Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

lunedì 14 luglio 2014

Gatto sotto la pioggia - Ernest Hemingway

C'erano solo due americani alloggiati in quell'albergo. Non conoscevano nessuna delle persone che incontravano per le scale quando andavano e venivano dalla loro stanza. La loro stanza era al primo piano e dava sul mare. Dava anche sul giardino pubblico e sul monumento ai caduti. Nel giardino pubblico c'erano grandi palme e panchine verdi. Col tempo bello c'era sempre un pittore col suo cavalletto.
Ai pittori piaceva come crescevano le palme, e i vivaci colori degli alberghi affacciati sul giardino pubblico e sul mare. Gli italiani venivano da lontano a vedere il monumento ai caduti, che era di bronzo e luccicava sotto la pioggia. Pioveva. La pioggia gocciolava dai palmizi. L'acqua stagnava nelle pozzanghere sulla ghiaia dei sentieri. Il mare si rompeva in una lunga riga sotto la pioggia e scivolava sul piano inclinato della spiaggia per tornare su a rompersi di nuovo in una lunga riga sotto la pioggia.
Le macchine erano sparite dalla piazza vicino ai monumento. Oltre la piazza, sulla soglia del caffè, un cameriere stava guardando fuori verso la piazza deserta. La moglie americana stava guardando fuori dalla finestra. Fuori, proprio sotto la finestra, un gatto era accucciato sotto uno dei tavoli verdi gocciolanti. II gatto cercava di raggomitolarsi su se stesso per non farsi bagnare dalle gocce. «Vado giù a prendere quel micino» disse la moglie americana.
«Ci vado io» propose dal letto suo marito. «No, vado io. Quel povero micino si è nascosto sotto un tavolo per non bagnarsi.» Il marito continuò a leggere, disteso ai piedi del letto con la testa appoggiata ai due cuscini. «Non bagnarti» disse. La moglie scese al pianterreno e il proprietario dell'albergo le fece un inchino mentre passava davanti all'ufficio. Il suo scrittoio era in fondo alla stanza. Era un uomo anziano e molto alto. «Piove» disse l'americana. Le era simpatico, quell'albergatore.
«Sì, sì, signora, brutto tempo. Il tempo è molto brutto.» Era ritto dietro il suo scrittoio in fondo alla stanza semibuia. L'americana lo trovava simpatico. Le piaceva la tremenda serietà con cui accoglieva i reclami. Le piaceva la sua dignità. Le piaceva il desiderio che mostrava di servirla. Le piaceva la considerazione che aveva per il proprio mestiere. Le piacevano la sua faccia, vecchia e pesante, e le sue mani. Sempre pensando che quell'uomo le piaceva, aprì la porta e guardò fuori. Si era messo a piovere più forte.
Un uomo con un mantello di gomma stava attraversando la piazza deserta nella direzione del caffè. Il gatto doveva essere sulla destra. L'americana pensò che forse poteva procedere sotto le grondaie. Mentre stava sulla soglia un ombrello si aprì dietro di lei. Era la cameriera addetta alla loro stanza. «Non deve bagnarsi» sorrise, parlando in italiano. Naturalmente, l'aveva mandata l'albergatore. Con la cameriera che le teneva l'ombrello sopra la testa, camminò sulla ghiaia del sentiero finché non fu sotto la finestra.
C'era il tavolo, di un verde ravvivato dalla pioggia, ma il gatto era sparito. L'americana fu presa da un inaspettato disappunto. La cameriera alzò lo sguardo a lei. «Ha perduto qualcosa, signora?» «C'era un gatto» disse l'americana. «Un gatto?» «Sì, un gatto.» «Un gatto?» rise la cameriera. «Un gatto sotto la pioggia?» «Sì» disse lei «sotto il tavolo.» Poi: «Oh, lo desideravo tanto. Volevo un micino». Quando parlò in inglese la fronte della cameriera si accigliò. «Venga, signora» disse. «Dobbiamo rientrare. Si bagnerà.» «Credo anch'io» disse l'americana.
Tornarono indietro sulla ghiaia del sentiero e varcarono la soglia. La cameriera restò fuori a chiudere l'ombrello. Mentre l'americana passava davanti all'ufficio, il padrone dallo scrittoio le fece un inchino. La ragazza si sentiva, dentro, qualcosa di molto piccolo e duro. Il padrone la faceva sentire molto piccola e davvero importante al tempo stesso. L'americana ebbe la sensazione passeggera di essere una persona straordinariamente importante. Salì le scale. Aprì la porta della stanza. George era sdraiato sul letto e leggeva.
«Hai trovato il gatto?» chiese, posando il libro. «È sparito.» «Chissà dov'è andato» disse lui, riposandosi gli occhi dalla lettura. Lei si sedette sul letto. «Lo desideravo tanto» disse. «Non so perché lo desideravo tanto. Volevo quel povero micino. Non è affatto divertente essere un povero micino fuori sotto la pioggia.» George si era rimesso a leggere. Lei andò a sedersi davanti allo specchio della toeletta e si guardò con lo specchio da viaggio. Studiò il suo profilo, prima da una parte e poi dall'altra. Poi si esaminò la nuca e il collo.
«Non credi che sarebbe una buona idea se mi lasciassi crescere i capelli?» chiese, guardando nuovamente il suo profilo. George alzò gli occhi e vide la sua nuca, con i capelli corti come quelli di un ragazzo. «A me piacciono così come sono.» «Sono stufa» disse lei. «Sono stufa di sembrare un ragazzo.» George, sul letto, cambiò posizione. Non aveva distolto lo sguardo da sua moglie da quando lei si era messa a parlare. «Sei maledettamente bella» disse. Depose specchio sulla toeletta e andò alla finestra e guardò fuori. Stava facendosi buio.
«Voglio pettinarmi con i capelli all'indietro, lisci e ben tirati, e farmi sulla nuca un bel nodo grosso e pesante» disse lei. «Voglio avere un gatto da tenere sulle ginocchia, e che faccia le fusa quando lo accarezzo.» «Sì? » disse George dal letto. «E voglio mangiare: a tavola con la mia argenteria e voglio delle candele. E voglio che sia primavera e voglio spazzolarmi i capelli davanti, allo specchio e voglio un gattino e voglio dei vestiti nuovi.» «Oh, smettila e cercati qualcosa da leggere» disse George. Aveva ripreso la lettura. Sua moglie guardava fuori dalla finestra.
Ormai era buio pesto e sulle palme continuava a piovere. «Comunque, voglio un gatto» disse lei «voglio un gatto. Voglio subito un gatto. Se non posso avere i capelli lunghi o se non posso divertirmi, posso almeno avere un gatto.» George non ascoltava. Stava leggendo il suo libro. Sua moglie guardò la piazza, fuori dalla finestra, dove si erano accese le luci. Qualcuno bussò alla porta. «Avanti» disse George. Alzò gli occhi dal libro. Sulla soglia c'era la cameriera. Teneva in braccio, stringendoselo al petto, un gattone color tartaruga, con le zampe posteriori penzoloni. «Mi scusi» disse «il padrone mi ha ordinato di portare questo alla signora.»



Gatto sotto la pioggia, di Ernest Hemingway
da "I quarantanove racconti".





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