Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese appassionata di scrittura e di fotografia e profondamente innamorata degli animali. Questo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, riflessioni, novità sui suoi libri e molto altro. INSTAGRAM: @simona_giorgino (profilo autrice), @photosfromthewind (profilo fotografico).

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sabato 27 gennaio 2018

Ricordi milanesi

Arco della Pace, foto dal web

Milano, periodo di passaggio fra la primavera e l’estate. Ricordi. Un marciapiede, dei negozi aperti - ma ancora non per molto - il sole che era ormai quasi del tutto tramontato, da qualche parte dietro ai palazzi. Il bar all’angolo. Il grande parco che si apriva immenso al di là dell’incrocio. Le varie entrate alla stazione di Pagano. Gli ultimi raggi del sole che si posavano dappertutto con le loro lunghissime braccia. Si posavano sulle bancarelle allestite nei punti più strategici, sull’asfalto, sui pali della luce, sulle folte chiome degli alberi, sui primi vestitini leggeri sfoggiati dalle ragazze. La temperatura, ah, quella temperatura! Non si può dire che fosse piacevole, di più, ben di più. Non c’è termine che possa descrivere il ricordo di quella temperatura sulla pelle, di quella brezza primaverile che si posava sull’epidermide, di quel profondo desiderare l’eternità di quei momenti. Si stava bene, così bene, che non si poteva chiedere di essere altrove. L’altrove non ti avrebbe potuto dare di più, giacché lì, proprio lì e in quel preciso istante, la perfezione non ti lasciava scampo. Il tutto mentre il mondo diventava rosa, sfumato verso il violaceo, in una tinta che aveva del paradisiaco. Il tutto mentre via Pagano ti conduceva dritto all’Arco della Pace. Il tutto mentre Parco Sempione faceva capolino da dietro le inferriate. Respiravamo il mondo. Annusavamo la vita. Camminavamo fianco a fianco, parlando di tutto e di niente, pronti per una nuova serata. Avremmo fatto una passeggiata, un apericena, forse un cinema. Chissà, qualcosa.






Già in fissa con la primavera/estate.

Simona



venerdì 23 giugno 2017

Milano: il mio doloroso addio.

Navigli
Gli addii non hanno mai fatto per me, i periodi che si concludono, i saluti, specie se definitivi, le situazioni che passano, le fasi che si chiudono. Che tristezza immensa le cose che finiscono! 
Com'è strana ed esaltata questa vita vissuta così, invischiata con le emozioni e con le sensazioni. Di una fase, così come di un posto, mi rimane dentro ogni cosa: i rumori, i suoni, gli odori, i colori. Mi entrano dentro e si fossilizzano lì, sino a diventare tutt'uno con me. Vivo al di sopra delle righe, per poter assaporare meglio ogni cosa. Vivo sentendo, perché senza sensazioni non so come si viva. Vivo attraverso gli occhi, il naso, le orecchie, sento, inspiro, annuso, osservo, ascolto. Mi lascio assorbire dalle più piccole particelle che si muovono nell'aria. 
Può anche non essere successo niente di esaltante - e in realtà tutto è stato esaltante qui - può anche essersi susseguita semplice vita quotidiana, ma di ogni piccolo istante mi rimangono dentro frammenti, di ogni luogo visitato, di ogni angolo di metropolitana, di ogni negozio dove ho fatto compere, di ogni parco e di ogni strada mi rimangono scene e ricordi. 
Mi fa persino tristezza il pensiero di essere stata in tantissimi luoghi per un'ultima volta senza che allora me ne rendessi conto. Alcuni di quei posti li rivedrò ancora, solo una volta, e avrò modo di salutarli a dovere, ma molti altri non li rivedrò mai più se non nei miei ricordi.
La nostalgia che provo oggi è disarmante. Provo nostalgia per ogni cosa, persino per le rumorose macchine dell'AMSA che maledicevo quando mi svegliavano di mattina presto! 
Milano ha significato tantissimo per me, hanno significato tanto tutte le persone che ho incontrato, tutti i posti che ho visitato e in cui ho vissuto, tutte le cose che ho fatto in questi due anni.  
Il tram 15: uno dei tanti "simboli" della mia esperienza milanese
Ma forse il vero significato che questa città ha avuto per me, comunque, lo capirò solo più in là, quando mi sarò "riassettata" a casa mia, in Puglia, quando sarò tornata alla mia routine salentina. Solo allora forse potrò riguardarmi indietro, a mente fresca, e tirare le somme. E spero che allora riuscirò anche a far pace con i miei sentimenti contrastanti, e a rimettere in ordine tutte queste emozioni che mi si sono aggrovigliate dentro in modo disordinato. E non spero che tornare alla routine salentina mi aiuti a dimenticare Milano - non è ciò che voglio e sarebbe comunque impossibile - ma almeno che mi faccia mitigare questo sentimento estremo, esaltante, viscerale che provo per Lei.
Mi ritornano incalzanti scene di ovunque io sia stata, come se volessi inglobare questa esperienza in un collage di ricordi e rievocazioni. Milano è "tanta roba". Milano è una scheggia che mi si è conficcata nel cuore e non c'è verso di farla venire via!








Simona





martedì 20 giugno 2017

Milano: ogni cosa sembra ieri e meravigliosa


Tram a Milano
Sembra ieri quel dicembre del 2015, quando, per lavoro, misi piede per la prima volta nella città di Milano; sembra ieri quel monolocale temporaneo in una zona poco raccomandabile che io e P. affittammo giusto il tempo per cercare una sistemazione duratura, che trovammo praticamente subito, poi, dopo due giorni. Ed era quella casetta a 5 minuti a piedi dalla scuola in cui avrei preso servizio, su quello stradone alberato che avrei poi percorso tante volte, varcando il cancelletto verde dopo aver salutato la portinaia un po' scorbutica.
Sembra ieri quella fredda mattina di dicembre, quando arrivai davanti alla scuola ed ebbi un tuffo al cuore, perché Milano, in quel primo impatto, mi apparve fredda, lontana e sinistra. La scuola era immersa nella nebbia e faceva molto freddo, e lì, in quel preciso istante, credetti che Milano fosse davvero come in molti me l'avevano descritta: fredda - anche nei rapporti umani - triste e uggiosa. Immaginai il momento in cui avrei dovuto separarmi da P., che sarebbe tornato giù lasciandomi sola in quella città sconosciuta. Quella mattina entrai a scuola carica di questi sentimenti, per iniziare la mia avventura nella scuola pubblica. Dopotutto ero venuta a Milano per questo. E dentro a quell'istituto vi trovai un mondo: la mia prima sala docenti, la novità della scuola, la curiosità e al tempo stesso la tensione, che poi si smorzò quando, al suono della campanella, incrociai gli sguardi teneri e i sorrisi ammalianti dei miei primi alunni, in quel Liceo di una periferia milanese, seduti dietro ai loro banchi verdi, e con loro fu subito amore e ne conservo ancora oggi, con immensa soddisfazione, un ricordo che va oltre il meraviglioso. 
Piazza Duomo
Di lì a poco, l'idea che mi ero fatta di Milano non ci mise molto a rovesciarsi totalmente. L'inverno di quell'anno, come quello di quest'anno, non fu un inverno rigido, anzi. La nebbia, la famosa nebbia che si accompagna spesso all'immagine di Milano, io la vidi ben poche volte. Il cielo fu molto spesso sereno e il clima mite e piacevole. La primavera arrivò presto, e io scoprii quel fatto strano per il quale a Lecce avrei sentito persino più freddo che a Milano. 
Anche la gente mi stupì sin da subito. A dispetto di ciò che alcuni mi avevano raccontato prima di partire, a Milano trovai una cortesia e un'accoglienza disarmanti, un tappeto di sorrisi benevoli e poi persino una bella comitiva di amici-colleghi che allietarono piacevolmente il mio primo anno milanese.  
Era cambiato tutto da quel primo freddo giorno di nebbia: Milano si era rivelata a me, pian pianino, in tutto il suo splendore, e io la vivevo intensamente, assaporandone ogni momento, proprio perché ero consapevole della fugacità di tutto questo. Milano è sempre stata una stazione di passaggio per me, l'ho sempre vissuta sapendo che un giorno avrei dovuto abbandonarla. Non per questo, però, ho cercato di distaccarmene emotivamente. Sarebbe stato impossibile: una volta che ci sei dentro, una città così ti penetra in profondo, ed è quanto ha fatto Milano, che è diventata per me un groviglio di emozioni, un ginepraio di ricordi, che si intensificano soprattutto adesso che sto per salutarla per sempre.

Arco della Pace
Sembra ieri anche l'inizio del mio secondo anno scolastico, e quei giorni trascorsi a cercare casa mentre me ne stavo "temporaneamente parcheggiata" in un hotel di Porta Romana e mentre i miei nuovi alunni, sebbene spesso ribelli, si rivelavano a me in tutte le loro fragilità che tentano di nascondere dietro a un fare da grandi, e l'impatto con quella prima settimana piena di consigli di classe ordinari e straordinari, la mancanza dei miei vecchi colleghi ma anche l'impatto con la nuova zona dove avrei abitato: questo piccolo monolocale mi sembrò quasi un gioiellino incastonato in un prezioso mosaico; si trova infatti in una delle più belle ed eleganti zone di Milano, a 100 metri da un parco che è una meraviglia da vedere, come tanti altri parchi realizzati in questa città; se dovessi associare quest'anno scolastico a un colore lo assocerei al verde: il verde non mi è mai mancato, ed è stato una vera benedizione. Quel meraviglioso parco mi ha vista crescere e forse cambiare nei mesi, e anch'io l'ho visto cambiare, l'ho ammirato in tutti i colori di cui si è vestito: prima nei colori dell'autunno, che da novembre a dicembre tinteggiavano le chiome degli alberi in tutte le tonalità fra il giallo e il rosso, e gli immensi tappeti di foglie secche, come mi trovassi sul serio in un quadro di Leonid Afremov, e in questo Milano mi ha davvero fatto un regalo speciale; poi nei colori un po' freddi dell'inverno, che non ha mai, però, compromesso la bellezza del parco; poi, ancora, nei colori meravigliosi della primavera che è arrivata un po' senza preavviso, è stato proprio così, infatti, che da un giorno all'altro gli alberi, i cespugli e le piante si sono colorati tutti tra il bianco e il rosa, per poi lasciare posto, dopo qualche settimana, ai colori dell'estate: un verde intenso, rigoglioso, florido, che tinteggia queste grandi chiome, questi alberi esuberanti che, quando ci passi sotto, o quando ti siedi su una panchina adagiata alla loro ombra, sembrano tendersi verso di te per stringerti in un abbraccio.

Navigli
Ogni cosa sembra ieri e meravigliosa: i primi giorni di scuola così come gli ultimi, l'incontro con i colleghi, il suono delle campanelle fra una lezione e l'altra, i percorsi in tram, le gite fuori porta, i lunghi viaggi in metropolitana, i nomi delle fermate e dei quartieri, le bellezze della città, la meraviglia di Piazza Duomo, i palazzi in stile liberty, eleganti e imponenti, con i balconcini decorati e fioriti, i negozi tutti infilati uno dopo l'altro e l'eccitazione dello shopping, il Fiordaliso e le tante volte in cui io e P. ci siamo rifugiati lì, la gente, la tanta gente che si incontra per le strade, il grande Uci Cinema di Bicocca, i bar, i locali e i famosi "apericena" sui Navigli o all'Arco della Pace, i ristoranti "salentini" che ti facevano sentire a casa, gli artisti di strada, i musicisti con le loro pianole portatili da cui provenivano melodie che si diffondevano per il quartiere e che arrivavano a te in tutta la loro potenza e la loro bellezza, cariche di un significato tutto personale, in base al momento, in base all'umore; l'ultima melodia sentita da un musicista di strada, per esempio, si è caricata di una straordinaria, inevitabile e irrinunciabile nostalgia, per via della caducità, della fine che si avvicina, dell'imminente addio.

Ho amato, per tutto questo tempo, uscire la mattina e non sapere che cosa mi sarebbe successo o chi avrei incontrato; ho amato l'immagine di una città sconfinata e piena di vita, che offre tanto a chiunque, nella sua generosità e nella sua immensità; ho amato la libertà, sentire di poter essere chi sono e chi voglio essere, in una città che non ha tempo per giudicare.

Dipinto Galleria Vittorio Emanuele
Adoro la forza dei ricordi, specialmente di quelli che riemergono impetuosi senza preavviso, in un momento del tutto normale di qualche tua altrettanto normale giornata, ricordi che, poi, sono carichi di significato senza aver davvero significato; quei ricordi che ti ricollegano a un posto che, per l'importanza che ha, potresti benissimo averlo già dimenticato, e a un momento del tutto ordinario, in cui non stavi facendo assolutamente niente di speciale. Eppure quando tornano alla mente, questi ricordi si fanno sentire con forza, con impetuosità, e tornano caricati di un significato nuovo di cui all'epoca, mentre accadevano, neanche ti rendevi conto, e invece, evidentemente, seppur nella più totale ordinarietà, dentro di te in quei momenti si era già accesa una qualche scintilla che il tempo avrebbe trasformato in fuoco.
Adoro i ricordi legati a niente di importante che nonostante tutto ti ardono dentro. Adoro i ricordi di piccole cose che il tempo rende grandi. I ricordi di momenti ordinari che diventano straordinari quando sai di non poterli vivere più o di starli perdendo per sempre. Adoro i ricordi della mia Milano meno evidente, meno scontata, della Milano che ho vissuto in sordina, dei momenti meno eccessivi vissuti probabilmente all'ombra di qualche albero in un qualche giardino pubblico, o all'angolo della strada fra il supermercato e casa mia, o seduta semplicemente nella sala docenti in attesa del suono della campanella; momenti, insomma, che quando vissuti non sapevano di niente e oggi, invece, che sto per dire addio a Milano, improvvisamente riemergono impetuosi e, sotto forma di dolce nostalgia, mi fanno già sentire la mancanza di questa città che mi si è smarrita dentro, in un punto fra il cuore e la mente.







Simona




sabato 9 febbraio 2013

Un tuffo nel... mio blog!


Per puro caso, oggi mi sono ritrovata a rileggere alcuni vecchi post del mio blog, a partire da un'etichetta su cui ho cliccato. E' stato una sorta di "tuffo nel passato", giacché, a guardarlo da un certo punto di vista, è come se il mio blog avesse trascorso delle "fasi" che, come una conseguenza naturale, sembrano coincidere con le "fasi" della mia vita in questi ultimi anni. Il blog è infatti aperto ormai da più di due anni e in tutto questo tempo non ho mai smesso di rifugiarmi fra le sue pagine, rappresentando per me una specie di "seconda casa". Tutti quei post, in un certo senso, hanno "scandito il tempo". Il blog ha camminato con me, passo dopo passo. Cambiando, anche, insieme a me.

Come molti sapranno, questo blog è nato come semplice vetrina per le mie poesie inedite e per i raccontini brevi, ma sin da subito è diventato anche una sorta di "diario personale", perché adoravo venire qui e raccontarvi le mie avventure e disavventure quotidiane, oppure riportarvi semplici riflessioni. E' una cosa che amo fare ancora, ma ultimamente il blog è diventato sempre più spesso e volentieri un angolo di divagazioni su libri, autori emergenti e arte, mentre nella vita reale lo studio prende il sopravvento sugli altri impegni, per cui sostanzialmente resta poco tempo per dedicarmi al lato "personale" del mio blog.
Ma oggi è stato stupendo rileggere alcuni dei vecchi post! Così mi è venuto in mente che sarebbe stata un'idea piacevole quella di fare un breve viaggio indietro nel tempo insieme a tutti voi. E' anche un modo per far conoscere il mio blog a chi lo segue solo da poco tempo, e farvi vedere come questo sia sostanzialmente un blog "multiforme, variegato e versatile", che non si occupa solo di recensioni e interviste :).

Ho raccolto per voi alcuni dei post che mi sono ritrovata a leggere oggi, e ve li ripropongo :).

Sì, perché forse non molti di voi sanno che il mio blog è un accumulo di racconti dalla natura variegata
Molto, ma molto tempo fa, c'è stato un momento, per esempio, in cui ho tagliato i miei lunghissimi capelli e non resistevo a tempestarvi di post in cui mi lamentavo apertamente di quel gesto inconsulto :P. Ora finalmente i miei capelli sono cresciuti, raggiungendo la lunghezza che andavo agognando a quei tempi. :) 

Non tutti sanno, inoltre, che sono una specie di "patita dello shopping". Be', è da non prendere completamente alla lettera, tuttavia. Quando affermo ciò, infatti, non vuol dire che faccio sempre shopping, ma semplicemente che mi piacerebbe poterne fare in abbondanza! Diciamo pure che lo shopping è una passione che non sempre posso "sfogare". Insomma, mi piacerebbe starmene spesso nei negozi e dare al mio portafoglio ragione d'esistere, ma si sa, è una pratica a cui gli italiani non si possono dedicare troppo ultimamente. Quindi anch'io - sebbene abbia passato momenti di preoccupante "shopaholicismo" - ho dovuto mettere da parte questa specie di "mania" e, quando mi trovo in giro per negozi, sono costretta a tenere a freno il "demonio" che s'impossessa di me in quei momenti :D. A tal proposito, mi sono imbattuta in questo post che mi ha permesso di sorridere al pensiero che... che io sono anche questo! :)

Navigando navigando, è poi venuto fuori anche un post in cui vi raccontavo di una bella sorpresa di compleanno organizzata per il mio ragazzo. Il secondo compleanno insieme per la precisione, e la seconda sorpresa organizzata con dovizia di particolari. Sono un'amante delle sorprese, sono brava a organizzarne e anche a non fallire nel tentativo di nascondere tutto alla persona in questione! La sorpresa per il primo compleanno fu fantastica, e quella per il secondo non ha avuto nulla da invidiare alla precedente, con la mia meravigliosa idea di regalargli "il relax", finendo poi per ridurlo a un vero straccio :D. Però ritengo possa essere uno spunto per chi volesse fare un regalo un po' diverso dal solito. E ve lo raccontavo in questo post.

Per restare in tema, potrei inoltre citarvi il nostro primo San Valentino insieme. A distanza di tanto tempo, mi chiedo come abbia fatto, io, a pensare di regalargli un paio di... pantofole! Un San Valentino da non dimenticare, di certo! :P

Ma a parte questo, di post "deliranti" ce ne sono stati nel mio blog, effettivamente. Come quelle simpatiche liste che mi piaceva scrivere di getto, senza troppe riflessioni e troppi pensieri. O i post in cui vi raccontavo fatti quotidiani come il tentativo di "abbordaggio" da parte di un "esemplare maschile" :D. O ancora come quella scioccante ripresa fatta in occasione del mio primo Giveaway (pratica diffusa fra blogger, che consiste nel "dare via" qualcosa di tuo, allo scopo di accaparrarsi "followers"), un miserissimo Giveaway con una decina di iscritti in cui mettevo in palio un improponibile set collana-bracciale al quale diedi un nome demenziale :P, un video sicuramente "d'effetto" girato con spirito auto-ironico che, a rivederlo, mi ha fatta davvero morire dal ridere (della serie: ma mi nascondevo davvero io dietro a quell'obiettivo?). 

Poi arrivò un momento in cui credevo di essere diventata improvvisamente e per chissà quale miracolo divino una persona salutare. Avevo incominciato dopo non poche disavventure a fare jogging, e difatti per un arco di tempo di circa tre mesi o anche di più rimasi fedele al mio obiettivo di diventare "una jogger convinta". Poi deve essere successo qualcosa, perché... mmm, non credo d'aver mai raggiunto quell'obiettivo! Chissà quando è stata l'ultima volta che ho corso. Me ne sono dimenticata :P. 

Ma il mio blog, a parte un accumulo di baggianate, ha anche avuto i suoi momenti riflessivi. Come quello in cui vi ho raccontato della bontà di un uomo di colore su un autobus perugino, o quello in cui mi sono soffermata a riflettere sull'importanza di ridere, o quando mi sono chiesta se le persone riescono a fare nella vita quello che vorrebbero davvero fare o se piuttosto si accontentano di posizioni scomode e poco ambite. O quando semplicemente mi lasciavo andare a certe "elucubrazioni mentali" allo scopo di trovare una qualche risposta, e quella volta che invece, mossa da un episodio della mia vita, riflettei sull'importanza di ri-partire da un punto, senza necessariamente ricordare dove e quando precisamente tutto è successo per cercare di risolvere la faccenda. Spesso i punti precisi nel tempo sfumano e hanno i contorni sfrangiati, cercare soluzioni attraverso il ricordo è spesso un'ardua impresa. Oggi promuovo - scrivevo - i punti di ri-partenza. Ma poi io - in quel caso specifico - non sono mai "ri-partita". 

Riandare indietro nella storia del mio blog è stato una distrazione gradevole. Mi ha tolto tempo prezioso allo studio, è vero, ma in compenso ho ottenuto dei piacevoli sorrisi, e qualche breve momento di commozione. :)




Simona



lunedì 3 dicembre 2012

Dov'è finito il Natale?


L'inverno sembra incalzare, ma non ho ancora alcuna sensazione legata al Natale. 
Mi piace osservare fotografie di paesaggi innevati, ne resto ammaliata, mi piace immaginare di ritrovarmici magari immersa fino al collo, ma non ho alcuna sensazione di freddo.
La mia famiglia ha già messo su l'albero di Natale. Che bella atmosfera con l'albero illuminato e il fuoco acceso!
Però no, nella mia testa il Natale è ancora un bel po' lontano. 
Invece è sufficiente farsi due conti per capire che sono in errore. Il Natale non è per niente lontano, mancano 22 giorni, che sarebbero all'incirca tre settimane.
Ridatemi il Natale. Ridatemi quell'atmosfera che sorgeva nel cuore due mesi prima del 25 dicembre, se non proprio a fine estate! Ridatemi quei brividi di freddo che ti fanno desiderare ardentemente un fuocherello, o un abbraccio. Ridatemi la voglia di festeggiare la festa più calorosa dell'anno, ridatemi la voglia di fare i regali. Datemi i soldi per fare i regali. :D Datemi inoltre qualche idea regalo. Oddio, i regali.
Non riuscendo ancora a percepire il Natale, avendo la testa concentrata su ben altro, sugli esami e sulla pubblicazione dell'ultimo libro e sugli eventi a esso legati, non ho ancora realizzato - lo sto realizzando in questo momento che scrivo (come direbbe Murakami, sono una di quelle persone che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle) - che non ho in mente neanche una misera idea di che cosa sarà il mio Natale quest'anno, delle persone a cui farò un regalo, di che tipo di regali dovrei fare, di che tipo di negozi dovrei prendere d'assalto. In verità, non sono mai stata una persona che sbriga gli affari per tempo, sono un'accanita sostenitrice del "tutto all'ultimo momento", quindi non dovrei temere di ridurmi agli ultimi giorni - se non proprio alla vigilia - per fare i regali. 
L'unica cosa che mi rende più tranquilla, da questo versante, è che - ora che ci penso bene - quest'anno non ho proprio intenzione di fare i regali! 
Ci sono due sole persone, penso io, a cui incarterò un regalo, e sono le mie splendide, piccole nipotine, le uniche, essendo bambine, che abbiano veramente bisogno di sentire e vivere fortemente l'atmosfera del Natale. Per loro cercherò di comprare qualcosa anche molto prima della festa, in modo che possano attendere il 25 osservando e fantasticando su quei pacchi colorati che giacciono ai piedi del loro alberello di Natale.
Farò in modo di rivedere nei loro occhi, per un attimo, l'entusiasmo che avevo anch'io quando ero piccola, l'entusiasmo di curiosare sotto l'albero, di agitare i pacchi che riportavano il mio nome per immaginare che cosa ci fosse dentro, la felicità con cui ammiravo le luci colorate che si illuminavano a intermittenza tra i rami dell'abete. 
Ridatemi il Natale che si vive solo quando si è piccoli.




Simona




giovedì 4 ottobre 2012

Di vite che cambiano e di responsabilità che aumentano.

Alla fine di queste giornate ad altissimo contenuto di stress mi sento il cuore esplodere nella gabbia toracica. Preparo due esami contemporaneamente nel giro di meno di un mese e non ricordavo che fosse così difficile farlo! Un tempo (parlo della triennale) lo facevo spessissimo, preparavo più di un esame contemporaneamente, e forse mi veniva meglio? 
La risposta è decisamente sì, specie se un tempo non vivevi in coppia, non dovevi pensare alla manutenzione della casa, non avevi preoccupazioni legate al fatto di dover sfamare una bocca oltre alla tua, e via dicendo. Adesso, ogni qualvolta mi dedico completamente ai libri e agli esami mi sento anche in colpa, perché so che in quei momenti potrei star facendo altro, potrei mettere in ordine la casa, potrei pensare a cucinare qualcosa di sfizioso (potrei pensare di imparare a cucinare qualcosa di sfizioso!). 
Ecco, la mia magistrale in corso è decisamente un'esperienza diversa dalla triennale passata. Ne parlavo un po' di tempo fa in questo post dal sapore nostalgico. È inutile, è proprio tutto diverso. Sono diverse le circostanze. 

Io in questo periodo :P
Continuo a fare la cazzata di 1) lasciarmi una mole consistente di studio agli ultimi momenti e concentrare il più dell'esame alle ultime settimane se non proprio agli ultimi giorni (in questo non sono cambiata!!) e 2) preparare più esami (di solito un paio!) contemporaneamente, alternandoli tra mattina e pomeriggio. 
Ma ora, per le motivazioni suddette, la cosa non viene più facile come un tempo, quando la mia unica preoccupazione era di studiare, appunto. Arrivavo a casa e la mamma mi aveva preparato un buonissimo pranzo. Studiavo più o meno fino all'orario di cena, tanto non ero io che dovevo preparare da mangiare o occuparmi di altre faccende.
Ora la cosa è cambiata talmente tanto che sono arrivata a studiare anche di sera. Mi ricordo di non aver mai mai mai studiato oltre le 19 (neanche a un giorno dall'esame!). Oltre a quell'orario non andavo mai, al calar del buio veniva meno tutta la mia capacità di concentrazione, non riuscivo proprio a star sui libri di sera, era la mia forma mentis a impedirmelo, oltre a un certo orario chiudevo i libri per principio, quindi concentravo lo studio nella mattina e nel primo pomeriggio, sapendo che a un certo orario avrei smesso di studiare. 
Adesso non più. Ora che le cose sono cambiate, non posso più concedermi la comodità di "decidere" in quale sfera del giorno studiare, e a volte mi trovo costretta a studiare nel dopo-cena sino a tardi. Ebbene, può capitare anche questo. Come si cambia nel tempo!
E non vedo per il momento alcun tipo di tregua all'orizzonte: per mesi interi sarò costretta a convivere con questo stress legato agli esami, nel senso che - letteralmente - finito di prepararne uno devo immediatamente incominciarne un altro. 
Suppongo che molti studenti che mi stanno leggendo in questo momento si sentiranno solidali nei miei confronti. Mi fa piacere non essere sola!
Ma fortunatamente gli esami si esauriranno prima o poi (e insieme a loro anche noi!?! :P) e ci si avvicinerà sempre più alla famigerata fine.

Tra un esame e un altro, comunque, trovo sempre il modo di riaprire il cassetto della scrittura, dove per ora tengo custodito un nuovo romanzo - il terzo - rimasto fermo alle prime trenta pagine. È una vera tortura non potermici dedicare a dovere! A quest'ora lo avrei già terminato e magari ne starei scrivendo anche un quarto! 
Amo il mio nuovo romanzo. Amo la forma che sta prendendo, amo il suo andazzo, mi sento molto migliorata rispetto ai primi due romanzi. Mi piace creare delle storie, immaginare che siano vere, riversarci dentro sentimenti, emozioni, paure, tormenti, liberazioni. Amo scrivere di mondi che non ho mai conosciuto, e di persone che non esistevano prima che fossi io a crearle. 

Buona giornata a tutti!



Simona Giorgino


venerdì 11 novembre 2011

Il periodo più bello della vostra vita?

Dopo una lunga pausa dalle cose serie della vita, il tempo di rimettersi a studiare sembra ormai vicino. Ebbene sì.
 La prossima settimana è una settimana dedicata all'acquisto dei libri di testo con cui inizierò a preparare i primi esami dell'anno accademico. 
Aspettavo giustappunto delle buone nuove dal versante università e pare proprio che quelle buone nuove potrebbero essere prossime ad arrivare. Ad ogni modo, buone nuove o no, la prossima settimana si incomincia ufficialmente a studiare!
E vi dirò, non ne vedo l'ora (autoconvincimento?), sarà che è da un bel po', effettivamente, che non mi chino sui libri. È da un po' che non sento quel formicolìo allo stomaco in vista di un esame, quella paura di non ricordare niente, di fare scena muta di fronte al professore. 
Con il sopraggiungere della vecchiaia, poi, le cose cambiano. Voglio dire, non sono più una ragazzina di 19 anni, ora ne ho 25 (e i 26 sono prossimi!). Non sono più quella ragazzina che frequentava assiduamente tutte le lezioni, che mangiava un panino sulle scale dell'ateneo nell'unica ora buca che separava le lezioni del mattino da quelle pomeridiane. A ben pensarci, devo proprio ammettere che il periodo della mia laurea triennale è stato uno dei più belli della mia vita. Anzi, posso dire il più bello?!

Era da molto che volevo scriverne un post, e credo sia impossibile scriverlo senza un accenno nostalgico.
2005-2008, tre anni di studio e divertimento insieme. Mi alzavo la mattina presto, prendevo il pullman e viaggiavo fino alla città universitaria che solo da due anni è diventata la mia dimora fissa, quindi per tutta la triennale sono stata una pendolare accanita! E amavo, Dio quanto lo amavo, prendere quel pullman la mattina presto. Mi dava, come dire, un senso di libertà desiderata. Venire a Lecce, all'università, tutto poteva significare tranne annoiarmi. Tutti i giorni capitava una cosa nuova. Era impossibile che mi annoiassi.
Avevo un'amichetta preferita, poi, una compagna di corso, con cui passavo le mie intere giornate. Era così facile, allora, avere un'amica con cui ridere, con cui ridere anche per le cose più stupide. Quelle stupidate riempivano le nostre giornate. 
Frequentavamo le lezioni, spesso ne saltavamo tante e, invece che nella classe d'inglese, ci ritrovavamo in centro, in giro per negozi o nel solito negozio di rosticceria. Da quanti professori ci siamo abilmente nascoste per non sentirci dire "perché non siete venute a lezione??". Perché si sa, in una classe di una ventina di persone, tutti conoscevamo tutti e nessun volto poteva mai essere anonimo.
No, è davvero troppo. Ora sono alla specialistica e, anche se è passato poco tempo da allora, sembra davvero tutto diverso. 
Sono cresciuta, sono un'altra. Adesso non me ne starei più seduta su quei gradini puzzolenti e sporchi a mangiare un panino con la mortadella in attesa di una lezione. Ho la macchina, sono indipendente, tornerei come minimo a casa a cucinare, giacché adesso abito nella città universitaria. Ma è questo il punto!
Ora sono grande, pago le bollette, faccio commissioni, preparo da mangiare, lavo e stiro il bucato, ho una casa da accudire. Prima non c'era tutto questo. Abitavo con i miei, non sapevo neppure come si accendesse un fornello o un ferro da stiro, non avevo la macchina, dipendevo da un autobus. Mi mancano quelle giornate all'insegna dell'avventura, quando non sapevo cosa potesse aspettarmi e non avevo neanche la necessità o la voglia di saperlo. Tanto non dovevo dar conto a nessuno, non avevo niente di urgente da fare, nessuna aspettativa, nessun impegno, se non quello di frequentare le lezioni e di preparare, a tempo debito, qualche esame. Andarmene da casa la mattina presto e tornare col buio non era affatto un problema, non lasciavo nulla di incompiuto, potevo benissimo liberarmi di tutti i pensieri, tanto questo non faceva male a nessuno. Non servivo, ecco. Dovevo pensare solo alla mia vita, agli studi, all'università. Quello era il mio unico obbligo. Mi manca quel senso di assoluta libertà e di egoismo.

Lo so, lo so che non sono certo l'unica ad aver "subìto" questo genere di cambiamenti (insomma, l'età è passata per tutti coloro che si ritrovano adulti!), ma essere alla magistrale e non avere affatto lo stesso spirito di quando ero in triennale (a soli due anni di distanza) mi suona un pò strano, anzi no, non strano, mi suona piuttosto malinconico.
Provo nostalgia per la mia bella triennale, provo nostalgia per gli stessi corridoi lungo i quali oggi cammino, ma dritta verso l'uscita. Ieri, invece, in quei corridoi ci restavo per tutto il giorno, seduta sulle panchine di quello che io e le mie amiche chiamavamo "l'aldilà", tra una lezione e l'altra. Quelle panchine come minimo oggi saranno occupate da altri studenti che hanno preso il nostro posto.
Poi, al terzo anno, all'improvviso mi resi conto che quel primo percorso stava per terminare. E io che, vi giuro, non me ne stavo neanche accorgendo! Lo ricordo benissimo, fu un momento, un pomeriggio. Mi ritrovai a pensare che nel giro di 8 mesi, circa, il mio "tempo" sarebbe scaduto. Incominciai a preparare gli ultimi esami a manetta perché non volevo restare indietro, e nei tempi previsti mi presi la mia bella laurea. 
Ed era la fine di un'epoca.

martedì 21 giugno 2011

L'ho visto prima io: mi ama!

Prendendo il sole in piscina, oggi, ho guardato su nel cielo e ho visto un aereo lontano lontano lasciare la sua scia bianca ed eterea. E mi sono ricordata di quando, tanti anni fa - in fase di pubertà - ogni volta che vedevi la scia di un aereo (molto molto spesso, specie in estate) esclamavi: "mi ama!". Lo esclamavi con enfasi, puntando il ditino su nel cielo. Se eri con l'amica, lo dicevi ad alta voce per farti sentire da lei, perché la cosa generava una sorta di seria competizione - della serie, bisogna che lo veda io per prima. E sì, perché se lo vedevi per seconda, ti toccava un misero "mi pensa". E se lo vedevi per terza, un misero "mi sogna"... e poi non ricordo, che ci fosse, alla fine, anche un "mi odia"? Insomma, non potevi assolutamente permetterti di arrivare per seconda, terza o quarta.
Era bello, però, avere la certezza - grazie a quell'aeroplanetto che volava nel cielo per i cavoli suoi - che lui "ti amasse". Ne eri convinta! Se ho visto l'aereo, lui mi ama. La cosa si svolgeva con regolare cadenza: esclamavi "mi ama!" tutte le volte che un aereo appariva nel cielo, tanto che alla fine della giornata potevi aver collezionato un numero abbastanza considerevole di scie - e questo ti gonfiava  come minimo di orgoglio. Se eri in compagnia e lo vedevi tu per prima, dicevi "mi ama!" con quel tono  fiero di chi aveva appena fatto una cosa sensazionale che l'amica (la quale non aveva avuto la fortuna del primato) ti poteva facilmente invidiare e tu ti potevi vantare di essere arrivata prima.
Ma poi, mi ama chi? Il più delle volte non avevi neppure il fidanzatino! Però comunque l'aereo lo avevi visto, quindi per forza di cose doveva esserci al mondo una persona che ti amava. E questo era l'importante.

lunedì 20 giugno 2011

Tipologie maschili e abbordamenti - PARTE PRIMA

Immagino che molte di voi si riconosceranno nelle seguenti scene di "approccio femminile" da parte di forme umane dotate di testosterone.
Ecco di seguito alcune delle mie esperienze, che già la dicono lunga su molte tipologie di uomini che esibiscono le loro "infallibili" tattiche di abbordamento.

IL TAMARRO. Tipo sospetto, pieno di tatuaggi, fermo in un angolo della strada in conversazione al cellulare. Al mio passaggio, lo sento esclamare ad alta voce per farsi sentire da me: "Che c..o c'ha questa!!!" (beh, sì, ammetto: all'epoca, prima che le mie chiappe decidessero di andarsene in vacanza, direi che facevano bene il loro lavoro :p). Al che io mi volto per istinto verso di lui, almeno per scoprire da quale gentil bocca vengano queste dolcissime parole: non l'avessi mai fatto! Mi si avvicina chiudendo di botto la conversazione al cellulare e, confondendo la mia espressione di curiosità per un'espressione di risentimento, mi dice: "Non ti ho mica detto chissà che di grave - ti ho solo detto che c'hai un bel c..o!", e, intanto, usa il suo corpo muscoloso per "barriera", nel tentativo di non lasciarmi andare. I suoi tatuaggi sbucano dalla manica della maglietta da tamarro e mi minacciano di morte, mentre un piercing sul dente luccica a mo' di film dell'orrore. "Oh, no, non ti preoccupare", riesco a farfugliare prima che lui e i suoi tatuaggi si mettano a insistere ad avere il mio numero, cosa che chiaramente non accade!
 
LO SFACCIATO. Un tipo che può avere una trentina d'anni ma che lì per lì mi sembra possa difficilmente essere in possesso del diritto di voto, mi si avvicina con una frase molto ad effetto: "Te l'hanno mai detto così?: CI SSI BBONA!!" (traduzione: quanto sei bona!) enfatizzando sulle iniziali e urlandolo al mondo intero. Io rimango come impietrita e riesco ad emettere solo un flebile "No, così proprio no". Effettivamente, l'esclusiva l'ha avuta!

IL DISCOTECARO AD HOC. Danze aperte, pista affollata, io, l'amica e un tipo appiccicoso e sudaticcio (e senza capelli) che serpeggia di fronte a me per esibire il suo passo che lui reputa sicuramente attraente e degno di attenzione a giudicare dal modo in cui insiste a farsi vedere. Non dice una parola. Al contrario di molti che in discoteca ti approcciano con le loro domande da un milione di dollari per dire le quali devono appiccicare le bocche sudaticcie alle tue orecchie,  il tipo preferisce non parlare e dimenarsi nella sua danza da discotecaro ad hoc, estremamente convinto - evidentemente - che questa tattica mi conquisterà. Io invece lo snobbo voltandomi dall'altra parte, ma lui fa il giro per rimettersi di fronte a me e continuare con la sua danza. La cosa continua nonostante egli abbia capito benissimo che mi sto prendendo gioco di lui. Ma certi tipi proprio amano fare figure di merda, eh!!? Ovviamente, ti concedono al massimo cinque minuti prima di liquidarti e tentare la fortuna altrove, appiccicandosi a qualche altra donzella su cui possibilmente la tattica faccia effetto.
 
L'INGUARIBILE. Io a piedi e il tipo in auto. Parcheggia immediatamente l'auto lungo il mio cammino e mi viene incontro. "Mi hai colpito per il tuo modo di camminare", mi dice deciso. E con questo? Ora pretende il mio numero e, quando capisce che non s'ha da fa', mi lascia un biglietto da visita che poi finisce nel primo cestino dell'immondizia che ho la fortuna di trovare sul mio cammino.
Ma il bello viene dopo qualche giorno. Altro punto, io a piedi e lo stesso tipo in macchina. Mi ferma e mi ri-dice: "Ciao, mi hai colpito per il modo di camminare!". Raga, non si ricordava di me!!! È la figura più di merda che un uomo possa fare, non trovate?? Ovviamente non gliel'ho detto, perché in quel momento ero alquanto imbarazzata io stessa per il fatto che non si fosse neppure ricordato di me! :( Evidentemente ero una delle taaaaante con una "bella camminata" (della serie "Una o l'altra non fa differenza: basta che respirino"). Ma vai a capi'!

IL TIMIDO. Ragazzo di indefinibile età, attraversa tutta la piazza con una rosa in mano. Mi si avvicina con faccia vittimale, e mi dice con voce sepolcrale: "Scusa se ti disturbo, ma volevo darti questa: è per te". Che carino! Mi dona la rosa e mi saluta, andando via senza chiedermi numero né altro (al contrario di come fanno altri sfacciatamente) sapendo già perfettamente che la mia risposta a qualsiasi sua richiesta sarebbe quel NO che non amerebbe certamente sentirsi dire :).

L'ATTACCABRIGHE. Evento Festival del Cinema Europeo, nei pressi del multisala. Auto lunga ed elegante, tipo niente male a bordo, fila infinita di macchine in coda. Lui mi si approccia con la Scusa di tutte le Scuse: "Dov'è che si trova via Imperatore Adriano?". Glielo spiego con la finta innocenza di chi proprio non ha capito che il tipo ci vuole provare. Dopo la mia perfetta spiegazione (che suona su per giù "vai dritto, gira a sinistra e lì chiedi a qualcun'altro"), egli insiste perché possiamo conoscerci, e quando sto per dire qualcosa che suona finalmente come un lontano "si", (della serie "la macchina può andare, lui non è proprio male, ha un aspetto curato e mi piace come parla") la coda dietro di lui incomincia a clacsonare e ad imprecare. Una faccia incazzata sbuca fuori dal finestrino di un'auto per incitarlo a ripartire e a sgomberare la strada. Al che, il tipo pensa bene di sfoderare le sue doti altamente raffinate per fare breccia nel mio cuore e, subendo una lieve, impercettibile metamorfosi, si trasforma in un perfetto tamarro: "Ue', cçég§&hy^, 'sto pezzo di çàlkkgbf&, figlio di xbnz%$£=à...!". Io, dal canto mio, mi sento le guance in fiamme, sono completamente in imbarazzo e non voglio che si pensi che questo mi conosca. Così, nel frastuono del traffico, dei clacson e delle bestemmie, mi dileguo invisibilmente riuscendo a passare inosservata. Avrei voluto però vedere la faccia del tipo quando, finito di esibirsi nella sua performance da "only the brave" e voltatosi verso la sua "conquista", ha scoperto la mia fuga! 

mercoledì 15 giugno 2011

Hai una chiamata senza risposta: squilli coltiva-amicizie

Stamattina mi sono svegliata non capacitandomi del fatto che da adolescenti tra amiche ci facessimo... gli squilli.
Ma non quegli squilli che hanno l'utilità di comunicare qualcosa, che si è arrivati sotto casa, che siamo pronti per uscire, che non ho credito e devi chiamarmi tu, no. Ci facevamo squilli per comunicare all'altra che la stavamo pensando. O forse era un modo come un altro per tenere occupate le mani di tanto in tanto. Vero è, comunque, che lo squillo era diventato parte integrante delle nostre vite. Quegli squilletti di mezzo nanosecondo erano il segno che ci si voleva bene.
Mi ricordo che perfino sotto ai banchi di scuola, mentre l'insegnante spiegava, io stavo con questo Siemens M13 (se non sbaglio si chiamava così, una sorta di mattoncello molto in voga all'epoca! Era financo colorato e in più mi fu rubato al mare, sulla spiaggia) e stavo sulla voce "amica". Premevo il tasto verde e lo chiudevo dopo essermi accertata che l'"amica" avesse ricevuto il mio squillo. Gli squilli andavano avanti per tutto il giorno, a partire dalla mattina sino a notte inoltrata, quando si era sotto le lenzuola. Si andava da un minimo di 10 squilli al giorno a un massimo di all'incirca un centinaio. Per i più prodigiosi, anche due centinaia.
La parola, adesso, suona persino minacciosa: S Q U I L L O!
Se te la ripeti per più di 5 secondi hai la sensazione che qualcuno ti stia perseguitando alle spalle (magari un maniaco munito di coltello o ascia o, per chi è dotato di una fantasia più sfrenata, un trans in richiesta di accoppiamento). 
Dopo un secondo, il cellulare si illuminava ed ecco che sul display spuntava l'"amica" per mezzo secondo. Poi il display tornava spento: hai una chiamata senza risposta. La risposta allo squillo arrivava, tra l'altro, a una velocità supersonica!
E guai se l'"amica" mancasse di rispondere! Se ciò accadeva, la ragione non poteva che essere una: l'amica si era incazzata con te e non ti riteneva più degna di uno SQUILLO.  A ogni modo, al prossimo incontro una domanda era d'obbligo: <<Ehi, perché non mi squilli più?>>. 
<<Ho avuto da fare>>. Questa era la risposta dell'amica che non ti riteneva più degna di uno squillo. Perché non era affatto vero che "avesse avuto da fare". Nessuna aveva mai qualcosa di così importante da fare da dover ritenere opportuno non rispondere agli squilli delle amiche. Non esisteva! Questa affermazione era falsa come affermare che il sole gira intorno alla terra!
<<Neanche tu mi hai risposto a uno squillo>> e questo era il motivo per cui anche lei non lo aveva fatto.
<<Cosa??????????????>>. Che grave affronto! <<A quale squillo non ti avrei risposto, ioooo??>>.
<<A quello del 15/09/1999 h.15.23.10>>. 
La ragazza allora si fermava a riflettere per cercare di ricordare cosa stesse facendo quel giorno alle h.15.23.10, ma sapeva di non avere scuse. Il cellulare - affinché non ci sfuggisse uno squillo - veniva con noi OVUNQUE (ve lo ricordate?). Nessuna scusa avrebbe mai retto abbastanza.
Ed era così che le amiche restavano per giorni interi senza rivolgersi una parola, ma soprattutto senza farsi mai uno squillo. A questo punto, la loro amicizia era davvero tragicamente in bilico.
Fino a quando un giorno, sotto al banco di scuola, mentre l'insegnante di matematica spiegava le equazioni, prendevi il cellulare e pigiavi sul tasto verde, alla voce "amica", pensando che non potevi perdere un'amicizia così speciale e squillavi in segno di pace.
Subito dopo sul display appariva "amica in chiamata". Mezzo nanosecondo e il display tornava spento. Hai una chiamata senza risposta.
Ecco che l'amicizia era salva!



P.S. Sapete che vi dico? Ho una curiosità morbosa di sapere se le nuove generazioni oggi continuino a farsi gli squilli o se abbiano trovato dei metodi più innovativi per dimostrarsi gli affetti! 

P.P.S. Sarà anche che con quanto detto sinora non c'azzecca, ma questa storia mi ha fatto ricordare una cosa accaduta quando ero ragazzina. 
Conoscevo una ragazza di vista. Io sapevo il suo nome e lei sapeva il mio perché avevamo entrambe un'amicizia in comune, motivo per cui io e lei - si chiamava Valentina - ci eravamo trovate a scambiarci solo qualche parola. Com'è ovvio, da quel momento in poi finimmo per salutarci ogni volta che ci incrociavamo per strada, un saluto così, sventolando la mano, come quello che ci si fa con conoscenti di cui non ci frega un'emerita mazza.
Ma un giorno accadde qualcosa, una specie di litigio forse, che trovò coinvolte anche noi due. Qualche giorno dopo, ricevevo una telefonata attraverso l'"amica in comune" ed era Valentina che voleva parlarmi. Non dimentico facilmente quello che mi disse: "Io, Simona, non voglio rovinare quel saluto che c'è tra di noi". E io ne fui così toccata e commossa!
Facemmo pace e il nostro "saluto" tornò, finalmente, a essere quello di una volta! :D

domenica 8 maggio 2011

Probabilmente li conoscete anche voi, ma non ho dettagli distintivi, ahimè, che possano aiutare a capire di cosa parlo.

Mi ricordo di un racconto (forse una lunga poesia) che lessi quando ero piccola su un'antologia per scuole medie. Molto probabilmente la maestra ce l'aveva assegnata come compito per casa. Mi ricordo che me ne innamorai, me ne lasciai affascinare, piano piano scivolò nel mio cuore e... e ora non la ricordo più. Non ricordo chi fosse l'autore, né quale fosse il titolo. Ma ricordo il colore della pagina, le illustrazioni (in un bambino, sicuramente, è ciò che rimane più facilmente impresso nella mente!) e il tema principale: la casa. La poesia era rivolta alla propria casa. Una casa che respirava e che aveva un cuore.
Peccato, non ricordo altro.
E oggi, mi pare molto strano parlare della sensazione che provavo nel leggere quelle pagine senza invece ricordare una sola parola del testo. Quelle parole erano riuscite a suscitare un'emozione in quella bambina, ma poi erano scomparse. E oggi mi ricordo dell'emozione, ma non delle parole. So solo che mi piacevano un sacco. Le leggevo e le rileggevo. Guardavo e riguardavo più volte l'illustrazione, uno sfondo blu e una casa gialla, con tutte le sue cose, una casa quasi ondeggiante, che palpitava e che, associandola alle parole, mi pareva respirasse.


Allo stesso modo, mi ricordo spesso della sigla di un cartone animato di cui ero innamorata da piccola. Anche in questo caso non ricordo nulla di "distintivo", né il titolo del cartone né quali fossero i personaggi. Ma di quella sigla ero davvero innamorata. Mi faceva volare, mi faceva entrare in estasi!
Era il susseguirsi delle quattro stagioni dell'anno. La scena della sigla era una sola inquadratura, sempre la stessa, che riprendeva l'esterno di una casa: una porta chiusa, una finestra, un tavolino e, forse (a meno che non sia la mia mente ad aggiungerlo), un albero. La stessa inquadratura, quindi, com'è facile intuire, cambiava aspetto in base alla stagione: d'inverno c'era il pupazzo di neve, d'autunno foglie ingiallite e l'albero spoglio (ma sulla presenza dell'albero ho seri dubbi), d'estate c'era - e me la ricordo bene - una tavoletta da surf appoggiata al muro e probabilmente delle tende svolazzanti dalla finestra aperta, in primavera era tutto rinato e tutto fiorito.
Una stupidaggine, via. Eppure, ero ammaliata da quella sigla, ammaliata! Restavo lì, inchiodata alla sedia con la faccia attaccata allo schermo della tv. D'altronde si sa, il passare del tempo è una delle prerogative più affascinanti della vita umana.
Un po' di tempo fa, mi sono lasciata trasportare dall'idea di girare in Internet, su YouTube, alla ricerca della sigla di quel vecchio cartone animato, ma non ricordando titolo, personaggi, niente di niente, è stata una ricerca vana. Peccato...
La poesia sulla casa, invece, forse non ho mai provato a cercarla: non saprei proprio come fare!
E poi, probabilmente, ritrovando oggi questi vecchi gioielli della mia memoria, il mio ricordo di loro perderebbe tutta la magia di cui sono intrisi!



Alcuni ricordi d'infanzia!

1) Scuole elementari. Lezione di matematica.
Mi ero presentata a scuola senza aver fatto i compiti di matematica, e temevo assai la mia insegnante che era un tantino severa! Ad un certo punto, quel giorno mi aveva chiesto se avessi fatto i compiti e io avevo risposto di essermi dimenticata il quaderno a casa. E' un classico, non è così? Di solito funzionava! Ma la mia maestra, quella volta, volle approfondire la questione, chiedendomi di avvicinarmi alla cattedra con il mio zaino. Sebbene consapevole delle conseguenze, non potei rifiutarmi. Una volta avvicinatami, la maestra incominciò a tirare fuori tutti i quaderni dal mio zainetto, tra cui quello con la scritta "matematica" (che non avevo, evidentemente, davvero scordato a casa!). Probabilmente in quel momento ero diventata rosso fuoco, ma ancor più rossa sarò diventata quando la maestra, aprendo il quaderno, aveva scoperto che non avevo fatto i compiti, e più rossa ancora sarò diventata quando la maestra aveva chiuso il quaderno, lo aveva alzato in alto e, puntando direttamente la mia capoccia, me lo aveva sbattuto in testa: beng!!! Un beng forte, risuonato per tutta la classe, di fronte agli occhi dei miei piccoli compagni di scuola :D!

2) Alle medie, avevo scritto un tema d'italiano come compito per casa. La traccia recitava qualcosa del tipo "Siediti e ascolta i rumori che provengono da casa tua. Descrivi quello che senti".
Il giorno dopo, a scuola, la maestra me lo aveva corretto e mi aveva chiamata alla cattedra per parlarmi. Mi chiese: "Quando scrivi, organizzi già quello che devi scrivere oppure scrivi quello che senti, così come ti viene?". Io risposi che scrivevo così come mi veniva. Mi disse che ero brava, che avevo una predisposizione particolare alla scrittura. Questo ricordo, in verità, lo conservo gelosamente proprio perché mi fa ancora un enorme piacere. Infondo è vero, mi piaceva molto scrivere già quando ero una bambina :)!

3) Qui mi sa che siamo all'asilo!
La maestra ci aveva chiesto di disegnare il nostro papà. Io avevo fatto un bel disegno, o meglio, mi ricordo che mi ritenevo brava a disegnare! Così, non appena finii, consegnai soddisfatta e superba il mio disegno alla maestra. Ma lei vide subito un "particolare" che mi fece notare: avevo fatto questo disegno con il soggetto (mio padre) esattamente al centro della composizione. Ed esattamente al centro della composizione avevo anche posizionato un lampadario, con il risultato che il lampadario pareva essere perfettamente attaccato alla testa di mio padre! Ok, la cosa fa un pò ridere (me lo ricordo assai bene quel disegno lì!!!), però... la maestra era rimasta così colpita dal mio "capolavoro" e specialmente da quel dettaglio che ritenne opportuno dirlo a tutti quanti. Mi ricordo qualcosa del tipo che prese il mio disegno, lo mostrò a tutta la classe e disse "Ha disegnato il lampadario in testa al papà!". Non era il caso di far tanto baccano, Dio santo! :D

4) Da piccola, ero convinta che si scrivesse "l'anatura" anziché "la natura" e "l'aradio" anziché "la radio" e, inoltre, che si pronunciasse "rùbrica" anziché "rubrìca" :D.

5) Alle elementari, mi ero "innamorata" di un mio compagno di classe, si chiamava Mauro. 
Un giorno, durante la ricreazione, la classe si era svuotata, ed eravamo rimasti in pochi, tra cui io e lui. Mauro era seduto sulla sedia al posto suo e si era slacciato e tolto una scarpa. Quando vidi questo gesto da parte sua (mi ricordo il suo calzino bianco) "cambiai sentimenti": il suo piede mi aveva fatto disinnamorare :D!

Com'è ovvio, questi sono solo pochi dei tanti ricordi d'infanzia!
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