Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese appassionata di scrittura e di fotografia e profondamente innamorata degli animali. Questo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, riflessioni, novità sui suoi libri e molto altro. INSTAGRAM: @simona_giorgino (profilo autrice), @photosfromthewind (profilo fotografico).

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giovedì 18 luglio 2019

L'amica geniale: un'opera che lascia tracce profonde.



Primo volume: L'amica geniale
Secondo volume: Storia del nuovo cognome
Terzo volume: Storia di chi fugge e di chi resta
Quarto volume: Storia della bambina perduta


Elena Ferrante, edizioni e/o





Cari lettori,



come riuscire a parlare della serie de L'amica geniale? Come riuscire a descrivere le emozioni che ti lascia, il modo in cui questa lettura ti tormenta, ti modella, ti scava dentro? 

Elena Ferrante è lo pseudonimo di una scrittrice misteriosa, che ha deciso di non rivelare la sua identità perché, dice, rivelarsi mette a rischio la sincerità della scrittura. L'ammiro. Quando si è esposti con il proprio nome e con la propria vita, è difficile che venga fuori una scrittura così sincera e schietta come quella della Ferrante. Fa bene ad avvolgersi nel mistero e, sebbene sia ampiamente curiosa anch'io, come tanti lettori e tante lettrici, di conoscere il volto di questa straordinaria scrittrice, al tempo stesso sento di doverla ringraziare per il suo anonimato che le ha permesso, evidentemente, di scrivere senza catene, senza corde, senza schemi, senza congetture, facendo venire fuori l'Opera meravigliosa che ho da poco finito di leggere e che sento mi resterà dentro ancora per moltissimo tempo.

La sua scrittura è tagliente, precisa, ricca di dettagli veri, crudi, realistici. Un'opera ampiamente approfondita e straordinariamente profonda. Una storia ampia, infinita, che racconta la vita di ogni singolo personaggio come stesse raccontando la nostra, la vostra, quella di tutti. Perché, in un modo o nell'altro, quest'opera ci somiglia, ci spia nell'interno, ci appartiene, come se non raccontasse solo la storia di Elena, Lila e i tanti personaggi che ruotano intorno a loro, ma la storia di ciascuno di noi. 

L'infanzia, le amicizie che nascono piano, tra i banchi della scuola elementare, le complicità e allo stesso tempo le divergenze, le differenze di carattere, le personalità che emergono lungo il filo sottile dell'assertività, le paure nascoste, le bellezze celate, i cambiamenti, la fuga dal posto cui si appartiene e la decisione di restare, l'emancipazione, il successo, le carriere, le approvazioni e le disapprovazioni, il confine impreciso delle cose, della persone, della vita stessa, gli amori segreti e quelli folli, gli amori comodi e quelli impossibili.

Come fare a racchiudere in un breve post un'opera letteraria che contiene tutto il mondo e tutta la vita? 

Difficile non ritrovarsi, da qualche parte in questa lunga storia...

Non amo le serie. Sono decisamente per i romanzi autoconclusivi. Quando ho comprato L'amica geniale, infatti, non sapevo che avesse tre seguiti. Credevo fosse un autoconclusivo, ne avevo sentito tanto parlare, gli spettatori hanno amato anche la serie TV trasmessa alla fine dello scorso anno sulla RAI. Quando ho finito il primo volume, con un intimo desiderio reverenziale e commosso sono corsa in libreria per comprare gli altri tre. E ora che ho finito di leggerli tutti, ho l'obiettivo di comprare il DVD della serie TV per rimediare al grave errore di non averla seguita! 

Un'opera come quelle che ci si aspetta di leggere: libri che ti lascino delle tracce dentro, che ti facciano male, che ti scuotano l'anima, che ti travolgano e ti stravolgano...

Per me L'amica geniale è stato tutto questo.





Simona Giorgino



giovedì 8 ottobre 2015

"Never let me go", di Kazuo Ishiguro: le mie impressioni.

Poi c'è questo libro del 2005, "Never let me go" (versione italiana: "Non lasciarmi"), di Kazuo Ishiguro, scrittore giapponese impiantato in Inghilterra, che una volta finito di leggere in effetti non ti lascia più. Continuano a tornarti nella testa le immagini, le sensazioni, tutti i ricordi che la narratrice-protagonista, Kathy, riporta a distanza di molti anni, e la descrizione dettagliata delle scene, dei momenti, la sensazione tangibile di essere insieme a quei ragazzini che crescono nel mondo fantastico dell'istituto educativo Hailsham e che si trasferiscono, poi, ai Cottage. Una storia d'amicizia e d'amore all'insegna dei ricordi, che diventano ancora più importanti e fondamentali se i protagonisti sono dei cloni, creati in laboratorio allo scopo di donare gli organi e come supporto al progresso scientifico nel campo delle malattie incurabili.

È una storia in cui a farla da padrone è un destino ineluttabile. Ma è umano: anche quando tutto sembra inevitabilmente predestinato, l'uomo serba inconsciamente delle speranze, o magari si crea delle fantasie che gli rendano anche più spianata la strada.

La bellezza di questo libro, a mio avviso, risiede nei flashback così sapientemente dosati e curati, nei quali il lettore si immerge totalmente e diventa protagonista in prima persona. Le memorie diventano come mattoni posti su altri mattoni, tasselli legati ad altri tasselli, fino a creare un quadro esaustivo di che cosa sono state l'infanzia e l'adolescenza di Kathy, Ruth, Tommy e, insieme a loro, di tutti gli altri ragazzi accomunati dallo stesso crudele destino.
La dolcezza dei ricordi è disarmante: il lettore ne resta avvinghiato e affascinato, non c'è scampo alla forza di quelle parole che ti trascinano fino alla fine del romanzo con una potenza contro la quale non c'è resistenza che vinca.
Questa lettura è una lotta continua che non conosce sosta: si viene a conoscenza della vera natura - e quindi del destino - di questi giovani protagonisti quasi sin da subito, e quindi sin da subito si rimane implicati in un meccanismo di commozione, di rabbia e di impotenza, sebbene dall'altro lato ci siano anche queste dicerie, queste voci che circolano sin dai tempi di Hailsham e che si tramutano inevitabilmente in speranza, una speranza però vana, destinata al fallimento, creata dalla fragile fantasia di piccoli esseri che, a causa di un voluto "detto non detto", non possono comprendere appieno il significato delle loro esistenze, l'ineluttabilità del loro destino.

La potenza degli ultimi capitoli, poi, è devastante: tutti quei discorsi fatti negli anni, quegli scambi di opinione, quella spasmodica ma silenziosa ricerca di una via d'uscita, quel vitale desiderio di riuscire a ottenere anche solo un po' di tempo in più per amare, quella forte voglia di scoprire il "segreto" nascosto dietro all'Arte, tanto importante nel mondo di Hailsham, tutte quelle sensazioni che da sempre, in piccole ma importanti porzioni, hanno tenuto in vita la speranza di una salvezza, o, al massimo, di un "rinvio" delle donazioni, si rivelano fragili come castelli costruiti sulla sabbia. A confermarlo sarà un importante incontro con chi aveva realmente lottato per dimostrare alla scienza che anche loro, anche i cloni, hanno un'anima, attraverso un importantissimo progetto il cui fallimento porta alla chiusura definitiva di Hailsham. Non c'è via d'uscita a quello che la scienza ha voluto per loro, non esiste modo per fuggire dalla loro inevitabile, terribile sorte.

Eppure i nostri piccoli protagonisti, nonostante tutto, a Hailsham hanno potuto vivere, se non altro, un'infanzia felice e spensierata, che ha dato loro l'illusione di essere come tutti gli altri e di poter perfino sperare.

Un libro di una drammaticità disarmante. Ci sono stati diversi momenti, nel corso della lettura, in cui un groppone in gola non mi permetteva di continuare. Ishiguro ha creato un mondo fantastico in cui mi sono immersa in totale abbandono e concentrazione.

Solitamente non mi attraggono le letture distopiche o fantastiche, ma con Never let me go le cose sono andate diversamente. Lo comprai nel 2008 senza sapere che fosse un romanzo "fantastico" (non potevo capirlo da niente, la descrizione in quarta di copertina, chiaramente, non svela nulla) e solo per la voglia di leggere qualcosa in inglese, e già quella prima lettura mi regalò delle emozioni importanti. Oggi, a distanza di sette anni, lo rileggo ritrovandoci le stesse emozioni ma addirittura amplificate se vogliamo, forse anche grazie alla mia maggiore competenza nella lingua inglese rispetto a tanti anni fa, che mi ha permesso di assaporare meglio tutte le scene, gli episodi, i racconti, i non detti.

Essendo a conoscenza del fatto che il romanzo è stato anche trasposto sul grande schermo (2010, regia di Mark Romanek), ieri mi sono concessa la visione del film, ma le aspettative sono state deluse. Non c'è modo che il film possa essermi piaciuto più del libro. Anzi, mi sono anche un po' annoiata e, più che per altro, l'ho visto tutto per il piacere di notare le differenze o le analogie con il romanzo.
Be', si sa, trasporre un libro sullo schermo non dev'essere per niente un'impresa facile. Un sacco di scene devono essere tagliate o anche modificate dall'originale allo scopo di rimanere entro i limiti di una normale durata filmica. Sebbene il film si sia mantenuto abbastanza fedele alla maggior parte delle scene descritte nel libro, secondo me non se ne può dire all'altezza. Molte scene importanti, che nel mio immaginario di lettrice sono state addirittura indispensabili nel libro (come l'associazione della città di Norfolk con il posto dove vanno a finire le cose perdute nel tempo, diversi passaggi della storia dell'amicizia fra Ruth, Kathy e Tommy, anche lo stesso modo in cui Kathy viene a impadronirsi della musicassetta contenente il pezzo da cui prende titolo il libro, e tanti altri momenti) nel film erano inesistenti o portate verso tutt'altra direzione per necessità di tipo tecnico.
Inoltre il film in sé mi è sembrato privo di slancio, spento, troppo cupo e triste (la drammaticità della storia nel film è esasperata anche nella fotografia, nei colori, nei paesaggi, nei movimenti lenti). Il libro mi ha trasmesso una forza decisamente diversa, più vera e più reale.
Sinceramente, quando un libro mi piace così tanto non credo ci sia modo di trovare lo stesso piacere nella visione del film. I film tratti dai romanzi diventano spesso riduttivi e approssimativi. I libri, invece, contengono in sé un mondo intero che si nutre, inoltre, dell'insaziabile immaginazione dei lettori. 

Never let me go è qualcosa di speciale. Un grande capolavoro della letteratura inglese che merita tutto il tempo che prende.









Simona





domenica 20 settembre 2015

Inside Out: il nuovo film di animazione firmato Disney.

Chi lo dice che i film di animazione sono solo per bambini? Io non me ne perdo uno! Ieri sera la sala cinematografica era praticamente piena zeppa ed eravamo per la maggior parte adulti, altroché! :D




Inside Out, più di ogni altro film di animazione visto finora, mi ha letteralmente rapita! È un bel mix di risate, originalità, curiosità, suspense e commozione. Sì, commozione: sarò anche stata l'unica (non credo proprio), ma di tanto in tanto perdevo lacrimucce e stavo ben attenta a non farmi vedere ("Guardate quella, che piange per un cartone!").

Inside Out è una piccola genialata del regista Pete Docter. È una storia favolosa che "impersonifica" le emozioni, dando loro un volto e dei ruoli precisi, e le confina in una zona remota dell'anima, da dove agiscono per far sì che la vita di Riley - una ragazzina del Minnesota - sia quanto più felice possibile. La storia, in un modo molto originario, vuole cercare di spiegare chi ci sia dietro alle emozioni delle persone e perché queste siano felici o infelici. Ebbene, secondo il regista, a gestire la nostra felicità sono loro:








Queste, nello specifico, sono le emozioni di Riley. Certo, delle emozioni un po' pasticcione, c'è da dire, ma con un solo scopo che le accomuna proprio tutte: la felicità di Riley.

La piccola Riley
Per questo motivo, il quartier generale da dove tengono i comandi della sua vita non può che essere gestito, con il consenso di tutti, da Gioia. Lei è l'unica che sa sempre come fare a strappare un sorriso alla piccola Riley, sa sempre come rimettere a posto le cose quando le altre emozioni "combinano qualche guaio" e prendono il sopravvento, ha un ottimismo invidiabile, non si ferma di fronte a nessuna sconfitta e riesce sempre a trovare il modo per riportare la calma. È proprio grazie a lei, alla sua temperanza, alla sua perseveranza, se Riley può contare su un numero imprecisato di ricordi felicissimi!
Ma a un certo punto, in corrispondenza di un trasloco a San Francisco, la vita di Riley comincia a cambiare. Inside - ovvero nel mondo delle emozioni - si verifica un imprevisto che vede Gioia e Tristezza allontanarsi dal quartier generale per un breve periodo di tempo che sarà però cruciale, dal momento che i tre rimasti - Disgusto, Rabbia e Paura - perdono letteralmente il controllo della situazione. Vorrebbero tanto gestire Riley come riusciva a fare Gioia, ma le loro personalità forti vengono fuori e portano praticamente la ragazzina alla rovina.
Gioia e Tristezza con l'amico immaginario
Nel frattempo, Gioia e Tristezza, finite negli anfratti della personalità di Riley, cercheranno a tutti i costi di trovare la via per tornare indietro e riprendere in mano la vita della ragazzina, percorrendo un fantastico viaggio che le vede passare per il subconscio, incontrare l'amico immaginario di Riley (un elefantino fatto per metà di zucchero filato e che piange caramelle), passare per la sede dei sogni (immaginata come un'esilarante casa di produzione cinematografica, con tanto di registi, attori, camera men, locandine dei prossimi sogni in uscita), salire sul treno dei pensieri, che passa sempre e si ferma solo quando Riley si addormenta, cadere nel dimenticatoio, dove finiscono i ricordi rimossi nel tempo, e cercare di risalire in superficie, e molto, molto altro.

Nel quartier generale
Che dire delle cinque emozioni? Sono tutte fantastiche, ognuna con la propria dirompente personalità. Disgusto con le sue facce buffe, Rabbia che esplode per ogni nonnulla lanciando fuoco dalla testa, Paura che, chiaramente, ha il terrore di ogni cosa, Tristezza, sempre depressa e pigra all'ennesima potenza, e infine Gioia, che sembra una mamma che ha a cuore solo e soltanto la felicità della sua bambina e farà di tutto per far funzionare le cose e riportare l'ottimismo, nella vita di Riley come nel quartier generale.

Non dico una sciocchezza: ho iniziato a vederlo e dopo un istante era già finito! Mi sono divertita, mi sono commossa, ho riso molto, ho provato un vero piacere a stare seduta in quel sedile a guardare Inside Out, uno dei film di animazione più belli e originali di sempre! (Credo sia il mio preferito, finora).

Lo consiglio vivamente a tutti, a grandi e piccini. In questo post è scritto gran poco, ma vi assicuro che il film è molto di più: in ogni momento succede qualcosa di nuovo e originale, che vi lascerà a bocca aperta, vi divertirà, vi stupirà, vi renderà felici di essere al cinema!

Io voglio già rivederlo.







Simona





mercoledì 12 marzo 2014

"Ho cercato il tuo nome", Nicholas Sparks



Qualche mese fa ho provato a leggere questo libro di Nicholas Sparks e ho dovuto mollare la lettura quando ancora non ero arrivata neppure alla metà perché non mi stava prendendo affatto. 

In realtà sono dell'opinione che a ogni libro occorre dare una chance, e non trovo giusto mollare una lettura a metà e poi giudicare il libro senza averlo letto per intero. E infatti... non sono qui per giudicarlo, né per scriverne una recensione. Mi chiedevo solamente perché me ne sia stancata così in fretta, qual è il meccanismo in cui mi sono inceppata!

Ha rincarato la dose il film "Ho cercato il tuo nome" che ieri hanno trasmesso su Canale5, tratto appunto dall'omonimo romanzo. Quando ho scoperto che la TV avrebbe trasmesso questo film, ho deciso senza esitazione che lo avrei visto, proprio in ricordo di quella lettura lasciata in sospeso senza pietà. Mi sono detta "Vediamo se almeno attraverso il film riesco a finire questa storia". 
L'ho trovato noiosissimo, e anche qui ho mollato prima di arrivare alla fine! Sigh!

Niente da fare: con "Ho cercato il tuo nome" ho fatto acqua da tutte le parti! 

Morale: non saprò mai come finirà la storia di questi due personaggi di cui ricordo solo vagamente il nome :P (mi ricordo solo quello di lei, a dire il vero).

Insomma... qualcuno di voi ha letto il libro/visto il film e ne ha tratto conclusioni diverse dalle mie? :)








Simona




mercoledì 29 giugno 2011

Hachiko - il cane fedele

Hachiko
La storia che oggi mi ha commossa è quella di un cane fedele al suo padrone. E' una storia di cui avevo già sentito parlare e di cui sicuramente anche voi avrete sentito, ma non ne avevo mai visto il film e non conoscevo il nome del fantastico cane. 

Hachiko è il nome di questo straordinario Akita, un'antica razza giapponese di cane da caccia o da lavoro. La sua storia è commovente perché dimostra quanto l'amore per il proprio padrone possa essere eterno, e di una profondità non misurabile. 
Il suo padrone Ueno era un professore dell'Università Imperiale di Tokyo. Tutti i giorni prendeva il treno dalla stazione di Shibuya per andare a lavorare. Hachiko aveva imparato bene i suoi orari e tutti i giorni, alle 17, aspettava Ueno al solito posto in stazione, in attesa del suo rientro. 
Statua dedicata ad Hachiko
Ma un giorno Ueno non fece ritorno. Durante una lezione universitaria, il professore venne colpito da ictus e morì. Hachiko non poteva saperlo. Restò ad aspettarlo in stazione, invano. I familiari, ormai a conoscenza della fedeltà del cane, andarono a prenderlo in stazione. Ma nessunò riuscì mai più a tenerlo lontano da quel posto, neanche quando cambiò casa. Riuscì a trovare ancora la strada per la stazione e continuò a recarvisi per ben nove anni, fino alla sua morte. In stazione tutti ormai lo conoscevano. Hachiko era diventato noto. Il capostazione e i pendolari che passavano di lì quotidianamente non mancavano di prendersi cura di lui, di dargli cibo e riparo. Hachiko era diventato una celebrità. Molte persone si recavano alla stazione di Shibuya per vederlo e accarezzarlo. Gli fu perfino dedicata una statua, che si erge proprio nel punto in cui il cane usava aspettare il suo padrone (sebbene quella attuale non sia l'originale, che era stata abbattuta durante la Seconda Guerra Mondiale a causa della necessità di impiegare in guerra ingenti quantità di metallo).

Alla sua morte, che avvenne l'8 marzo 1935, fu colpita l'intera comunità nipponica e si dedicò un giorno di lutto alla sua scomparsa.

Su questa storia sono stati scritti libri e sono stati girati film, tra cui il remake americano che ho visto questo pomeriggio, Hachiko - il tuo migliore amico, con Richard Gere e Joan Allen.

Mi sentivo stupidissima, ma non riuscivo a trattenere le lacrime. Non ho pianto per niente, solo un po' di commozione, figuratevi.

mercoledì 15 giugno 2011

Il diavolo veste Prada


L'ho visto così tante volte che potrei giurare di conoscerlo a memoria.
C'è stata gente che lo ha considerato snob, scontato, affermando che la lunga successione di rincorse al capo è ripetitiva. Io, invece, l'ho trovato assolutamente grandioso. Meryl Streep è stata indubbiamente meravigliosa nel suo ruolo di capo temuto e severo, e ritengo che Anna Hathaway sia stata un buon acquisto per il film (per non parlare degli altri personaggi, specie Stanley Tucci e anche Emily Blunt che ho trovato magnifici); inoltre, ho apprezzato molto la cura dei dettagli.
E di fronte a un commento del tipo "È ambientato in un mondo che, se scomparisse, non mi farebbe versare una lacrima. Questo mi influenza nel giudicare questo film superficiale, vuoto e anche francamente irritante per come glorifica le pseudostars della moda e della stampa patinata. Le parabole "esistenziali" dei personaggi sono meccaniche e ovvie, fidanzato e amici bohemiennes della protagonista sono insopportabili. La Streep sarà anche brava, ma sono arrivato in fondo solo grazie al tasto "pausa" del decoder..." penso che è davvero curioso come ogni cosa sia soggettivamente diversa.
Innanzitutto, è chiaro che questo film non potrà mai piacere a uno che pensa che il mondo della moda "se scomparisse non mi farebbe versare una lacrima". È come se uno dicesse: "Questo film fa schifo perché non mi piacciono gli horror" di fronte all'Esorcista. Stai guardando un horror!
Io, al contrario, l'ho trovato magnifico (d'altronde, trovo magnifico ogni lavoro che trasmetta positività e allegria).
Sono d'accordo con chi dice che la trama sia un po' scontata, ma c'è un ma. Credo che, più che un'ipotesi, sia una mezza realtà: storie di questo genere se ne sono viste tante, con il capo che sottomette la nuova arrivata o con il cambiamento graduale della protagonista che trascura la vecchia vita per il successo ma che alla fine ritorna a riprendersi ciò che le apparteneva. Insomma, era probabilmente facile prevedere quello che sarebbe accaduto, così come succede in milioni di altri lavori, scritti o sceneggiati.
Ma io sono sempre stata dell'opinione che le storie, tutte quante o quasi tutte, siano sempre abbastanza prevedibili (a meno che non mi scrivi una storia completamente di fantascienza, storie "reali", quotidiane, di tutti i giorni sono sempre un po' prevedibili!). Il pubblico è  ben abituato ai film e alle trame, sa già cosa succede, sa come deve svolgersi la storia (voglio dire, il cinema è nato alla fine del 1800, nel 1895 ci fu la primissima proiezione cinematografica di fronte a un grande pubblico, ne avranno fatti di film da allora!). Quello che fa la differenza, quindi, non è la trama in sé e per sé, ma come viene raccontata. 
E poi ci sono temi intramontabili, detti e ridetti, che tuttavia continuano a esercitare  sempre lo stesso effetto.
Perché, guardando Il diavolo veste Prada, non ero capace di annoiarmi neanche quando ero certa di prevedere quello che sarebbe accaduto dopo? Non sono andata avanti grazie al tasto pausa né tantomeno me lo sono tirato forzatamente fino alla fine, no! Io me lo sono proprio guardato con gusto e questo spiega il motivo per cui l'ho visto più di una volta! Credo che a un certo punto, poi, subentri anche la componente personale. Il mondo della moda in cui è ambientato il film, sebbene non sia certo mai stato una priorità nella mia vita, non mi è indifferente, e poi la caparbietà della protagonista, le possibilità della vita, le porte che si aprono sul futuro, l'ottimismo esasperato, sono tutte cose che riescono a colpire grande parte del pubblico. Non tutti, ma molti.
Io non me la sento mai di condannare un lavoro che riesce a essere "commerciale", laddove per commerciale intendiamo attirare pubblico e averne la capacità, sebbene ciò avvenga dietro la ripetizione di un tema già sentito. 
Se un tema è scontato, sentito e risentito ma è, al tempo stesso, un tema a cui tieni (e che trasmette positività) sicuramente non ti stancherà mai. Dev'essere successo questo a me e a tutti quelli che lo hanno ritenuto un buon lavoro!

martedì 10 maggio 2011

Benvenuti al Sud



Amo questo film. 
Lo trovo di un'ironia e di un divertentismo intelligenti. Non ho visto il film francese "Giù al nord" a cui è ispirato, ma so che "Benvenuti al Sud" è diventato facilmente uno dei miei preferiti!

Alessandro Siani
Per chi non conoscesse la trama, si tratta di Alberto (Claudio Bisio), un "polentone" milanese, impiegato delle Poste Italiane, che è stato trasferito a Castellabate (in provincia di Salerno) per due anni per condurre il suo incarico di direttore d'ufficio.

La notizia della partenza al sud, per lui e per la moglie, legati alle loro tradizioni lombarde e con il loro immancabile senso di "razzismo" nei confronti dei "terroni", è terrificante, ma la storia prenderà una direzione diversa... e scopriranno che quel mondo tanto temuto, a cui sono legati eterni pregiudizi, non è poi così malvagio!
Mi è piaciuto davvero tutto di questo film (a parte Alessandro Siani che trovo fantastico e attraente - ha qualcosa di così carino, santo cielo!). Gli attori sono tutti azzeccati, hanno recitato benissimo nel loro ruolo.

La prima parte del film, divertentissima, ritrae questo Claudio Bisio sfiduciato prima di partire e diffidente una volta arrivato a destinazione. Parte prevenuto nei confronti di questo paese del napoletano, aspettandosi per certo di trovarvi un posto pericoloso, come si racconta al nord, un posto di delinquenti, camorristi, furti, spazzatura, colera. Lo vedi partire munito di giubbotto antiproiettili, di trappole per topi e di gorgonzola per i suoi pranzi solitari. Arrivato sul posto, non si fiderà subito dei tre amici che vi troverà e crederà sempre che stiano cercando di fregarlo in qualche modo. Fino a ché un giorno riuscirà a rendersi conto dei suoi ridicoli pregiudizi e scoprirà di starsi affezionando molto a tutti, a questa terra baciata dal sole e alle sue splendide tradizioni, a volte un po' esagerate, a volte così affascinanti. E Alberto ha pianto due volte in questa avventura: ha pianto quando è arrivato, perché restìo a rimanere due anni interi in questa terra ripudiata, e ha pianto alla fine del suo "mandato", quando ha ricevuto la tanto attesa lettera di trasferimento nella sua adorata Milano, che significa dover abbandonare questi favolosi amici e la meravigliosa Castellabate.

In viaggio per Castellabate
La bellezza del film sta in molti punti: sta nel senso dell'amicizia, sta nel rendere divertente in modo leggero e intelligente l'arrivo di un "polentone" in un paese di "terroni", sta nel rendere divertenti gli scambi di battute, ognuno nella propria lingua, che se per Bisio è l'"italiano", per i suoi colleghi napoletani è un misto tra dialetto e italiano, a volte addirittura incomprensibile, sta nella forza dell'amore che vince le radici di una madre meridionale troppo "chiusa" e attaccata al proprio figlio, sta nella generosità e nell'accoglienza, a volte esagerata, della gente, sta nel constatare che il sud non è poi così male come si dice al nord. Qui esiste un cuore, caldissimo e pieno di generosità, esiste un forte senso dell'amicizia, e anche quello della libertà, esiste un profumo di casa e tradizione, che a mezzanotte si espande verso il mare, nel giorno della festa del Santo Patrono, per perdersi nelle luci colorate e sfavillanti dei fuochi d'artificio.







  








Per chi non lo avesse visto, io suggerirei di non perderselo! Ne vale davvero la pena!

N.B. Per i Sky-dotati, questa settimana è in Primafila (per gli abbonati a Cinema solo a 2.50 Euro!).

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