forse alcuni la definirebbero scontata e prevedibile). Per me è stata una lettura piacevole, mi interessavo sinceramente alle vicende di Maggie che, allontanatasi dal marito dopo aver scoperto il suo tradimento, approda a Los Angeles dalla sua amica e riscopre se stessa e una vita troppo dimenticata, ed è attraverso una serie di flashback e di riflessioni che Maggie ci informa della sua vita, del suo matrimonio, delle possibili cause che lo hanno portato allo sfascio. Una lettura rilassante, che non pretende di mettersi in classifica, una lettura che sembra nata con il solo intento di accompagnarti piacevolmente per qualche serata. 

Voltiamo pagina, invece, mi ha annoiata da morire. Non vedevo l'ora di leggerlo perché lo associavo facilmente a Baci da Malibu, avendoli acquistati in coppia, ma di Baci da Malibu, secondo me, Voltiamo pagina non ha neanche l'incipit. 
L'ho iniziato a leggere in spiaggia un paio di settimane fa e l'ho concluso l'altra sera sdraiata sul mio letto prima di addormentarmi (in realtà stavo per addormentarmi ancor prima di concluderlo... tanto poco la lettura riusciva a intrigarmi!). A dire il vero non sono assolutamente in grado di darvi un parere ragionato su questo libro perché - lo ammetto - molte parti della storia le ho praticamente saltate. Quella domenica in spiaggia i primi capitoli mi erano sembrati carini. La vicenda si apre con una descrizione abbastanza dettagliata e interessante di uno dei principali personaggi di questa storia - Portia - ma i capitoli a venire sono stati per me una noia mortale. Ho trovato una protagonista (di cui non ricordo il nome, sigh!) abbastanza priva di carattere e di personalità, una protagonista-non-protagonista (sembrano protagonisti tutti gli altri tranne lei) di cui è facile dimenticarsi (ah sì, si chiama Cath o qualcosa di simile, ma giuro che di lei mi è rimasto poco e niente). Ho trovato, inoltre, che l'autrice abbia inserito un sacco di scene piatte, senza alcuno slancio, che non entusiasmano affatto e che sembrano avere il solo compito di "diluire" il racconto, di allungarlo, di fare da collante fra un episodio e l'altro.
Vorrei tanto poter dire che un giorno, magari, gli darò una seconda chance, ma dopo questo primo tentativo fallito dubito che riprenderò in mano questo libro. I libri sono tanti e il tempo è breve: preferirei leggere libri mai incominciati!





Buona giornata,

Simona



sabato 20 luglio 2013

Invia il tuo racconto: una vetrina in più per gli scrittori in erba!




Ciao a tutti!

In questi ultimi mesi ho visto alcuni blog/siti lanciare un'iniziativa interessante che consisteva nel dare spazio ad autori e amanti della scrittura, attraverso la pubblicazione sul proprio sito dei racconti ritenuti più meritevoli
Ora che mi sono liberata degli esami, ho finalmente il tempo per lanciare anch'io un'iniziativa simile!

Questo blog si occupa, fra le altre cose, di promozione e ha particolarmente a cuore la scrittura e gli autori emergenti, ed è quindi arrivato il momento di aprire un'ulteriore vetrina attraverso cui, se lo vorrete, potrete far conoscere il vostro talento nella scrittura!

Se volete partecipare e veder pubblicato il vostro racconto sul mio blog, vi invito calorosamente a leggere quanto scritto qui di seguito.

  • I racconti devono essere inediti non devono superare le due cartelle (circa 3600 caratteri spazi inclusi);
  • La valutazione dei racconti ricevuti terrà conto di tutto: contenuti, struttura, sintassi, ecc. Sarà quindi una valutazione attenta, scrupolosa e assolutamente imparziale;
  • Se il tuo racconto sarà selezionato e ritenuto valido per la pubblicazione sul blog, verrai contattato sull'indirizzo e-mail che fornirai nel modulo di compilazione;
  • I racconti selezionati verranno pubblicati sul blog in una sezione apposita dove resteranno visibili, e gli autori, se lo vorranno, avranno la possibilità di rispondere a un'intervista;
  • Il tema dei racconti è assolutamente libero, così come la scelta del genere di appartenenza.

Infine, è possibile che più tardi, una volta accumulato un numero soddisfacente di racconti, verrà lanciato un mini-concorso (sempre previo consenso degli autori) che sottoporrà i racconti a votazione. Tutti i dettagli saranno stabiliti a tempo debito.





Per inviare il tuo racconto,





Per qualsiasi info, scrivi a alamuna@gmail.com.





Simona



venerdì 19 luglio 2013

"Le nostre distanze", di Angela Bianchini.

Mi chiedo come abbia potuto non parlarvi mai di questo libro! 
Le nostre distanze non è un libro qualsiasi, ma è il mio libro preferito, quello in cima alla lista, l'unico, inoltre, che io abbia letto tre/quattro volte e che abbia ancora voglia di rileggere (e che rileggerò per certo, oggi stesso!). 
Non so perché non ve ne abbia mai parlato, forse una ragione potrebbe essere questa: non troverei parole abbastanza adatte per descriverlo, perché a questa lettura sono legate sensazioni impalpabili; ma oggi ho deciso di provarci.
Probabilmente non lo avrei mai letto se la docente di Letteratura Italiana del mio corso di laurea triennale, nel lontano 2008, non lo avesse adottato come lettura obbligatoria per l'esame. 
Lettura obbligatoria... ah, per fortuna che c'è stata! :)

Mi sono innamorata subito di questo libro, sin dall'incipit, sin dalla prima apparizione del professore Lowenberg nel primo capitolo, sin dalle prime descrizioni così minuziose in questo libro che sembrano niente meno che reali. L'amore nei confronti di questo romanzo, lo giuro, non è l'amore per un romanzo qualsiasi, è un amore che non so... definire. 
Indefinito: è un aggettivo che dopotutto potrei usare molto spesso in questo post, giacché di indefinito in questa storia sembra esserci praticamente tutto, a partire dallo stesso modo in cui è raccontata, quel senso di irrisolto che non ti abbandona mai, che ti rende un po' inquieto ma al tempo stesso ti conquista e ti intriga, che ti porta delle domande e poi non si è mai del tutto certi di aver trovato le risposte. L'autrice padroneggia benissimo questo modo un po' incerto e non del tutto nitido di dire le cose, spesso le lascia immaginare, intuire, non è completamente diretta, l'intero racconto è intriso di un'aura irrealistica e magica. Una scrittura elegante, raffinata, indefinita, che racconta una storia sospesa chissà dove e chissà quando, in un luogo ben chiaro, ben caratterizzato, che è l'Università americana di Aubrey, ma che pure sa essere avvolto da un'atmosfera vaga e incerta, e in un tempo quasi astratto, passeggero, che non appartiene a nessuno. 

La storia è ambientata negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando la giovane Linda ha dovuto abbandonare l'Italia, i suoi parenti e i suoi affetti, per rifugiarsi in America a causa delle leggi razziali. E qui, all'Università di Aubrey, fa gli incontri più disparati, ma quello che resterà impresso nella sua mente e nelle nostre è certamente quello con il professore austriaco Lowenberg, anche lui fuggito dall'Austria. Una conoscenza magica, surreale, descritta con un'intensità che fa rabbrividire, e con la solita aura indefinita che la rende ancora più intrigante, con questo lasciar vagamente trapelare una complicità spirituale rara e preziosa, mantenuta distante per forza di cose, formalizzata attraverso l'uso costante del lei.
Ci dev'essere un forte interesse da parte di Linda nei confronti di questo personaggio singolare, ma non è mai totalmente espresso. Lei è innamorata, sì, eccome se non lo è, del professore Lowenberg, lo è della sua intelligenza, della sua saggezza, delle sue parole, forse anche del suo fisico, che inevitabilmente risente del riflesso del suo spirito. Ma è un amore platonico, o forse al contrario è un amore che si consuma piano piano nelle parole e nelle conversazioni. Dopotutto l'amore che cos'è? Mi pare tanto indefinito anche lui, non sono certa che con la parola amore sia possibile definire un sentimento univoco, distinguibile. Ce ne possono essere diversi, di vario genere, consumati in modi differenti. 

Volete capire perché continuo a parlare di indefinito? E che cosa intendo con questo? Qualsiasi frase, qualsiasi cosa, qualsiasi scena, persona o episodio che entra in questo libro, mi sembra imprecisato, sfumato, sfuggente... A mio modesto parere è ciò che conquista maggiormente. Io, almeno, sono stata rapita dallo stile della Bianchini!

Vogliamo capire qualcosa dell'Università di Aubrey? Ecco come la Bianchini ce la descrive per la prima volta, dando voce alla protagonista Linda con la prima persona:

Che cosa fosse, esattamente, quel luogo, avevo difficoltà a comprendere, tanto poco ad esso mi avevano preparato le scuole e i marmi della mia giovinezza. Il verde ravviato della pelouse, i sentieri ombrosi che tagliavano il grande quadrangolo, incrociandosi da tutte le parti, si perdevano giù giù fino a una cintura di bosco che ancora non conoscevo. Pareva un parco, o anche un giardino, e qua e là aveva l'incolto, l'imprevisto e l'intimo di una proprietà privata. Non seppi mai con esattezza quali fossero i suoi confini: volevo Aubrey avulsa dalla città, lontana, un altro mondo, insomma, che mi pareva di avere il merito di aver scoperto da sola.

Accennando ai vari personaggi che la protagonista ha conosciuto in questa storia, ecco che la Bianchini scrive:

La verità è che non ebbi mai la sensazione che mi fossero presentati formalmente. Fu piuttosto come se fossero sorti dal paesaggio, o prendessero forma agli angoli dei corridoi: mimetizzati con il chiarore dei prati o con l'oscurità un po' umida dei sottosuoli. A fatica li distinguevo. 

E la prima volta che Linda vede Lowenberg, durante la prima lezione universitaria con il professore, lui è in questi termini che viene descritto:

Quando entrò, con l'alta pila di libri e di carte, tenuta ferma dal mento, ci fu più poco tempo per riflettere. Era immenso, quel giorno, e come travolto da un vento sconosciuto, che gli avesse scompigliato i lunghi capelli, allora tra grigi e bianchi, scomposto il colletto, messa per storto la gran giacca di tweed che, più che rivestirlo, sembrava si appoggiasse appena sulle spalle larghe, sul gran torace, sulle braccia che non finivano più. Un odore sottile di fumo, di cenere rappresa, di libri ingialliti esalava non tanto dalla sua persona, che non riuscivo neppure a distinguere, quanto dalla sua personalità, dalla sua stessa esistenza.

Linda, come notiamo, spesso non riesce a "distinguere" le persone, le cose, i sentimenti. Ed è spesso e volentieri così, in molti punti della storia. Forse amo così tanto questo racconto perché, in fondo, mi sento molto simile a lei, in questo non riuscire a distinguere mai perfettamente i confini delle cose.

Mi ossessionò tutto il giorno l'idea della fine e dell'inizio delle cose, di come si concatenino gli avvenimenti, e non si riesca mai a chiudere veramente nulla, e rimangano incerti e sfrangiati i bordi delle nostre esperienze e delle nostre vite.

La narrazione si apre con un momento triste, tuttavia: la rievocazione di Lowenberg nel suo ultimo giorno di vita, nonché nel suo ultimo incontro - verbale e spirituale soprattutto - con Linda.

- Ricorda Ted? - diceva Lowenberg. - Ricorda Aubrey? - Avrebbe potuto dirmi: ricorda il tempo sospeso di quei giorni? la collina d'America in un mondo di guerra e quel che speravamo, con poca vera speranza? Il curioso peso dei nostri ricordi non veramente comuni che nelle grandi aule, negli alti corridoi, non riuscivano a prendere quota, e morivano stanchi ai piedi di creature indifferenti, di coloro che non avevano perso case né famiglie, che non avevano ville sui laghi d'Austria e sotto quel cielo a noi estraneo avevano trascorso tutta l'esistenza? Ricorda lo sgranare lento di quelle ore, scandite dal carillon della torre, sui grandi prati, dietro lo sbaraglìo della neve del Natale della nostra solitudine, quando, al di là dell'Oceano, potevano esser morti tutti, o sepolti?

L'immensità della persona di Lowenberg trapela praticamente in ogni momento e da ogni parola, e dalle stesse descrizioni della Bianchini. Un uomo immenso di cui è facile innamorarsi, se non altro per il suo grande spirito. Potenzialmente tutti potremmo desiderare un Lowenberg nella nostra vita.

"Non crede [...] che dipenda da un fatto molto semplice, elementare, direi quasi umiliante, che lei non abbia abbastanza, come si dice? Bagaglio, sì, bagaglio? Spirituale, si capisce. E' come se lei, per come è nata, come è stata educata, per la sua gioventù, e forse per qualche altra cosa, sia partita un po' sprovvista. Vede, si può anche non possedere nulla, di materiale, voglio dire, ma è quel poco che portiamo con noi che determina il posto che noi scegliamo, il luogo dove metteremo la tenda. A lei sembra di esserci capitata per caso, qui, di non essere al posto suo: il posto, infatti, quasi sempre è quello che finiscono per darci gli altri. Capisce? Ma con il bagaglio, con questi, - e additò i libri - si finisce sempre per sapere dove si è."






Simona
  

giovedì 18 luglio 2013

Segnalazione: "Il mercante di perle", di Luca Novello.




Il Mercante di Perle è il nuovo romanzo di Luca Novello. Avete già sentito parlare di lui nel mio blog perché l'ho intervistato a proposito del suo primo romanzo L'ultimo tramonto a Bangkok, del quale avevo scritto anche una recensione
Come si evince dalla mia recensione, è stata una lettura che mi ha entusiasmato e ora sono molto curiosa di leggere il suo secondo lavoro!
Uscirà il prossimo 23 luglio per la 0111 Edizioni, manca poco ormai!

Sulla pagina pubblica di Luca Novello ho trovato anche un articolo molto carino che lo riguarda e mi ritrovo nelle prime righe, dato che anch'io provo una certa ammirazione verso i vecchietti e la loro saggezza. Qualcosa mi dice che Il mercante di perle non mi resterà indifferente!
Ma staremo a vedere... lo leggerò sicuramente per poi farvi sapere che cosa ne penso.


Clicca sull'immagine per ingrandirla!

Per finire, vediamo la trama di questo nuovo romanzo.

"Cina XVI secolo. Un imperatore spietato miete vittime tra il suo popolo, incurante dei mali del mondo, e affidandosi alla protezione dei Draghi, le divinità del regno, rincorre il sogno della vita eterna. Cinquecento anni dopo, in Italia un vecchio vive nell’unica speranza di morire e andarsene in pace. Un destino assurdo, guidato da un’antica leggenda, unisce questi due mondi apparentemente lontanissimi, dove si incrociano le vite di Leo, il protagonista, di Max, quelle di alcuni amori passati o mai nati, come Alina, Marta, Elena, Cristina, e le vite di Donnah, Angie, Johan, Richelle, prostitute in cerca dell’amore. Nella disperata fuga dalle proprie origini, ognuno di loro dovrà fare i conti con la verità che li persegue. Una storia d’amore, di sesso, di sogni, profezie e scelte, raccontata attraverso i ricordi di un vecchio innamorato e ormai stanco di vivere."


Non mi resta che augurarvi buona lettura!
Il libro esce il 23 luglio, tenete d'occhio il sito della casa editrice QUI.





Simona





mercoledì 17 luglio 2013

"Fai bei sogni", di Massimo Gramellini

Conoscevo Gramellini solo di nome e non avevo ancora letto nessuno dei suoi libri. Quando ho preso in mano "Fai bei sogni" e ho incominciato a leggere le prime parole, non sono più riuscita a staccarmi: dritta fino alla fine.
E' stato uno di quei libri che leggevo pensando "Quest'uomo è fantastico, questo scrittore è incredibile". Pressappoco ogni frase mi rapiva.
Una capacità davvero grande di emozionare e di far riflettere, una scrittura che non mi sembra per niente scontata, un'abilità incredibile a mescolare drammaticità a un pizzico di ironia e di leggerezza. Questa, in particolare, è una caratteristica che ho sempre apprezzato, non solo nei libri ma anche nelle persone e nella vita in generale - quella capacità di ironizzare e alleggerire anche le situazioni più drammatiche. Perché la storia che racconta Gramellini è una storia drammatica, per essere più precisi è la sua storia drammatica. Gramellini si racconta con il sorriso tipico di chi, in età adulta e superati i demoni del passato, riesce finalmente a ritrovare se stesso e a rispondere a delle domande di vitale importanza. La storia di un bambino che troppo presto perde la sua mamma, che troppo presto deve fare i conti con la vita, e con il fatto che un amore così profondo, intenso come sa essere quello di una madre non potrà mai più fare ritorno. E potrà amare altre donne, sì, probabilmente potrà essere amato da altre donne, ma mai nessuna potrà dargli quell'amore naturale che ha perso per sempre. 
Ma nessuna compassione per il piccolo Gramellini, e fra una frase e un'altra sfugge sempre un sorriso, a volte perfino una sana risata.
Finale inaspettato, poi, che ribalta la situazione proprio come succede nei migliori romanzi di fantasia!
Uno dei miei libri preferiti in assoluto.

Ecco una delle tante frasi degne di citazione di questo libro:
Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia  e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione.

Vi invito calorosamente a seguire la puntata di "Le Invasioni Barbariche" in cui Gramellini viene intervistato su "Fai bei sogni", credo proprio che valga la pena di guardarla. :)





Simona




martedì 16 luglio 2013

Romanzi in sospeso: il piacere di rimettersi a leggere.


Sto leggendo diversi libri e non appena avrò concluso vi riporterò le mie impressioni. 
Nel periodo in cui ho intensamente studiato per gli ultimi esami avevo praticamente messo da parte anche il mio e-reader. Spesso e volentieri lo studio mi teneva china sui testi fino a tarda ora, tanto che poi, una volta a letto, l'unica cosa che desideravo era sprofondare in un sonno profondo! Non c'era tempo per la lettura, ma soprattutto non avevo la testa di rimettermi a leggere, la mia mente si rifiutava categoricamente di ingoiare altre parole! Per un breve periodo di tempo ho anche avuto il coraggio di sostituire i libri con un giochino idiota trovato sul mio cellulare, ovvero "Super Jewel Quest" :P: ma qualsiasi cosa andava bene pur di distrarmi!
Non vedevo l'ora di concludere gli esami anche per riprendere in mano quelle letture che avevo lasciato in sospeso. Già il giorno stesso in cui ho sostenuto l'ultimo esame ho finito due romanzi tutto d'un fiato e ho scritto le relative recensioni... Insomma, sono molto contenta di essere tornata nel mondo dei comuni mortali e di potermi finalmente concedere "qualche" deliziosa lettura!
Prima di finire gli esami, dicevo, ne avevo lasciati diversi in sospeso. Ho l'abitudine, infatti, di incominciare e portare avanti più letture contemporaneamente. 
Avevo lasciato in sospeso "Seta" di Baricco, "Il giorno prima della felicità" di Erri De Luca, "Sulla strada" di Jack Kerouac e inoltre un libro che non credo porterò a termine perché mi ricordo che non mi stava entusiasmando per niente, ovvero "Ho cercato il tuo nome" di Nicholas Sparks. L'altro giorno in spiaggia, invece, nonostante tutti i libri già iniziati :P, ho preso a leggere "Voltiamo pagina" di Jane Green. Inoltre, nel mio e-kindle da qualche giorno è arrivato anche un nuovo romanzo, stavolta di un'autrice esordiente, "Un inverno a Klamath Falls" di Silvia Giaccioli, un libro che ho visto parecchio circolare in rete e che mi ha colpito per la copertina e il titolo, vedremo se la lettura sarà all'altezza delle mie aspettative. A tutti questi se ne aggiungono altri due le cui autrici emergenti aspettano una recensione, ovvero "Amore nel sangue" di F. Andreozzi e V. Vescera e "Cara cognata ti odio" di Corinne Savarese.
A ogni modo, nei prossimi giorni li finirò tutti perché ne ho tantissimi altri da leggere!! Ho un e-reader praticamente pieno zeppo di titoli, non riuscirò mai a leggerli tutti. Ce ne sono troppi, poi, che mi ispirano da morire e che vorrei incominciare subitissimo, ed è una tortura dover aspettare per poterli leggere... ma purtroppo non posso leggerne duecento tutti insieme! Bisogna finirne uno e poi incominciare l'altro... C'è davvero l'imbarazzo della scelta!

Ah, in tutto questo, l'altro giorno, dopo tanto tempo, finalmente mi sono messa a scrivere. Ne è venuto fuori un capitolo di un possibile terzo romanzo, ma non ho idea di quale sarà il suo destino, anche perché al momento più che scrivere un romanzo devo pensare alla tesi! 
E a proposito di tesi, fra due ore ho appuntamento con la relatrice, quindi... corro a prepararmi! 




Buona giornata,



Simona



mercoledì 10 luglio 2013

Lanty&Cookies, di Tiziana Iaccarino - in collaborazione con Hanul.

Lanty&Cookies è il particolare titolo di una commedia romantica scritta da Tiziana Iaccarino. Sono certa che molti di voi conosceranno Tiziana, un'artista a tutto tondo, che disegna, scrive, si appassiona d'arte in ogni sua forma e si impegna nella promozione degli autori emergenti, degli artisti e della creatività.
Prima di Lanty&Cookies, ha pubblicato ben tre romanzi (Un barlume di speranza, Le catene del potere e Sulle orme della notte), ma Lanty&Cookies è la sua prima commedia romantica e devo dire che Tiziana ha dato un'ottima prova del suo talento anche cimentandosi in un genere per lei completamente nuovo!
La vicenda è intrigante, ben strutturata, fornisce al lettore la giusta dose di suspense, ci fa conoscere bene la protagonista che, com'è spesso tipico delle commedie romantiche, narra in prima persona le sue bizzarre vicende. 
Lanty è una stilista di gioielli e accessori, ha accanto a sé collaboratori e professionisti di alto livello, e un marito che è nella sua vita da ben dieci anni e con il quale le cose, ultimamente, non sembrano andare alla grande. 
Inizialmente, Lanty sembra particolarmente concentrata su un solo obiettivo: cercare di ridare un po' di brio al suo matrimonio che, come spesso accade dopo molti anni, sembra essersi lasciato andare un po' alla noia e alla routine. In particolare è il sesso che le manca: le scoccia ammetterlo, ma nell'ultimo anno i due non hanno più avuto incontri amorosi. Ed è proprio allo scopo di riportare la passione nella coppia che, almeno inizialmente, Lanty si concederà del tempo per escogitare dei "piani passionali" che, a dirla tutta, non avranno poi un grandissimo successo! 
Di fronte ai continui rifiuti del marito, alla sua disattenzione, alla sua incapacità di cogliere i "segni" che sua moglie gli mette davanti agli occhi, Lanty incomincerà ad avere dei sospetti. Che cosa ci sarà dietro? Sarà forse il caso di preoccuparsi, di sospettare un tradimento? Lanty è decisa a capire. 
La sua amica, nonché collega Daniela, sarà una figura essenziale: la aiuterà a scoprire una verità che va al di là di ogni possibile sospetto.

Ma questo non è solo un libro di cui consiglio vivamente la lettura. Questo romanzo ha qualcosa in più: per scriverlo, Tiziana si è ispirata a una persona di sua (e di mia :D) conoscenza, ovvero mia sorella, in qualità di Hanul. Come di sicuro vi ricorderete, Hanul è il nome dell'attività di mia sorella - Daniela - che produce oggetti/accessori tutti rigorosamente artigianali, lavorati e dipinti a mano (giusto per delucidarvi, leggete questi post!). Nella vicenda raccontata da Tiziana, infatti, la protagonista Lanty ha una fidata collaboratrice che si chiama proprio Daniela e, com'è chiaro, si è ispirata alla "vera Daniela" per creare questo personaggio! Così, fra una battuta e l'altra, fra una scena e un'altra, nella narrazione emergono talvolta un bracciale, una collana, un articolo di arredamento lavorati da Hanul! :))

La splendida copertina, invece, è stata realizzata da un'altra artista, che si chiama Melinda Mazza, e... che dire? E' chiaro che Tiziana sia una grande sostenitrice dell'arte :).

Ma... c'è di più: Tiziana, che praticamente non riesce mai a stare ferma e la si vede spesso e volentieri lanciare iniziative a destra e a manca :D, ha appena indetto un mini-concorso che mette in palio esattamente dei GADGET realizzati da Hanul. Partecipare è più che semplice, perché è necessario solamente leggere il romanzo - disponibile solo in formato e-book (e-kindle, scaricabile da Amazon a un prezzo praticamente nullo - solo 1 Euro) - e lasciare un commento o una recensione sulla bacheca dell'Evento Facebook.

Non preoccupatevi, vi lascio tutti i link necessari:
- Acquista l'e-book a questo link: costa soltanto 1 EURO!;
- Accedi alla bacheca Facebook dell'Evento e partecipa anche tu;
- Pagina di Hanul per ammirare tutte le sue creazioni!





Simona





martedì 9 luglio 2013

Il mondo dopo te, di Laura Bellini: le mie impressioni.

È da un po' che non mi dedico ai libri e alle recensioni! Come ormai molti di voi sapranno, sono stata impegnata con la preparazione dei miei ultimi esami universitari (con i quali ho chiuso definitivamente oggi!!!) e così, un po' per mancanza di tempo, un po' perché non ci stavo con la testa, ho volutamente messo da parte l'attività del blog. 
Ci sono quindi alcuni libri di cui avrei dovuto parlarvi già da qualche mese, ma sono certa che gli autori sapranno perdonarmi! :) 

Così da oggi riprendo a parlarvi anche di libri, partendo da Il mondo dopo te, di Laura Bellini, pubblicato dalla Butterfly Edizioni
Da leggere assolutamente se vi piace il genere Fantasy - e non solo! Per quanto mi riguarda, devo ammettere di non essere molto attratta dal genere Fantasy, ma ultimamente mi capita sempre più spesso di leggere libri appartenenti a generi da cui solitamente non sarei attratta e di trovarli invece molto carini! Questo mi fa capire che è sbagliato crearsi dei preconcetti: la vita sa sempre come stupirci!
Il caso Il mondo dopo te spiega benissimo questo concetto. Appartiene a un genere che di solito non mi attrae, ma la lettura non è stata per niente male!
Innanzitutto, a mescolarsi alla storia di fantasia c'è anche una storia di sentimenti. Questa storia assume due nomi: Luca e Aidan. Due personaggi ben caratterizzati, che hanno in comune una cosa: l'amore profondo nei confronti della protagonista, Hope. Solo un "piccolo" dettaglio li rende molto diversi: Luca è un umano, ama Hope di un amore incondizionato, la segue nel suo folle viaggio senza chiederle nulla, fidandosi di lei, tenendole la mano; Aidan appartiene al mondo degli dei, è il re che le è stato promesso in sposo, una figura praticamente fondamentale che aiuterà Hope nel perseguimento del suo obiettivo. 
Hope invece è a metà fra i due mondi: lei appartiene al mondo degli dei, ma - come tutti i suoi simili - è stata mandata sulla terra per una specie di "apprendistato". Ed è qui che Hope capirà di non voler lasciare la Terra, è qui che intraprenderà un viaggio unico insieme ai suoi lettori che, a mio modesto parere, la seguiranno volentieri fino alla fine. Il suo viaggio avrà a che fare con un compito molto importante: salvare il Pianeta Terra dalla furia degli dei, salvare il genere umano, considerato l'unico e il solo colpevole della rovina del nostro pianeta. Gli dei non credono più negli uomini, hanno perso ogni briciola di fiducia nei loro confronti, e ora intendono distruggerli. 
Solo Hope conserva delle profonde speranze, conosce la Terra e la sua popolazione, sa che non tutti meritano di essere distrutti, sa che in fondo all'uomo si nascondono sentimenti buoni. Non intende abbandonare gli umani al loro tragico destino. 
Laura ha un'ottima capacità descrittiva, il linguaggio è a tratti anche romantico, la struttura narrativa rende la lettura scorrevole e intrigante, con questo alternarsi di passato e presente, con questo lasciarci conoscere i personaggi mano a mano, svelandoci poco a poco le verità, facendoci sorseggiare la vicenda come un buon bicchiere di vino, pochi sorsi alla volta, e ben dosati. Ci racconta di una Hope giovane ed energica, ma ci apre la scena facendocela vedere nella sua vecchiaia, seduta sulla panchina di un parco a osservare, malinconica e felice al tempo stesso, i suoi nipotini che giocano. Accanto a lei Aidan, che le farà riaffiorare alla mente le paure, la gioia, le emozioni legate a un'avventura che avrà segnato per sempre la sua esistenza.
Consiglio Il mondo dopo te perché è una lettura intrigante, un inno all'amore per la natura e per la terra, un Fantasy dai connotati molto particolari, che piacerà anche a chi, come me, non si sente molto attratto dal genere :). 




Simona





mercoledì 3 luglio 2013

Manca sempre qualcosa...

Si ottengono spesso molte cose nella vita, ma non sempre sono sufficienti. Anzi, non lo sono quasi mai. Ho ottenuto molte cose, ma sento che mancherà a lungo l'affermazione nella società, un ruolo mio, un lavoro che mi soddisfi, che abbia a che vedere con gli studi compiuti. Mi manca la capacità di farmi scivolare i gesti, le parole. Sono due delle mille cose che servono per essere felici. La possibilità di essere qualcuno, di affermarsi attraverso la moltitudine, guardando negli occhi del simile, riconoscendosi a vicenda, chiedendo inconsciamente un sì riguardo al tuo valore. 
All'uomo manca spesso qualcosa. Non è forse, in fondo, sempre in vena di cercare? Cerca qualsiasi cosa in ogni momento della vita: cerca un lavoro, un futuro, la persona della sua vita, la voglia di fare, un periodo di relax, la tranquillità, l'amore, l'affetto, le certezze, cerca le chiavi di casa, gli occhiali da sole, la tessera elettorale, cerca di imporsi un obiettivo, e di raggiungerlo, di diventare qualcuno, di essere utile, di vendicarsi, di conquistare, di dimenticare, cerca se stesso, la felicità, cerca delle risposte, il sonno nella notte, la lealtà delle persone, di capire la vita, di farcela, di realizzare qualcosa, di piacere agli altri, cerca una stella cadente la notte di San Lorenzo, una lucina nel cielo che gli conceda la possibilità di esprimere un desiderio, e anche quel desiderio è una ricerca, desidera quello che vorrebbe trovare, cerca di nascondersi, o di farsi notare, cerca i valori perduti, o una persona che creda in lui. 
Penso che l'uomo sia sempre, grossomodo, alla ricerca di qualcosa e che spesso lo faccia nel modo più inconsapevole, senza neppure rendersene conto. Dopotutto, è probabile sia il senso della sua stessa esistenza.
La mancanza è, paradossalmente, sempre presente. Laddove esiste un vuoto, la mancanza lo riempie. La mancanza che si trasforma in incessante ricerca: non ci rende mai passivi.










Simona



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