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"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10), "Sei dove sussulta il cuore" (settembre 2017).

I miei libri

I miei libri

giovedì 23 dicembre 2010

L'amica di Alisa

Niente male questa serata. Si sentono i grilli al di là della strada, nella campagna che si distende di fronte a noi, e sulla pelle percepisco un fresco piacevole, ché non mi alzerei più da questo muretto. Karla canta una canzone stonata mentre si guarda nello specchietto, sforzandosi di vedersi bene in questa sera dove un unico lampione sopra di noi ci illumina i volti e ci permette di riconoscerci l’una con le altre, nel buio. “Sta’ zitta, cazzo!”, sento urlare da lontano. “Calmati, Hanna! Non sono più libera neanche di cantare?”, risponde Karla, con un risolino isterico, con il tono della voce alto quanto basta per farla giungere dall’altro lato della strada, mentre intuisco che Hanna da lontano le stia piantando in viso due occhi severissimi. Pare che Hanna abbia un certo potere su noialtre. Sono qui da tre giorni soltanto, ma ho potuto capire che nel gruppo esista una sorta di gerarchia. Infondo è giusto così, ci deve essere qualcuno che prenda le redini, altrimenti saremmo come tante pecorelle smarrite che non sanno in che direzione andare. E poi, debbo anche riconoscere che è grazie a lei se Alisa è riuscita a trovare questo lavoro per arrotondare il suo misero stipendio di pianista, e di conseguenza anche io, quindi dobbiamo solo ringraziarla e molte di noi portano nei suoi confronti un rispetto assoluto che non osano mai tradire. Ad un certo punto, Karla, che intanto ha smesso di cantare, si avvicina a me con aria curiosa. Mi chiede chi sono, e mi sento imbarazzata perché sono qui da tre giorni e non mi aveva neanche notata. Hanna, senza farmi aprire bocca, con tono di sfida, le urla: “Torna al posto tuo, è un’amica di Alisa”. Alisa è qui accanto a me, e le va sempre meglio di tutte. È brava Alisa, sa farci, con quel suo accento straniero e il suo italiano incerto, con la sua chioma ricciuta e biondina, i suoi occhi celesti, la sua bocca rossa e carnosa, che non le dà, però, un aspetto volgare. Per niente. Ha un viso angiolesco, dolcissimo e i suoi modi la rendono addirittura elegante. Mi pare di vederla intenta a suonare il pianoforte, come quando l’ho vista qualche sera fa, al Bistrot. Elegante nella sua vestina celeste, di seta delicata, che le scivolava leggera sulle gambe, lasciando intravedere due polpacci pronunciati e scolpiti, i suoi sandali dorati, i piedi delicati e bianchi che teneva uniti, uno accanto all’altro. Le sue mani altrettanto delicate, dalle dita lunghe e affusolate, scivolavano dolcemente sulla tastiera. Ero rimasta incantata dalla melodia che proveniva da quel suo esperto suonare, una melodia soave che riempiva tutto il Bistrot. Mi pare di rivedere anche le persone sedute ai tavolini, a mangiare le loro pizze e bere i loro alcolici, tutti persi nei loro discorsi, intenti a coprire il suono del pianoforte che non permetteva di capirsi bene l’uno con l’altro, mi parevano così indifferenti, tanto che neanche un applauso le avevano fatto al termine della sua performance. Ecco, il talento non è mai apprezzato abbastanza, non quanto, per esempio, un corpo venduto. Alisa si era alzata, nella sua vestina delicata che ora si allungava quasi fino alle caviglie nascondendo i polpacci, e senza guardarsi intorno aveva chiuso il pianoforte e si era affrettata ad uscire dalla sala. Nessuno l’aveva vista, nessuno si era accorto che la pianista fosse uscita di scena. Se si fosse messa a spogliarsi nuda al centro della sala, allora si sarebbero accorti di lei. Ma io non me la sono fatta sfuggire ed è proprio così che ho conosciuto Alisa, seguendola fuori dal Bistrot. Non era una serata favolosa, per me. Rachid mi aveva appena annunciato che sarebbe ritornato in Marocco, dopo tante promesse non mantenute, lasciandomi senza niente, oltre che il mio corpo usato e gettato. Camminando per tutta la città, mi ero imbattuta per caso in questo localino di periferia, anche se non avevo soldi con me, perché Rachid si era portato via tutto, perfino la mia anima, ormai. “Sei stata bravissima!”, le avevo esclamato. Lei si era seduta su un muretto a secco che separava i parcheggi per le auto dall’ingresso al Bistrot ed aveva acceso una sigaretta, prima di guardarmi fissa con aria interrogativa. “Grazie”, mi aveva risposto, un semplice grazie, ma non posso dimenticare il suo sguardo attento a seguire quello che le dicessi dopo, perché mi ero messa a raccontargli tutta la mia storia, Rachid e la mia sfortuna ad averlo incontrato, il modo in cui mi avesse privato di tutta la mia libertà, il modo in cui io fossi stata obbligata a fare qualcosa che, lì per lì, all’inizio, non mi era gradevole, fino a quando ero poi arrivata a pensare che, infondo, non è niente male, che è un mestiere che mi piace perfino, e Alisa sembrava capirmi benissimo. Le confessavo i miei dubbi che avevo avuto nei primi giorni, quando mi guardavo allo specchio senza riconoscermi, vedendo nel riflesso una ragazza completamente cambiata, e la notte, nelle preghiere, rivedevo la mamma e i suoi occhi rigonfi di lacrime, che avrebbe pianto, per certo, anche nella realtà, se fosse stata ancora in vita. Ma quei tempi sono passati, ora sono diventata avvezza, mi hanno fatta diventare avvezza. Raccontavo tutte queste cose ad Alisa come se la conoscessi da sempre. Una sola cosa mi aveva detto, quella sera fuori dal Bistrot: “Io posso aiutare”, nel suo accento straniero. Allora, in un italiano impreciso, si era messa a raccontarmi di Hanna, di non so che giro di soldi che avrebbe potuto risolvere anche la mia situazione di miseria, come l’aveva risolta a tante. Ecco, ora la guardo e provo per lei una grande gratitudine, perché mi ha risollevata quando credevo che per me non ci fosse più via di uscita. Mi ha messa sulla strada, ridandomi quello di cui Rachid, andando via, mi aveva privata. Quale poteva essere la via d’uscita, infondo? Mi fa comodo avere quei soldi.
“Tutto bene?”, mi chiede Alisa, che intanto si è seduta anche lei sul muretto al mio fianco, e mi addita la sigaretta come per chiedermi se voglio fumare. Le faccio cenno di no, perché non mi piace fumare e le rispondo che va benone, specialmente oggi che è già il terzo giorno e, poi, non sono proprio una novellina. Mi risponde che l’esperienza non è mai troppa e allora le dico che sono pronta ad imparare ancora. Intanto Karla ha ricominciato a cantare la sua canzone stonata e, proprio in quell’istante, una macchina si avvicina da lontano, a passo d’uomo, scorrendo lentamente lungo la strada dove ci siamo posizionate a distanze non troppo ravvicinate; ci sono due uomini in macchina, e ci guardano, mentre avanzano, come stessero guardando delle vetrine di abbigliamento per scegliere quale cravatta comperare. Karla continua a cantare, adesso anche più forte, per attirare l’attenzione dei due uomini su di lei, i quali invece avanzano ancora, fino ad arrivare dalle mie parti. Alisa si è alzata e si è allontanata da me. Mi sale un po’ di paura. E’ il terzo giorno che sono qui, ma non è mai troppa l’esperienza, come dice Alisa, ed ora sento salirmi un po’ di emozione, come fosse la prima volta. Mi viene quasi un sospiro di sollievo quando, per fortuna, scelgono Alisa e non me. La strada è silenziosa e non facciamo grande fatica, noialtre, a sentire quello che si dicono. Alisa è così carina, che la invidio. Vorrei essere lei, così esperta, così donna. Alisa sale in macchina coi due uomini e scompare dietro il curvone della strada. Mi viene per un poco l’angoscia di essere rimasta qui senza di lei, che è il mio punto di riferimento, dato che le altre non ho avuto ancora modo di conoscerle bene. Ma non faccio in tempo a riflettere sul modo in cui approcciare qualche altra, che intravedo un paio di fari infondo alla strada. Mi risale l’ansia. Sono certa che stavolta toccherà a me. Non so da dove e per cosa mi venga quest’ansia, ma credo sia la paura di non essere all’altezza, anche se i clienti avuti fino ad oggi non hanno pensato che io sia tempo sprecato. Mi hanno sempre pagata molto bene per i miei servizi. Sono grandi soddisfazioni. Questo vuol dire saper fare bene il proprio lavoro. Rimango ad aspettare che l’uomo nella macchina scelga a quale “vetrina” fermarsi. Con la luce dei fari non mi è facile capire da quale parte stia guardando. Ma eccolo che si ferma proprio di fronte a me, io mi avvicino al finestrino. “Ciao bella, mi fai tu… un po’ di compagnia?”, mi dice. Io rispondo che gli faccio compagnia volentieri e, come mi hanno insegnato le mie superiori, dico subito quanti soldi ci vogliono. Lui annuisce, dicendo: “Non ci sono problemi per i soldi”. Mi sento ridicola per aver subito parlato di denaro, specialmente a quest’uomo distinto che porta una cravatta, una camicia bianca, che sembra ben vestito ed ha una macchina mozzafiato. Ci salgo, non senza un forte batticuore, esattamente come le prime volte. Non sono ancora abituata ad avere dei clienti per strada. Rachid me li portava a casa. Rimango muta nei primi minuti, non parlo. Lui ogni tanto si volta verso di me gettandomi delle occhiate. Sono sicura stia pensando che io sia poco esperta e che sarò solo denaro sprecato. Infondo, sono così giovane che proprio non ce l’ho, l’aria di una puttana esperta. Ti faccio vedere io, bello, di cosa sono capace di fare. Una cosa che ho capito è che bisogna fare bene il proprio lavoro. Non voglio che i miei clienti rimangano delusi di avermi scelta tra tante. Gli metto una mano in mezzo alle gambe. Lui si volta a guardarmi, sorridendomi, e sento piano salire la sua eccitazione. Mentre mi diverto un poco con lui, lo guardo e mi accorgo, con i lampioni della strada che gli illuminano il viso, che ha i capelli brizzolati e qualche ruga sul volto. Porta una barba incolta, le labbra pronunciate e un anello all’anulare. Mi ritrovo a domandarmi se quell’anello sia una fede nuziale. Non so perché me lo domando. Infondo noi siamo qui solo per dare un po’ di piacere a uomini stanchi delle loro donne casalinghe, che invecchiano insieme ai programmi televisivi delle 21. Non sono fatti miei se quella sia una fede nuziale, e sperare che non lo sia non fa parte del mio mestiere, quindi distolgo lo sguardo dal suo anello, concentrandomi sul mio gioco.

Non è andata male, mi riporta quindi indietro soddisfatto, e mi lascia dove mi ha presa, così come si ripone nell’armadio la propria camicia sgualcita, prima di mettersi a letto. Mi saluta senza guardarmi in faccia, infondo non sa neppure come mi chiamo, a chi appartenga questo volto. Mi ha lasciato perfino una mancia consistente, oltre che, soprattutto, promettermi di tornare!! Quando raggiungo le ragazze, mi accorgo che Alisa è tornata anche lei e si è seduta sul muretto. Mi sorride non appena mi vede e io le annuncio felice che stasera mi sono fatta il mio primo cliente fisso. Lei è contenta e si congratula con me. Sono soddisfazioni… grandi soddisfazioni.

S. Giorgino

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