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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10), "Sei dove sussulta il cuore" (settembre 2017).

I miei libri

I miei libri

mercoledì 24 luglio 2013

RACCONTO: "L'ombra di Luca", di Cristina Biolcati



Per la sezione I vostri racconti: L'ombra di Luca, di Cristina Biolcati.





Ludovico mi aspettava sempre seduto sulle scale. Anche se non suonava il campanello, io sapevo che era lì. Dalla finestra scorgevo la sua sagoma, di spalle, rannicchiata sui gradini, intenta a frugare nella cartella per superare l’imbarazzo dell’attesa. Indossava sempre un cappotto rosso in inverno e un giacchetto blu, sbiadito, in estate. Perlomeno, è così che io lo ricordo. Non si separava mai dalla sua cartella di cuoio, troppo grande e troppo pesante per un bimbo della sua età. Il manico era rotto. Suo padre aveva cercato di aggiustarlo con del filo di ferro, e così adesso, a volte, lo pungeva. Quella borsa gli dava coraggio. Gli permetteva di nascondere al suo interno la faccia, quando la timidezza lo faceva sentire troppo inadeguato. Io ero spesso in ritardo. Uscivo di casa, e gli dicevo sempre la stessa cosa, - Potevi suonare, Vico! -. Lui si schermiva timidamente e fingeva di sistemare la cartella. Gli passavo in fretta una merendina che avevo preso in casa, di nascosto da mia madre. Quasi sempre era al cioccolato. Ci avevo messo un po’ di tempo per capire i suoi gusti, ma poi fu palese che amasse il cioccolato. Lui la metteva subito in quella sua cartella enorme, con una cura meticolosa che non apparteneva a un bambino. Pareva che nascondesse un bene prezioso. Pronunciava un - Grazie Luca! - ma sempre a bassa voce.
Aveva un tono rauco, e alcuni in paese dicevano che la sua voce fosse così perché viveva all’umido, vicino al Po. Strane credenze popolari. Adesso capisco che il suo tono di voce era basso perché non parlava mai con nessuno. Andavamo a scuola, saltellando lungo il cammino. Ci piaceva cantare le canzoni dei cartoni animati. Cantava anche lui, ma più che un canto, il suo era un grido. Era stonato, e non andava a tempo. A volte gli chiedevo di tacere, perché la sua voce mi urtava i timpani. 
Quando entravamo in classe, io controllavo sempre che avesse fatto i compiti. Sfogliavo il suo quaderno consumato, e ogni tanto scorgevo qualche impronta di grasso. Avevo l’impressione che lui facesse i compiti mentre mangiava un panino con la mortadella! Io sono sempre stato un tipo preciso e ordinato e questa cosa mi dava fastidio. Se aveva sbagliato qualcosa, correggevo con una calligrafia simile alla sua, che avevo imparato a imitare alla perfezione. Non gli dicevo niente. Chissà se lui era d’accordo? 
Non siamo mai stati compagni di banco. La maestra preferiva che Vico sedesse vicino alla cattedra, per poterlo seguire meglio. Si sentiva solo laggiù? 
Non ricordo di averlo mai visto scambiare una sola parola con gli altri compagni. Rispondeva solo se interpellato dalla maestra. Io sapevo che era un bambino intelligente e curioso, ma la sua timidezza lo rendeva imbranato e goffo quando era fra la gente. Mi faceva impazzire il fatto che lui non facesse nulla per dimostrare il contrario. 
Gli altri bambini lo prendevano in giro perché portava gli occhiali, era un po’ robusto e non parlava mai. Quando andava in bagno prendevano a calci la sua cartella, ma poi un giorno se ne è accorto e ha smesso di andarci. Non la perdeva più di vista nemmeno un secondo. 
Lo chiamavano OMBRA. Mi chiedo se lui odiasse quel nome, oppure se, con il passare del tempo, avesse imparato ad amarlo. L’ombra è scontata. Nessuno la nota. C’è e basta. Ma è anche fedele. Me lo chiedo perché da bambino non si è mai ribellato, non ha mai risposto alle provocazioni. Mai una parola. Io, dal canto mio, non ho saputo difenderlo, non ho mai gridato a tutti di lasciarlo in pace, non ho mai protetto la sua cartella. 
Disegnava molto bene. Quando la classe doveva appendere dei cartelloni alle pareti, a Natale o in primavera, Vico diventava improvvisamente molto prezioso. Era il migliore! La maestra lo faceva disegnare e noi compagni tutti a colorare il suo sole, le sue rondini, i suoi fiori, il suo cielo. Mi piaceva quel sole! Non gliel’ho mai detto. Ero orgoglioso di colorare i suoi disegni! Nessuno aveva nulla da dire in quelle occasioni. Veniva accettato a tutti gli effetti come parte integrante della classe. Ma quando quei pochi, rari momenti di gloria finivano, lui tornava ad essere nuovamente, inesorabilmente il bambino ombra. In quel periodo viveva attraverso i suoi disegni. Le caricature della maestra e dei compagni, che solo io vedevo, erano molto belle. Non mi sono mai vergognato di essere suo amico. Lo giuro. Voglio giurarlo! 
Mi ricordo di sua madre. Prima era lei che lo accompagnava a scuola. Era una signora bellissima, con i capelli biondi, profumati. Mi soffermavo a guardarla, quando entrava in classe. Era sempre ben vestita e sorridente. Lo teneva per quella sua manina grassoccia e lo aiutava a prendere posto nel banco. Gli piegava il cappotto, con cura, e lo appoggiava allo schienale della sedia. Gli passava la cartella, quella borsa enorme che poi lui avrebbe dovuto imparare a portare da solo. Al suono della campanella gli dava un bacio, e se ne andava salutando noi bambini. Qualche volta la sua mano ha accarezzato i miei capelli, e mi ha dato anche un cioccolatino. E’ per questo che Vico non suonava mai il campanello? Non mi voleva disturbare, oppure per lui le campane significavano abbandono? 
Poi, per un periodo non l’ho vista più. Lui veniva sempre a scuola accompagnato dal padre, che anche allora era un uomo robusto e con pochi capelli, e pareva avere sempre una gran fretta. Il giorno in cui Vico non è venuto, la maestra ha detto alla classe che sua madre era morta. Vorrei chiedergli perdono se allora non ho saputo stargli vicino. Avevo solo otto anni, e non sono riuscito a dirgli niente. Spero mi abbia visto al funerale, ero in fondo, in uno degli ultimi banchi. Non sono certo che mi abbia visto. Ma io c’ero! 
Dopo la morte di sua madre, il padre aveva ancora meno tempo. Vico ha iniziato a recarsi a scuola da solo. Ho notato che durante l’intervallo, per alcuni giorni non ha mangiato niente. Credo non avesse fatto in tempo a prepararsi la merenda. Ho iniziato ad incontrarlo per la strada, lui, tutto affannato con quella cartella troppo pesante. Abbiamo saltato e cantato insieme, fino al giorno in cui l’ho trovato sui gradini di casa mia. Mi ha sempre aspettato in silenzio e con pazienza, il mio amico. Lui è sempre stato lì, ha atteso i miei tempi. E io sono sempre stato in ritardo, anche adesso che vorrei dirgli queste cose . 
All’uscita di scuola, invece, suo padre veniva quasi sempre a prenderlo con un furgoncino bianco e scassato. Vico mi salutava con la mano e si arrampicava fino al sedile. Caro dolce, timido e leale Vico! 
Quando penso a lui e ai tempi della scuola, ricordo che in un giorno di sole, durante la ricreazione, avevamo gonfiato dei palloncini colorati per festeggiare l’arrivo della primavera. E’ un aneddoto di per sé infantile, che forse lui non vorrebbe ricordare. Dovevamo legarli tutti assieme, per poi lasciarli andare, liberi. Li avevamo gonfiati con una piccola pompa, seguendo le istruzioni della maestra. Ad alcuni bambini erano scoppiati prima del tempo, e si erano anche spaventati, ma io e Vico ci eravamo riusciti! Poi, proprio nel momento in cui dovevamo legarli, il mio amico è inciampato. C’è stato un grosso botto. Lui è corso a rifugiarsi in un angolo del cortile, emettendo un pianto che pareva essere inconsolabile e incontenibile. La maestra ha cercato di calmarlo, ma non aveva più palloncini. Dopo aver legato il mio, ed averli visti salire tutti quanti assieme, sono andato da lui, e gli ho detto di non preoccuparsi, che capita a tutti di cadere, che non era una cosa grave. Credevo che si fosse spaventato. Invece lui mi ha guardato e ha detto fra le lacrime - Non andrà più dalla mia mamma! - Lo ricordo come fosse ora. Quella fu l’unica volta che lo sentii parlare di sua madre. 
Dopo quel giorno, molte volte ho pensato a Vico e a quell’ episodio. Ero solo un bambino allora, egocentrico e leggero come solo i bambini possono essere, ma perché non ho capito l’importanza che lui aveva dato a quel palloncino? Vorrei chiedergli scusa. Avrei dovuto dargli il mio, avrei dovuto rassicurarlo e dirgli che sua madre lo vedeva sempre, e che non aveva mai smesso di accompagnarlo a scuola. Avrei dovuto dirgli che io c’ero, e che ero suo amico. 
Invece ho lasciato che il silenzio invadesse le nostre vite e che rappresentasse da sempre il nostro legame. Quel nostro speciale modo di non dirsi nulla e allo stesso tempo di dirsi tutto! Spero gli sia bastato, lo spero davvero. Lui non era il solo ad essere timido. Semplicemente, io lo nascondevo meglio. 
Ora sono trascorsi tanti anni. Non so nemmeno perché sto pensando a queste cose. Lui è diventato un pittore, ed è anche bravo! A volte, quando torno al paese, vado a trovarlo, vicino al Po. E’ diventato un uomo affascinante. So che è un bravo padre, lo vedo da come i suoi figli lo ascoltano mentre parla. Sua moglie è bella, è bionda. E prima o poi avrà anche il successo che merita, lo sento. 
Ripensando a noi bambini, mi sembra di ritrovare una certa ingenuità e linearità di pensiero. Da tanto tempo sento in me crescere il senso di colpa per essere stato a guardare. Penso sempre che dovrei dirgli tutto, una volta o l’altra, ma questo servirebbe soltanto a me, per scaricare la mia coscienza. So che lui non ne ha bisogno. Se potesse leggermi nel pensiero, sono sicuro che mi guarderebbe torvo e mi direbbe - Luca, ma sei impazzito?! Cosa vai a pensare? Dopo così tanto tempo! -. Lui non è un nostalgico, e non ama pensare al passato. In realtà ha sempre capito, ha sempre saputo. Ne sono sicuro. 
Nel mio soggiorno ho appeso il dipinto che mi ha regalato a Natale. E’ un mio ritratto, eseguito a carboncino su un semplicissimo foglio di carta. E’ molto bello! Il mio viso deve averlo ritratto da una foto che ci siamo fatti l’anno scorso, quando siamo andati insieme quel week end in montagna, con le nostre mogli e i nostri figli. Gli occhi però, i miei occhi, sono quelli di quando ero bambino. Veramente ci vedeva quella luce? E alle mie spalle, quasi volesse dirmi che lui c’è e che non devo mai avere paura della vita, ha accentuato, esasperandola, la mia ombra. L’ OMBRA. Guardo bene la sua firma, in basso a destra. VICO. E’ lieve, leggera, quasi discreta. La O è leggermente allungata, e termina con una linea sottile che scende verso il basso. Come un filo. Sembra un palloncino. 





Cristina Biolcati






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