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"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

venerdì 19 luglio 2013

"Le nostre distanze", di Angela Bianchini.

Mi chiedo come abbia potuto non parlarvi mai di questo libro! 
Le nostre distanze non è un libro qualsiasi, ma è il mio libro preferito, quello in cima alla lista, l'unico, inoltre, che io abbia letto tre/quattro volte e che abbia ancora voglia di rileggere (e che rileggerò per certo, oggi stesso!). 
Non so perché non ve ne abbia mai parlato, forse una ragione potrebbe essere questa: non troverei parole abbastanza adatte per descriverlo, perché a questa lettura sono legate sensazioni impalpabili; ma oggi ho deciso di provarci.
Probabilmente non lo avrei mai letto se la docente di Letteratura Italiana del mio corso di laurea triennale, nel lontano 2008, non lo avesse adottato come lettura obbligatoria per l'esame. 
Lettura obbligatoria... ah, per fortuna che c'è stata! :)

Mi sono innamorata subito di questo libro, sin dall'incipit, sin dalla prima apparizione del professore Lowenberg nel primo capitolo, sin dalle prime descrizioni così minuziose in questo libro che sembrano niente meno che reali. L'amore nei confronti di questo romanzo, lo giuro, non è l'amore per un romanzo qualsiasi, è un amore che non so... definire. 
Indefinito: è un aggettivo che dopotutto potrei usare molto spesso in questo post, giacché di indefinito in questa storia sembra esserci praticamente tutto, a partire dallo stesso modo in cui è raccontata, quel senso di irrisolto che non ti abbandona mai, che ti rende un po' inquieto ma al tempo stesso ti conquista e ti intriga, che ti porta delle domande e poi non si è mai del tutto certi di aver trovato le risposte. L'autrice padroneggia benissimo questo modo un po' incerto e non del tutto nitido di dire le cose, spesso le lascia immaginare, intuire, non è completamente diretta, l'intero racconto è intriso di un'aura irrealistica e magica. Una scrittura elegante, raffinata, indefinita, che racconta una storia sospesa chissà dove e chissà quando, in un luogo ben chiaro, ben caratterizzato, che è l'Università americana di Aubrey, ma che pure sa essere avvolto da un'atmosfera vaga e incerta, e in un tempo quasi astratto, passeggero, che non appartiene a nessuno. 

La storia è ambientata negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando la giovane Linda ha dovuto abbandonare l'Italia, i suoi parenti e i suoi affetti, per rifugiarsi in America a causa delle leggi razziali. E qui, all'Università di Aubrey, fa gli incontri più disparati, ma quello che resterà impresso nella sua mente e nelle nostre è certamente quello con il professore austriaco Lowenberg, anche lui fuggito dall'Austria. Una conoscenza magica, surreale, descritta con un'intensità che fa rabbrividire, e con la solita aura indefinita che la rende ancora più intrigante, con questo lasciar vagamente trapelare una complicità spirituale rara e preziosa, mantenuta distante per forza di cose, formalizzata attraverso l'uso costante del lei.
Ci dev'essere un forte interesse da parte di Linda nei confronti di questo personaggio singolare, ma non è mai totalmente espresso. Lei è innamorata, sì, eccome se non lo è, del professore Lowenberg, lo è della sua intelligenza, della sua saggezza, delle sue parole, forse anche del suo fisico, che inevitabilmente risente del riflesso del suo spirito. Ma è un amore platonico, o forse al contrario è un amore che si consuma piano piano nelle parole e nelle conversazioni. Dopotutto l'amore che cos'è? Mi pare tanto indefinito anche lui, non sono certa che con la parola amore sia possibile definire un sentimento univoco, distinguibile. Ce ne possono essere diversi, di vario genere, consumati in modi differenti. 

Volete capire perché continuo a parlare di indefinito? E che cosa intendo con questo? Qualsiasi frase, qualsiasi cosa, qualsiasi scena, persona o episodio che entra in questo libro, mi sembra imprecisato, sfumato, sfuggente... A mio modesto parere è ciò che conquista maggiormente. Io, almeno, sono stata rapita dallo stile della Bianchini!

Vogliamo capire qualcosa dell'Università di Aubrey? Ecco come la Bianchini ce la descrive per la prima volta, dando voce alla protagonista Linda con la prima persona:

Che cosa fosse, esattamente, quel luogo, avevo difficoltà a comprendere, tanto poco ad esso mi avevano preparato le scuole e i marmi della mia giovinezza. Il verde ravviato della pelouse, i sentieri ombrosi che tagliavano il grande quadrangolo, incrociandosi da tutte le parti, si perdevano giù giù fino a una cintura di bosco che ancora non conoscevo. Pareva un parco, o anche un giardino, e qua e là aveva l'incolto, l'imprevisto e l'intimo di una proprietà privata. Non seppi mai con esattezza quali fossero i suoi confini: volevo Aubrey avulsa dalla città, lontana, un altro mondo, insomma, che mi pareva di avere il merito di aver scoperto da sola.

Accennando ai vari personaggi che la protagonista ha conosciuto in questa storia, ecco che la Bianchini scrive:

La verità è che non ebbi mai la sensazione che mi fossero presentati formalmente. Fu piuttosto come se fossero sorti dal paesaggio, o prendessero forma agli angoli dei corridoi: mimetizzati con il chiarore dei prati o con l'oscurità un po' umida dei sottosuoli. A fatica li distinguevo. 

E la prima volta che Linda vede Lowenberg, durante la prima lezione universitaria con il professore, lui è in questi termini che viene descritto:

Quando entrò, con l'alta pila di libri e di carte, tenuta ferma dal mento, ci fu più poco tempo per riflettere. Era immenso, quel giorno, e come travolto da un vento sconosciuto, che gli avesse scompigliato i lunghi capelli, allora tra grigi e bianchi, scomposto il colletto, messa per storto la gran giacca di tweed che, più che rivestirlo, sembrava si appoggiasse appena sulle spalle larghe, sul gran torace, sulle braccia che non finivano più. Un odore sottile di fumo, di cenere rappresa, di libri ingialliti esalava non tanto dalla sua persona, che non riuscivo neppure a distinguere, quanto dalla sua personalità, dalla sua stessa esistenza.

Linda, come notiamo, spesso non riesce a "distinguere" le persone, le cose, i sentimenti. Ed è spesso e volentieri così, in molti punti della storia. Forse amo così tanto questo racconto perché, in fondo, mi sento molto simile a lei, in questo non riuscire a distinguere mai perfettamente i confini delle cose.

Mi ossessionò tutto il giorno l'idea della fine e dell'inizio delle cose, di come si concatenino gli avvenimenti, e non si riesca mai a chiudere veramente nulla, e rimangano incerti e sfrangiati i bordi delle nostre esperienze e delle nostre vite.

La narrazione si apre con un momento triste, tuttavia: la rievocazione di Lowenberg nel suo ultimo giorno di vita, nonché nel suo ultimo incontro - verbale e spirituale soprattutto - con Linda.

- Ricorda Ted? - diceva Lowenberg. - Ricorda Aubrey? - Avrebbe potuto dirmi: ricorda il tempo sospeso di quei giorni? la collina d'America in un mondo di guerra e quel che speravamo, con poca vera speranza? Il curioso peso dei nostri ricordi non veramente comuni che nelle grandi aule, negli alti corridoi, non riuscivano a prendere quota, e morivano stanchi ai piedi di creature indifferenti, di coloro che non avevano perso case né famiglie, che non avevano ville sui laghi d'Austria e sotto quel cielo a noi estraneo avevano trascorso tutta l'esistenza? Ricorda lo sgranare lento di quelle ore, scandite dal carillon della torre, sui grandi prati, dietro lo sbaraglìo della neve del Natale della nostra solitudine, quando, al di là dell'Oceano, potevano esser morti tutti, o sepolti?

L'immensità della persona di Lowenberg trapela praticamente in ogni momento e da ogni parola, e dalle stesse descrizioni della Bianchini. Un uomo immenso di cui è facile innamorarsi, se non altro per il suo grande spirito. Potenzialmente tutti potremmo desiderare un Lowenberg nella nostra vita.

"Non crede [...] che dipenda da un fatto molto semplice, elementare, direi quasi umiliante, che lei non abbia abbastanza, come si dice? Bagaglio, sì, bagaglio? Spirituale, si capisce. E' come se lei, per come è nata, come è stata educata, per la sua gioventù, e forse per qualche altra cosa, sia partita un po' sprovvista. Vede, si può anche non possedere nulla, di materiale, voglio dire, ma è quel poco che portiamo con noi che determina il posto che noi scegliamo, il luogo dove metteremo la tenda. A lei sembra di esserci capitata per caso, qui, di non essere al posto suo: il posto, infatti, quasi sempre è quello che finiscono per darci gli altri. Capisce? Ma con il bagaglio, con questi, - e additò i libri - si finisce sempre per sapere dove si è."






Simona
  

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