Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10), "Sei dove sussulta il cuore" (nuovo romanzo, settembre 2017).

venerdì 23 novembre 2012

Recensione: "Morire dal ridere", Antonietta Usardi

Leggete “Morire dal ridere”, edito dalla 0111edizioni e scritto da Antonietta Usardi. Leggetelo, non lasciatevi sfuggire questa lettura estremamente piacevole e originale!
Una trama decisamente ricca nei contenuti e nel significato, dove l’autrice affronta in maniera leggera, servendosi abilmente anche di un piacevole senso dell’ironia, un tema certamente non felice: quello del suicidio, nonché della depressione e di tutti i tristi sentimenti che possono condurre un individuo a compiere il famigerato estremo gesto.
Il libro mi è particolarmente piaciuto, ho finito di leggerlo nel giro di un’ora o poco più, anche perché la sua lunghezza lo permette (120 pagine in big-C, caratteri grandi, per una lettura facilitata per gli ipovedenti). E comunque non mi sarei mai fermata, non mi sono fatta distrarre né interrompere da niente e nessuno, perché questa lettura meritava tutta la mia attenzione.
Devo essere sincera, il Noir è un genere che non ho mai “frequentato” e, a dirla tutta, la copertina di questo libro non attirava moltissimo la mia curiosità. Alla fine della lettura, invece, a una cosa ho immediatamente pensato: “L’ho tenuto fermo per troppo tempo, questo libro!”.
L’aspetto certamente più significativo del romanzo è il messaggio che comunica, la grande morale che si nasconde dietro questa storia a tratti assurda e divertente, il significato di cui sono intrisi tutti i passaggi, nonché i personaggi e le loro personalità.
Ci troviamo in presenza di una famiglia decisamente stramba, una coppia di genitori e dei figli uniti da un sentimento comune: il disprezzo per la vita e per le cose belle della vita, una specie di “famiglia Addams” alla lontana, una famiglia che coltiva la tristezza, che ammira chi ha saputo fare del pessimismo la propria ragione di vita, una casa intrisa di colore nero, di depressione e di sentimenti negativi, gli stessi sentimenti che i due genitori, Vincent e Amelia, hanno cercato con tanta pazienza e con tanto “amore” di insegnare ai loro figli. A completare questa bizzarra famiglia, una piccola attività commerciale a conduzione familiare, una bottega decisamente fuori del comune  (il cui nome, tra l’altro, mi ha veramente fatto “morire dal ridere”, considerando il contesto). Il negozio, sotto la macabra insegna “Una volta e per sempre”, conosciuto in tutto il paese, fornisce strumenti per il suicidio per tutti i gusti: cappi, spesse funi, pozioni e caramelle velenose, pistole, spade e coltelli, con tanto di istruzioni per l’uso e di suggerimenti sulle modalità di esecuzione. I clienti di questa bottega – lo si può immaginare – non sono certamente le persone più allegre che si possano incontrare!
Un giorno, però, arriva una fresca ondata di cambiamento in questa famiglia, e questa ondata di cambiamento prende il nome di “Robespierre”, un bambino di appena sei anni, nipote da parte di madre che, abbandonato dalla sua famiglia, è costretto a trasferirsi dagli zii. Robespierre è un bambino troppo vivace, sorride sempre, ama i colori, invade il funebre negozio di sorrisi e di parole dolci. Un personaggio decisamente controcorrente rispetto al contesto in cui è immerso. Un personaggio positivo il cui ottimismo sembra abbattere le barriere dovunque il male le abbia innalzate.
Ho sempre particolarmente apprezzato la capacità e soprattutto la predisposizione delle persone a sdrammatizzare gli eventi più tragici. La morte è un evento tragico, forse il più tragico, il suicidio ne è una variante altamente discussa. La Usardi, nel suo “Morire dal ridere”, riesce a parlarci di suicidio accompagnandosi sempre a un sorriso. Riesce a condurci esattamente dove vuole, attraverso un racconto geniale, leggero, scorrevole, ironico e tanto, tanto ricco di significato.




Recensione a cura di
Simona Giorgino




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