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"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10), "Sei dove sussulta il cuore" (settembre 2017).

I miei libri

I miei libri

venerdì 15 febbraio 2013

Libri tradotti da altre lingue: qualcosa inevitabilmente si perde.


È da un bel po' che mi porto dentro una certa sensazione di "fastidio" - ma probabilmente non è la parola giusta - nei confronti delle letture tradotte. 
Un libro non mi conquista solo per il suo contenuto, per il tema affrontato o per la storia raccontata, ma anche per com'è scritto, per lo stile, per la scelta delle parole.
Se leggo il libro di un autore italiano, sono piacevolmente rilassata, mi godo quello che ha scritto e come lo ha scritto, con la consapevolezza che tutto quello che è lì di fronte a me è solo e semplicemente il frutto delle sue scelte. D'altronde, per una a cui piace scrivere è inevitabile apprezzare anche questo dei libri.
Quando leggo il libro di un autore straniero tradotto in italiano, invece, nutro un certo sospetto, timore, quasi incertezza. Ne apprezzo il contenuto, senza dubbio, ma la forma esteriore? Non sarà certamente più importante del contenuto, del messaggio che la storia vuole comunicare, ok, ma la scrittura a mio avviso è molto altro: la scelta delle parole, le espressioni, lo stile utilizzato influenzano moltissimo i miei momenti di lettura.
Sarà poi che i miei studi universitari mi hanno indirizzato verso un certo tipo di "analisi" (laurea in Traduzione e Interpretariato!), ma tengo parecchio conto di questa sfaccettatura. 
Non riesco a farmi piacere un libro solo per le intenzioni dell'autore: io voglio sapere come l'autore ha voluto comunicare tutto. Se il traduttore è all'altezza, senza dubbio sarà in grado di non far sentire alcun tipo di differenza. È successo con diversi libri, con Norwegian Wood per esempio, con Lo Zahir di Coelho, e con molti altri: libri tradotti da altre lingue nella cui lettura io non ho sentito alcun tipo di fastidio. Stavo semplicemente leggendo un testo in lingua italiana, fidandomi di un traduttore che era in grado di farmi apprezzare la lettura.

Prendete invece l'esempio di Brida, di Paulo Coelho. La storia mi è piaciuta, è proprio lui, è Coelho a tutti gli effetti, queste sue storie affascinanti, che toccano il lato spirituale della vita, che ti portano a riflettere sulle cose. Ma la forma non mi ha convinta. Un linguaggio lento e noioso, troppo normale, senza slanci, frasi che mi sono sembrate "perfette grammaticalmente", come se questa fosse stata l'unica preoccupazione del traduttore. Ancora oggi mi ritrovo a domandarmi se questo sia stato il risultato di una traduzione "fatta male", o se il traduttore sia stato in grado di riportare abbastanza fedelmente il testo originale. Ma in quest'ultimo caso, significherebbe che Coelho ha scritto Brida con un linguaggio privo di slanci e di emozioni: non voglio crederlo. D'altronde, non potrò mai neppure verificarlo, giacché non conosco la lingua portoghese!

La mano del traduttore si sentirà sempre, purtroppo. La si sente per una semplicissima ragione: perché è inevitabile. Le lingue sono tutte diverse fra loro, hanno diverse strutture, diverse forme, diverse posizioni delle parole all'interno delle frasi, diversi sistemi grammaticali, diversi modi di dire le cose. I traduttori lo sanno: nel passaggio dal testo originale al testo d'arrivo, si perde inevitabilmente qualcosa. O la si aggiunge, magari, dipende dalle lingue in gioco e dalle loro strutture grammaticali e sintattiche. Togliendo o aggiungendo, comunque, avviene in ogni caso un cambiamento. Per quanto un traduttore si sforzi di restare fedele al testo originale, non potrà mai riportare perfettamente l'intento dell'autore. Qualcosa cambierà inevitabilmente, qualcosa andrà a perdersi, un'emozione particolare fra le righe, la voglia di esprimere un concetto in un determinato modo. Il compito del traduttore, quindi, è quello di non far sentire al lettore il peso di una traduzione, di una modifica, di un modellamento del testo originale. Il lettore italiano sentirà semplicemente di essere di fronte a un testo scritto in italiano, niente più di questo.
Ma chi come me si pone mille domande perfino quando legge, è spacciato. Saprà per certo che qualcosa manca, nel testo sotto ai suoi occhi. Quelle non sono le parole dell'autore, ma del traduttore. C'è chi afferma che un testo tradotto diventa perfino un nuovo testo, un altro testo, un testo a sé stante.
Da tutto ciò non si può sfuggire, questo passaggio è semplicemente inevitabile.

Tuttavia, la mia è una semplicissima constatazione: non vuol dire che non leggerò testi tradotti di autori stranieri! Ne sto leggendo e ne ho letti tanti, e continuerò a farlo. Solo che, per come sono fatta, nel corso della lettura non smetterò di sentirmi un po'... titubante! Specialmente quando, giunta alla fine, mi ritroverò ad aver apprezzato moltissimo la lettura: è lì che mi domando "Che cosa mi è piaciuto? Il pensiero dell'autore e la forma del traduttore?" 
Per me scrivere è queste due cose messe insieme: scrittura e pensiero sono inscindibili. Quando io scrivo, il mio intento non è solo di comunicare qualcosa, ma di farlo a modo mio. La penna dello scrittore è come il pennello dell'artista: attraverso uno strumento, danno vita alla fantasia, ma lo fanno nel modo in cui loro stessi percepiscono la realtà. E la percezione è troppo soggettiva per avere la pretesa che possa essere rielaborata, trasmessa, comunicata. Tradotta.

Mi piace un sacco leggere libri di autori italiani, proprio perché ho bisogno di immergermi completamente nel pensiero dell'autore. E il pensiero dell'autore non lo vedi solo attraverso il messaggio che ha intenzione di comunicare, o dietro la trama del libro, ma lo vedi anche attraverso le sue parole, le espressioni, gli idiomi, le scelte, i dettagli, una virgola di troppo o una parola plasmata che non ha alcun corrispettivo nella lingua di arrivo.

Non è nel modo più assoluto un post contro le traduzioni: come potrei se appartengo allo stesso "settore"? :) Anzi grazie, traduttori, perché ci danno la possibilità di conoscere autori che altrimenti non potremmo conoscere mai. Grazie soprattutto quando, con il loro talento, ci fanno dimenticare che il testo in lettura appartiene a un autore straniero e ce lo fanno apprezzare come se lo avesse scritto nella nostra stessa lingua!





Simona




4 commenti:

  1. Da bravo appassionato di lingue, capisco bene cosa vuoi dire! Anche io preferisco leggere in lingua originale, quando posso - con inglese e francese mi riesce ancora bene, con tedesco e greco decisamente no! Se non l'hai ancora sentita, ascolta la puntata di "La lingua batte" di due settimane fa (se non sbaglio), che parla proprio di traduzioni! Ciao :-)

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  2. sono d'accordo con te...complimenti!!

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