Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10), "Sei dove sussulta il cuore" (nuovo romanzo, settembre 2017).

lunedì 10 gennaio 2011

Militari

Sono un soldato. Sono pagato per portare la pace in questa terra che brucia di fuoco e guerra. Ma a me non importano i soldi, non mi ha mai interessato la ricchezza. Questa missione di pace mi darà una bella grana, ma io sono intenzionato a portarmi a casa dell’altro: il sorriso di questi bambini, voglio portarmi, e i volti delle donne, e i sacrifici degli uomini per bene, e le piccole conquiste dei miei compagni. Non apprezzerò mai abbastanza quanto sarò riuscito a portarmi a casa. So già che sarà tutto banalmente racchiuso in ricordi, siano essi fotografie, o pagine di diario. E quello che avrò qui, nella mente, non sarà mai abbastanza compreso da coloro a cui cercherò di raccontarlo.
Sono arrivato in questa terra con il sorriso di chi ha intrapreso un viaggio di piacere. Il mio non è un viaggio di piacere, si sa. Eppure non sono riuscito a trattenere l’euforia, scatenando la curiosità di Elvira, che siede accanto a me, accovacciata sul suo bagaglio a mano. La noto mentre mi guarda strabiliata. È che sto ridendo, sto ridendo perché un bambino ha appena dato un calcio ad un pezzo di cartone arrotondato, come fosse un pallone. Lo avessi, un pallone vero, adesso, correrei da lui per fare due lanci. Cercare di spiegare ad Elvira il motivo della mia contentezza non serve; lei è, come dire, con i piedi per terra. Sa il rischio che corre ed un po’ ne teme. Io sono più idealista, a volte mi ritrovo ancora a sognare ad occhi aperti. Sono un bambinone. So che c’è tanto per cui ridere nella vita, tanti i motivi per cui essere felici, e voglio trovarne finché sono vivo. Non mi lascerei sfuggire neanche per tutto l’oro del mondo questi piccoli giocatori che si esibiscono davanti ai miei occhi… con un cartone tondeggiante per pallone, e due alberi al posto delle reti. E poi non smettono di ridere. E neanch’io. Ad un certo punto, uno di loro si accorge di noi, che siamo seduti un po’ distanti dal campetto in cui stanno giocando, ci guarda mentre siamo tutti stravaccati sui nostri bagagli, con l’aria stanca. Non abbiamo ancora addosso le nostre mimetiche, siamo appena arrivati al villaggio, ma lui sembra impressionato dalla nostra presenza. Ha capito: siamo soldati. E i soldati fanno sempre paura agli occhi di chi crede che stiamo portando la guerra. E i bambini, spesso, si, lo credono. Lo sguardo di questo bambino mi incute tenerezza. È lontano, eppure riesco a vedere i suoi occhi brillare. Devono essere di un nero intensissimo, come i suoi capelli. Il mio sorriso è ancora stampato sulle labbra, ed anche il suo. È come se ci stessimo sorridendo a vicenda. Dopo qualche secondo, non sembra neanche più intimorito e continua la sua partita di calcio.
La voce di Elvira mi distoglie per un attimo dai pensieri. Sta di nuovo litigando con Alessandro. I soliti due. Non sono mai andati d’accordo e continuano a non andarci. Posso capire, infondo, la posizione di Alessandro. Elvira, lo so, è una gran brava ragazza, ma talvolta esagera con il suo pessimismo. Non avrebbe dovuto intraprendere la carriera militare se di ogni missione a cui partecipa pensa sempre che sarà l’ultima, per lei. I nostri compagni, perfino io a volte, si sentono infastiditi da questa sua morbosa volontà di intaccare i nostri sorrisi e le nostre pacatezze. Noialtri, si, siamo più tranquilli, più quieti rispetto a lei. Non siamo tanti, non servono molti comparti per questa destinazione, e siamo dei buoni militari. Qui c’è la guerra. C’è la guerra e c’è il male. Ci sono uomini che sono disposti a fare di tutto, convinti delle loro idee e delle loro aspirazioni. Noi siamo solo una controparte appetitosa per la loro fame di vittoria. Ma siamo beati e tranquilli, andiamo ad unirci ai compagni che sono arrivati qui un mese fa, in un piccolo villaggio in cui non dovrebbe accadere niente di grave, e non siamo neanche troppo nostalgici delle nostre case, abituati come siamo alla lontananza, alcuni, come me, addirittura sorridenti, siamo sempre intenti a pensare al meglio. Elvira è un po’ diversa da noi. Io la chiamo animo inquieto. E’ sempre lì a ricordarci delle sue ansie e delle sue preoccupazioni. Ma mi piace ascoltarla parlare, ha un ché di magico quello che trova da dire. Nonostante le sue inquietudini che la portano spesso a litigare con noi, o alle lacrime, io apprezzo la sua persona, la sua essenza. E poi, profuma di rose. Ho sentito spesso alle narici quel suo odore. Sarà il suo bagnoschiuma, o l’eau de toilette. Un profumo buonissimo, buono come la sua persona. Alessandro, invece, non sempre ha buone parole per lei. Mi è capitato oggi stesso di sentirlo bestemmiare alle sue spalle, insieme ad Alberto. Eravamo appena scesi dall’aereo ed Elvira si era lamentata di non aver potuto ricaricare il credito al cellulare prima di partire. Si era messa a parlare di questa assurda eventualità che qualcosa sarebbe andata storta già all’arrivo e che non avrebbe potuto avvisare i suoi cari. Neanche Alberto l’ha presa bene. Le ha dato quasi una strattonata. Io mi sono limitato ad annuire. Damiano, invece, se ne stava zitto dietro di noi. Lui non interviene mai nei litigi dei suoi compagni. Non lo conosco bene. È sempre così chiuso in se stesso, non parla quasi con nessuno. Non è perché non cerca un approccio o perché si sente superiore. No. Mi sembra, piuttosto, che sia il contrario. È timido, è come se non si sentisse alla nostra altezza, di tutti. Lo vedi spesso al cellulare. Parla con la sua fidanzata. E l’unico di noi che è riuscito a farsi dire qualcosa da lui è il tenente Serravezza, per noi Ciro. Ciro è il tipo che può andare d’accordo con chiunque, ed ha una carica positiva impressionante. È il tipo che anche per ore può raccontarti, come un vero cabarettista, gli eventi più drammatici di una vita, sapendone estrapolare i momenti comici e divertenti. È il tipo che non ti farà mai sentire perduto, triste, smarrito. Con poche parole può tirarti su il morale. È un colosso della nostra squadra. Nelle litigate tra Elvira ed Alessandro, è quello che riesce ad intervenire senza farsi indirizzare una bestemmia o una parolaccia. Tutti lo apprezziamo per la sua ilarità, per il buon umore che porta con sé. E’ una vera fortuna averlo potuto avere con noi anche in questa missione.
Damiano si è allontanato un attimo dal gruppo. Parla al cellulare. Ha solo 25 anni. È un ragazzo giovane, capelli biondi ed occhi azzurri, ci scommetteresti che, alla sua età e con la sua bellezza, abbia un sacco di ragazze ai suoi piedi e lui lì a divertirsi con tutte. Invece no. E’ soltanto perdutamente innamorato della sua fidanzata.
Elvira, lei, è bella, eccome se non lo è, con i suoi capelli scuri, gli occhi a mandorla, la carnagione chiara, delicata, i seni alti e sodi, ma nella mimetica diventa un’altra: perde tutta la sua femminilità. E proprio quando è in servizio preferisce raccontarmi di sé. Forse, la mimetica è come una maschera dietro cui può nascondersi, diventare un’altra persona. Nella mimetica, sarà, si sente più vicina a noi uomini e non si vergogna di essere se stessa. Tra le sue inquietudini, la più tormentosa è quella di non riuscire mai a trovare una donna che la ami. Chissà se agli altri avrà mai svelato questo suo segreto. Siamo una piccola squadra, ma non sappiamo tutto di tutti. Ci sono le nostre piccole amicizie, le nostre preferenze anche fra noialtri. Elvira mi parla spesso di sé, ed io le confido qualche mio piccolo segreto che gli altri non sanno quando sono in vena di farlo, altrimenti resto ad ascoltarla.
Ciro sta tracciando degli scarabocchi sul terriccio sotto ai nostri piedi con un pezzo di legno. Mi fa tenerezza vederlo così, con la testa china e la schiena curva. Temo che se potessi vedere i suoi occhi, adesso, potrei notarci una qualche traccia di mestizia, o di abbattimento. A volte sono egoista nei suoi confronti. No, mi dico, non può abbandonarci proprio lui. La nostra quadra vive del suo buon umore.
Alberto sta ascoltando la lite in corso ed ogni tanto lo vedo annuire col capo, e lo fa sempre quando a parlare è Alessandro.
La litigata tra Elvira ed Alessandro trova la sua fine solo adesso che è  finalmente arrivato il pullman militare che ci porterà dritti alla nostra dimora, dove alloggeremo per i prossimi sei mesi. Ci sono altri militari a bordo. Verremo accompagnati ciascuno alla propria destinazione. Ci saliamo anche noi, uno per volta, tenendo il nostro bagaglio tra le mani. Ci sale prima Elvira, seguita da Alessandro, poi Alberto, Damiano e infine Ciro. Io sono l’ultimo, così posso vedere i miei compagni, uno per uno, salire la scaletta e sprofondare nel primo sedile libero e, guardandoli, mi ritrovo a chiedermi cosa intendono portare, tutti loro, a casa, di questa esperienza. Io… non porterò mai abbastanza.

S. Giorgino

2 commenti:

  1. Sembra di essere lì sul campo, presenti, con un trasporto commovente... e di gratitudine. Ci si sente vicini a questi ragazzi che vivono realmente questo stralcio di diario e... si vorrebbe portarli via, troppo giovani per così grandi esperienze.
    Sempre gradevole leggerti.

    RispondiElimina
  2. Grazie fiormat.
    I tuoi commenti sono sempre profondi e sentiti.
    :-)

    RispondiElimina

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