Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10), "Sei dove sussulta il cuore" (nuovo romanzo, settembre 2017).

mercoledì 4 maggio 2011

"Cosa c'è dentro di lui che non c'è dentro di me?"

Momento serietà.
Scena: io e il Tenente a Perugia, su un autobus diretto in stazione.

Quel sabato, eravamo in direzione stazione di Perugia dove avremmo preso il treno alla volta di Roma. Sull'autobus saremo stati sì e no una decina di persone, tra cui un extracomunitario, con ogni probabilità senegalese, quello che era salito alla fermata dove siamo saliti noi e che gentilmente ci aveva indicato quale numero di autobus ci sarebbe convenuto prendere per arrivare prima a destinazione.
A una fermata un po' più avanti, è salita una signora (probabilmente straniera anche lei) e, dal fondo dell'autobus, ho assistito alla scena in cui la signora non aveva il biglietto e chiedeva all'autista cosa avrebbe potuto fare. Diceva qualcosa del tipo "devo andare a casa, non so come fare" e non aveva la minima cattiva intenzione, anzi, stava solo chiedendo una soluzione all'autista. Sebbene dall'ultimo posto fosse difficile sentire cosa si dicessero, non era impossibile intuire che l'autista stesse facendo storie per farla salire a bordo senza il biglietto. Non ho fatto in tempo a rendermi conto di tutto che, all'improvviso, il senegalese, seduto davanti a me, si è alzato di scatto, ha raggiunto l'autista e, senza dire una parola, gli ha dato delle monete facendo cenni per indicare la signora. È tornato immediatamente al suo posto come se nulla fosse successo, guardando fuori dal finestrino, come un momento fa, mentre l'autista diceva alla straniera: "Il signore le ha comprato il biglietto". Allora la signora ha preso il biglietto, ha obliterato e non la finiva più di ringraziare il suo benefattore.

Io sono rimasta senza parole. Sembrerà una cosa da niente, lo so, ma sono rimasta senza parole perché in quel momento mi sono venuti in mente un sacco di pensieri.
Quell'uomo extracomunitario era molto buono (e non solo per quel gesto: sono cose inspiegabili, gesti, movimenti, ma soprattutto sguardi, sorrisi distesi che ti trasmettono serenità e... bontà). Eravamo in dieci sull'autobus, come ho detto. Perché nessuno di noialtri si è alzato da quel fottuto posto per aiutare la signora? Perché a me non è venuto di farlo neanche nell'anticamera del cervello e a lui sì? Cosa c'è dentro di lui che non c'è dentro di me? Me ne stavo scioccamente ad assistere alla scena senza che mi venisse in mente neanche lontanamente che avrei potuto acquistare io il biglietto a quella signora. In fondo, si sarebbe trattato solo di poche monete. Ma qui non si tratta di monete e di sforzi economici. Si tratta, più che altro, di sforzi dello spirito.
Ne derivo che quell'uomo deve avere dentro qualcosa che io non ho, e che molti altri non hanno.
So che è solo un gesto, un semplicissimo gesto, ma è una cosa che io non vedo tutti i giorni, non so voi. Sono gesti gratuiti, semplici, che non ti cambiano la vita e che devono partire da dentro: io lo chiamo Dono, e credo che non tutti ce l'abbiano.
Non è una cosa che succede spesso e mi ha lasciato qualcosa dentro, specialmente in relazione agli accadimenti di questi giorni e a quelli legati alla storia razzista della nostra terra.
Infatti, se ci pensate, la cosa tocca ancora di più se si considera che la persona in questione è un extracomunitario.
Il protagonista di questa storia è uno straniero in mezzo a tanti italiani, seduti come lui su sedili d'autobus, ma che continuano a guardare fuori dal finestrino, mentre una straniera chiede aiuto per tornare a casa.
Ma il colore della pelle e la razza di quell'uomo sono una questione secondaria. Qui c'è di mezzo l'uomo e quello che ha dentro. Credo si tratti di una sorta di predisposizione.
Fondamentalmente, penso che tutti potremmo essere così, solo con un po' di "esercizio". E forse quella che non abbiamo è proprio la predisposizione a quell' "esercizio".  Ci sono persone a cui viene facile come allacciarsi le scarpe: quello è un dono.
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