Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese appassionata di scrittura e di fotografia e profondamente innamorata degli animali. Questo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, riflessioni, novità sui suoi libri e molto altro. INSTAGRAM: @simona_giorgino (profilo autrice), @photosfromthewind (profilo fotografico).

sabato 12 dicembre 2015

L'esistenza ha un non so che di nostalgico già nel momento stesso in cui la vivi.

Alzo la testa dai libri, interrotta da un rumore: uno spadellare deciso in cucina. Non è il tuo, è quello di una nuova amica, in una casa posizionata lungo una strada incerta fra la fermata della metro e la scuola. Ci cammino di mattina, immersa in una nebbiolina fresca, pungente, grigia, che lascia assaporare lentamente la nascita del giorno. Il lungo viale, dapprima sconosciuto, inizia pian piano a prendere le fattezze di un amico: i soliti alberi arancioni che presto saranno completamente spogli, i soliti negozi sui lati, volti noti nella cartoleria, vicini di casa sempre uguali, vecchi tram che scivolano rumorosi sulle rotaie. La fisionomia della strada mi diventa familiare. Poi, alla curva, una distesa di chiome verdi immerse nella nebbia, al di là della quale non mi è dato sapere cosa si trova, perché la mia mente e il mio corpo si fermano prima, di fronte al cancello della scuola. Mi posiziono dapprima al grande tavolo rettangolare, dove assaporo la sensazione della novità e l'odore della carta, e lascio gli impegni farsi largo nella testa. E mentre la campanella annuncia che è già ora di entrare in classe, il sole sorge dietro ai palazzi, senza farsi notare, come un bacio schioccato segretamente da due adolescenti innamorati durante la ricreazione. 
C'è posto per ogni emozione, nessuna è esclusa. Perché la vita è questo: vivere ogni piccola cosa fino in fondo, lasciarsi travolgere da tutto quello che un umano è capace di provare. 
L'esistenza ha un non so che di nostalgico già nel momento stesso in cui la vivi. Sarà la consapevolezza della caducità, delle cose che passano e che non tornano. Sarà che, crescendo, la vita si popola di conseguenze note, di risultati prevedibili. Ho la sensazione tutta nuova che l'imprevedibile non sia il futuro, ma il presente. Accade così, senza preavviso, quando la vita che vivi non è più nella testa, ma nella realtà. Per il futuro c'è sempre spazio - nel fine settimana - ma il presente non ti lascia scampo. E mentre l'oggi accade, senti già un po' di nostalgia per quando, molto presto, diventerà domani.





Simona



giovedì 12 novembre 2015

Un estratto da "Schegge tra le righe", di Marzia Ercolani

Fra i tanti scritti presenti sul numero 10 della rivista "La Fornace" di cui vi ho parlato QUI, vorrei proporvi la lettura di un breve estratto che io ho trovato eccezionale. La sua originalità e la sua intensità mi hanno conquistata. Ho messo l'orecchietta alla pagina affinché possa sempre trovarla a primo colpo tutte le volte che ho voglia di rileggerla.






L'altro è una porta. Il rispetto è chiedere permesso per entrare, anche se la porta è aperta. Se è chiusa maggiormente. Sto imparando a bussare lieve. Mi alleno da sola, a casa, a fare toc toc. Ho composto innumerevoli ritmi, testimoni della mia ricerca, del mio studio, dei miei tentativi. Il mio desiderio di punta di piedi è estremo, incommensurabile, urgente. Eppure, davanti ad una porta, dopo anni di nocche arrossate in casa, l'emozione in me è così intensamente potente, così forte, così incontenibile, che paura mi pervade, goffaggine mi assale, ansia mi aggredisce, aggressività mi maschera, erotismo mi spalleggia e mentre infilo le scarpette di gesso perdo l'equilibrio, capitombolo sulla porta e la sfascio. Se è aperta ruzzolo malamente travolgendo ogni cosa fino ad uscire dalla porta di servizio.


da Diario di una ripetente,
di Marzia Ercolani.
Rivista La Fornace, Agosto 2015.




venerdì 6 novembre 2015

"Mille vie fino a te" - un racconto di Simona Giorgino (La Fornace)

Cari lettori,

di recente è uscito un mio racconto, pubblicato sul Numero 10 de "La Fornace", rivista letteraria di Galatina (Lecce).
Il racconto s'intitola "Mille vie fino a te", titolo su cui devo aver perso dieci chili (sono sempre stata una schiappa con i titoli!) e di cui non sono neppure totalmente soddisfatta (come al solito!). Sento infatti che non è propriamente il titolo che cercavo, ma avevo fretta di consegnare il lavoro completo e quindi alla fine ho dovuto dargli il primo titolo che mi è venuto in mente.
Tuttavia, Mille vie fino a te ha un suo perché ed ha anche una spiegazione logica!
Il racconto, infatti, vede una protagonista confusa, Elisa, che attraversa una fase di vita segnata da una storia d'amore allo sbando, alla quale segue un incontro casuale che le darà motivi di riflessione.
Da un lato un ragazzo che sembra perfettamente in sintonia con lei, che la segue lungo le impervie strade della sua personalità femminile, che riesce ad alleggerirle la vita strappandole da dentro il peso dei pensieri e delle sofferenze, dall'altro lato l'amore di sempre, quello che l'ha vista crescere, che l'ha conosciuta nei momenti più bui e in quelli più felici, che si è radicato nella sua vita con la sua presenza insostituibile e senza il quale l'esistenza sembra vuota e triste.
Ma Elisa sentirà di dare il cuore a uno solo dei due, e lo farà non senza le intemperie, i ripensamenti, i dubbi, la confusione, che rappresentano le mille vie da percorrere prima di raggiungere l'amore.







Nella rivista, come vedete dalla colonna dei cognomi, sono presenti molti altri autori meritevoli che hanno contribuito al numero con i loro scritti - poesie, racconti, saggi - e, credetemi, hanno tutti qualcosa da regalare al lettore! Io, almeno, su molti di loro ho trascorso dei piacevolissimi momenti!




È possibile acquistare la rivista presso la libreria Fabula,
sita in Corso Porta Luce, a Galatina (LE).





Se vi va, potete leggere un breve estratto del mio racconto 







Simona



martedì 13 ottobre 2015

Il ragazzo che non voleva viaggiare.

Ai tempi dell'Università, specialmente negli anni della laurea triennale, quando studiavo arabo ed ero completamente rapita dal fascino del Medio Oriente, amavo immergermi in letture che mi trasmettessero il sapore di quei posti lontani. Avevo nel cassetto il sogno di fare un viaggio nel mondo arabo, immaginavo di poter andare a Damasco, in Egitto, o magari in Marocco. 
Fu così che un giorno mi imbattei in questo racconto. Ero alla ricerca di storie di viaggi, racconti di esperienze vissute in qualche posto lontano ed esotico. Avevo voglia di leggere le testimonianze di chi era partito, di chi aveva intrapreso uno di quei lunghi viaggi che ti cambiano la vita o da cui non vorresti più tornare. Avevo voglia di lasciarmi trasportare lontano e di sognare a occhi aperti. 
Leonardo Soresi, con il suo racconto "Il ragazzo che non voleva viaggiare", riuscì a fare tutto questo.  



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IL RAGAZZO CHE NON VOLEVA VIAGGIARE
di Leonardo Soresi



Un lento gocciolio d’acqua si stacca silenzioso dalla tunica di cotone di un uomo, tracciando una scia scura sulla sabbia gialla. Normalmente quella goccia non attirerebbe la mia attenzione, ma quell’uomo sono io e la sabbia su cui cammino è quella dell’erg El Rhoual, un oceano di dune nel Sahara marocchino. Mi sono accorto troppo tardi di un piccolo foro nella guerba, l’otre in pelle di capra che porto a tracolla e ora sono rimasto senz’acqua: un bel guaio considerando che sono a oltre 200 km dai primi segni di civiltà.
Sono completamente solo: a farmi compagnia è rimasto il mio vecchio zaino, che mio padre mi aveva regalato per il diciottesimo compleanno. Povero papà… mi vedeva sempre chiuso in casa, chino sui libri: aveva paura mi dimenticassi di vivere la giovinezza. Nello zaino aveva messo anche un biglietto InterRail: era tutto quello che poteva permettersi, ma era molto più di quanto servisse per cambiarmi la vita. Mi viene da sorridere ripensando alla mia delusione quando avevo aperto il pacco: sapeva che desideravo tanto un nuovo computer! Come aveva potuto pensare che mi interessasse viaggiare su un sedile di treno, sporco e puzzolente come un barbone? Io non volevo viaggiare. Volevo diplomarmi con il massimo dei voti, iscrivermi alla Bocconi e diventare un manager ricco e invidiato. E lasciare quel buco di paese in cui le ragazze non avevano occhi che per teppistelli su motorini rumorosi. Quel primo viaggio… che tenerezza ripensarci adesso, disteso sulla calda sabbia del deserto! 
Allora credevo che viaggiare non fosse altro che visitare i musei indicati nelle guide. Quell’esperienza mi aveva insegnato che in un viaggio si scopriva ben altro, come gli occhi verdi di una ragazza dai capelli rossi che sedeva in fondo ad un bistrot parigino, triste, dopo che un ragazzo si era alzato dal suo tavolo e, senza salutarla, se n’era andato. O come quel ragazzo londinese, riverso in una pozza del suo stesso vomito, che aveva cercato una fuga disperata in una siringa. Ma anche il grande mare oceano che al tramonto inghiottiva il sole al largo delle isole Aran. 
In quel viaggio imparai a concedermi il tempo per conoscere le persone, scoprendo che sono infinite e inaspettate le storie che si celano dietro ogni uomo. Tornato a casa, niente era più come prima: i miei amati libri ora mi sembravano incompleti, aridi, perché pretendevano di raccogliere in parole e formule tutto quello che c’era là fuori, che senza sosta nasceva e moriva, cresceva e sfioriva, lasciando dietro di sé niente altro che orme sulla sabbia che presto il mare del tempo avrebbe cancellato.
Il Khamsin riprende a soffiare dolcemente e mi porta alle narici l’odore delle distese sabbiose. Chiudo gli occhi e ripenso al primo incontro con il deserto, quasi una rivelazione, nel Fezzan libico. Quella notte mi ero allontanato dai fuochi del bivacco per vedere meglio l’immensa notte africana, pazza di stelle, che fa brillare gli occhi di chi si ferma a guardarla. Ad un tratto avevo avvertito una vertigine, quel “battesimo della solitudine” di cui parlano le guide tuareg: avevo sentito il mio spirito espandersi all’infinito verso quell’immensità deserta, avventurandosi nelle profondità della notte. Era l’incontro con qualcosa di più grande, forse Dio, forse l’anima della terra. Come essere senza peso, trasportati via lontano da un alito di vento. Come rimanere sospesi oltre l’orlo di un precipizio per sempre. Nessuna droga poteva dare una sensazione del genere. 
Da quel giorno erano iniziate le mie peregrinazioni sahariane: Murzuq, Tassili, Acacus, Tanezrouft, Tenerè. Per gli altri erano solo nomi dati ad un immenso Sahara che credevano tutto uguale, mentre per me erano diventati luoghi amici che mi avevano impregnato di amore per la terra e per gli uomini che la abitano.
Ma adesso sono arrivato alla fine della strada e ben presto diventerò parte di questa sabbia di cui ormai porto il colore e l’odore. Che senso ha avuto il mio viaggiare? Non riesco a provare paura, ma solo rimpianto per i luoghi che non riuscirò a vedere. Ho sempre saputo che in queste spedizioni africane poteva capitarmi l’imprevisto e morire… ma la morte non è un prezzo abbastanza alto per rinunciare a tutta la bellezza del mondo. Ho imparato che non bisogna diventare schiavi della paura, rinchiudendosi a doppia mandata dietro pesanti porte blindate, in case sicure in cui la vita ha cessato però di abitare. No, meglio morire ma per fortuna anche vivere. Perché vivere è un viaggio senza mappa né bussola, in cui solo la paura e la prudenza ti fanno smarrire.
Chi torna da un lungo viaggio si stupisce nel vedere gli amici d’infanzia, invecchiati e ingrigiti, soffocati da matrimoni senza slanci, da occupazioni che non amano. Da giorni tutti uguali passati ad annegare il malessere, chi con un’amante, chi davanti ad un televisore. Da scelte prudenti e sicure che non lasciano mai lo spazio per inseguire un sogno che fa battere il cuore. Chi viaggia torna invece con qualche ruga e qualche capello grigio in più, ma nei suoi occhi continua a brillare la scintilla dei vent’anni. Gli altri guidano auto sempre più grandi in orizzonti sempre più ristretti; lui si sposta a piedi, ma il mondo è diventato la sua casa. Gli altri ricorrono a chirurghi estetici e diete miracolose, tutti preoccupati di aggiungere anni alla vita; lui, viaggiando, aggiunge vita agli anni che gli sono stati dati. 
Sono felice e orgoglioso della vita che ho scelto: mi alzo e decido di camminare fino a cadere stremato per terra, non per cercare un’improbabile salvezza in mezzo al mare di sabbia, ma per gridare al vento che la mia vita altro non è stata che un voler guardare cosa c’è al di là dell’orizzonte.
Mi incammino lentamente su su per il crinale della duna. Arrivato in cima mi fermo a guardare il panorama disegnato dai cavalloni di sabbia. Il cuore mi si apre d’amore per il mondo. Poi guardo in basso per iniziare la discesa e la vedo: una semplice, piccola pozza d’acqua, una guelta sahariana, uno di quei miracoli che chi non ha attraversato il deserto non sa apprezzare. Mi siedo e mi metto a ridere. Se qualcuno mi vedesse ora, seduto a gambe incrociate mentre rido nel silenzio degli spazi infiniti, penserebbe che sono pazzo. Se guardasse l’acqua della guelta vedrebbe invece riflessa l’immagine di un ragazzo che non voleva viaggiare, diventato un uomo che viaggia tra la sabbia e le stelle, rimanendo ragazzo.









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Simona




lunedì 12 ottobre 2015

RACCONTO: "La notte di Natale", di Vincenzo Lumenti

Un racconto di Vincenzo Lumenti
LA NOTTE DI NATALE






Eugenio Scopece viveva in un piccolo centro dell’entroterra foggiano. Era un giovane robusto, aveva un viso un po’ arcigno e, forse per queste sue caratteristiche, il Podestà del paese gli aveva affidato la custodia del piccolo carcere mandamentale dove venivano stazionati furfantelli o persone in attesa di giudizio per piccoli reati. Ma, ad onta del suo aspetto duro, aveva un cuore d’oro e si sforzava sempre di rendere meno pesante la permanenza ai detenuti che soggiornavano nel “suo” carcere intrattenendo con loro rapporti di amicizia e di cordialità.
Nei piccoli paesi era d’uso identificare le persone con un nomignolo in base all’attività che svolgevano, a lui toccò quello di “carceriere” che, seppure poco gradito, conservò per tutta la vita.
Il complesso che gli era stato affidato era costituito da un piano terra dove era collocato il suo ufficio e tre celle per i detenuti, mentre al primo piano erano sistemate una grande cucina, la camera da letto, il bagno e un ripostiglio.
Lo stipendio, anche se non eccessivo, era sufficiente per le sue modeste esigenze e il “posto fisso” gli permetteva finalmente di pensare a crearsi una famiglia.
Allora cominciò a guardarsi attorno e posò gli occhi su una ragazzotta che, per le sue caratteristiche (bionda, con le trecce e tante lentiggini), gli sembrò la più adatta al suo progetto di vita. Ma la ragazza, figlia di un benestante terriero, sembrava lontana mille miglia dai suoi pensieri che, certamente, avrebbero potuto tradursi in una possibile illusione.
Dopotutto, pensava, l’illusione non è forse la speranza che ci sia sempre una possibilità? E allora perché non tentare?
Preso il coraggio a due mani, una sera si presentò ai genitori della giovane, chiedendone la mano. E mentre il padre si intratteneva con lui parlando del più e del meno, come il tempo e i lavori della stagione, la madre in un’altra stanza informava la figlia, Maria Rosa per la precisione, della richiesta di Eugenio.
La giovane si dichiarò disponibile e le nozze vennero fissate dopo il raccolto e, come d’uso, venne stilata la “lista dei panni” (il corredo) che toccava portare alla sposa e concordata la dote consistente in due ettari di terra e tre case al piano terra.

Una volta sposati, i coniugi andarono ad abitare nell’appartamento al primo piano del carcere, mentre le tre case e la terra furono date in affitto, il cui ricavato contribuì ad accrescere le entrate della famiglia.
Maria Rosa aveva il senso del risparmio ed era attenta a qualsiasi iniziativa che potesse migliorare la loro posizione economica, quindi suggerì al marito, qualora il Podestà fosse stato d’accordo, che fosse lei a cucinare per i detenuti piuttosto che far venire i pasti dall’esterno. La sua proposta venne accettata e così la loro dispensa, da quel momento, si trovò piena di ogni bene di Dio e anche i detenuti ne trassero giovamento da una cucina casalinga e più genuina.
La loro unione venne finalmente allietata anche dalla nascita di un bel bambino che chiamarono Cecchino, diminutivo di Francesco.

Ormai erano trascorsi sette anni dal giorno del loro matrimonio e l'inverno si preannunciava già abbastanza rigido sin dalla prima metà di Dicembre. Eugenio pensò bene di rifornirsi di carbone per la cucina e di legna per la stufa e fu proprio in quel periodo che le porte del carcere si spalancarono per accogliere un giovane ladruncolo.
Come era sua abitudine, Eugenio gli fece visita nella cella chiedendogli se avesse bisogno di qualcosa, ma il ragazzo, perché di un ragazzo appena diciottenne si trattava, invece di rispondere scoppiò in un pianto dirotto. Dopo essersi calmato cominciò a parlare:
«Mi chiamo Andrea Sardella, e ho sposato appena da due giorni la mia Carolina, con la quale ho fatto la “fuitìna”, e stamattina desideravo regalarle qualcosa di buono ma in tasca non avevo un soldo così pensai di rubare una stecca di cioccolato al supermercato, ma sono stato scoperto, denunciato e arrestato. Ora sono davvero pentito per quello stupido gesto e giuro che mai più mi farò tentare da pensieri cattivi.»
Eugenio cercò di calmarlo assicurandogli che il pretore presto avrebbe esaminato bonariamente la sua posizione e che per Natale sarebbe tornato a casa. Purtroppo il caso volle che il pretore fosse in ferie in quel periodo, per cui il fermo del ragazzo fu prolungato di una settimana.

Arrivò la vigilia di Natale, la notte sarebbe nato Gesù Bambino ed Eugenio il “carceriere” anziché prepararsi a vivere la solennità del momento nella gioia con la sua famiglia, si sentiva profondamente triste e turbato, tanto che ne parlò con Maria Rosa.
«Ascoltami, il buon Dio ci ha dato tante cose ma che senso ha averle se non possiamo condividerle con chi ne ha più bisogno di noi? Io provo tanta pena per quel ragazzo che è in prigione e che sarà costretto a vivere il Natale da solo e lontano dalla sua sposina per cui avrei un progetto, ma desidero la tua approvazione e collaborazione prima di metterlo in atto. Tuttavia ti confesso che la cosa non mi lascia del tutto tranquillo.»
La moglie, che ormai conosceva bene la bontà d’animo del marito, intuendo che doveva trattarsi di qualcosa di speciale e intrigata dalle sue confidenze, lo incoraggiò a parlare dicendogli:
«Non lasciare mai che i tuoi progetti restino solo buoni propositi. Se nelle tue cose non arrivi fino in fondo allora non vale la pena neppure di cominciare.»
«Ma è una scelta difficile e rischiosa, e ho paura per le eventuali conseguenze» rispose lui.
«Nella vita c’è sempre una scelta…» riprese la moglie, «ma qualche volta è più facile pensare che non ci sia. Dunque, animo, e non aver paura perché non c’è da aver paura se non della paura stessa. Ogni giorno il Signore ci offre due occasioni: possiamo scegliere di far del bene o restare indifferenti.»
Fu così che, spronato e incoraggiato da quelle parole, Eugenio espose alla moglie il suo piano e si organizzarono per metterlo in atto e portarlo a buon fine.
Il ragazzo venne scarcerato il 29 Dicembre e, dopo una ventina di giorni partì per gli Stati Uniti raggiungendo uno zio che faceva il cuoco nella villa di una vecchia signora inglese e di lui non si seppe più nulla nel paese.

Intanto la vita di Eugenio e Maria Rosa continuava a scorrere sui binari della normalità, fino a quando un avvenimento aveva turbato la loro quotidianità: lo stato di salute del figlio Cecchino che fu costretto a letto perché non riusciva più a camminare. Dapprima si era pensato a una semplice infiammazione della gamba curabile con i soliti unguenti e le solite pomate, poi, visti gli scarsi risultati, si decisero a interpellare uno specialista delle ossa. Da quel momento per loro iniziò un vero calvario. Per sopperire al costo elevato dei medicinali, delle rette ospedaliere, degli onorari agli specialisti e degli alberghi furono costretti a vendere prima la terra e poi due delle tre case che la moglie aveva portato in dote ma i loro sacrifici non sortirono alcun effetto positivo. Il ragazzo, colpito da un’osteomielite ossea, dopo circa due anni di sofferenze, cessò di vivere.
Trattandosi dell’unico figlio per i due genitori fu un colpo tremendo che li segnò profondamente nel corpo e nello spirito, tanto che Maria Rosa a un certo punto cadde in deliquio e dopo qualche anno anch’essa morì.
Rimasto solo e costretto a vivere nell’unica casa che gli era rimasta, Eugenio, ormai vecchio, trascorreva le sue giornate in un continuo dormiveglia, una specie di coma durante il quale riviveva i ricordi del suo passato. Godeva delle attenzioni e della carità dei vicini che lo aiutavano nella pulizia personale e gli cucinavano qualcosa da mangiare mentre lui, cosciente, aspettava con serenità la sua ora…

Mancava qualche giorno a Natale e fu proprio in tale occasione che Eugenio ricevette la visita di un attempato signore con suo figlio.
«Buongiorno signor Eugenio, perché lei è il signor Eugenio Scopece,vero?»
«Sì, sono Eugenio Scopece, e lei chi è?»
«Io sono Andrea Sardella e questi è mio figlio. Si ricorda di me?»
«Andrea Sardella! Ma certo che mi ricordo di te, figliolo. Vieni qui e fatti abbracciare!» 
I due si strinsero in un affettuoso abbraccio, poi Eugenio continuò: «Vedi, come il maestro rammenta il cognome di tutti i suoi alunni, io ricordo perfettamente quelli di tutti gli ospiti che ho avuto nel “mio” carcere. Ma ti prego, prendi una sedia e siediti vicino a me. Dimmi: come mai ti trovi in Italia e perché sei venuto a trovarmi ?»
«Durante tutta la mia vita non ho fatto altro che pregare il buon Dio che mi concedesse di tornare un giorno in Italia, rivederla ed esprimerle la mia gratitudine e la mia riconoscenza per quello che lei ha fatto per me. Il suo è stato un gesto umanitario bello e commovente, qualcosa che mi ha segnato per sempre e che non potrò mai dimenticare. In famiglia talvolta accennavamo a quell’episodio senza, peraltro, entrare nei particolari. Ora vorrei che fosse lei a raccontare a mio figlio tutto quello che successe quella famosa notte di Natale.
«Oh, sì… quella famosa notte di Natale…»
Eugenio si schiarì la voce e, rivolgendosi al giovane, cominciò il suo racconto:
«Ora posso parlare liberamente perché non ho più nulla da temere. Vedi, tuo padre, a quell’epoca, aveva circa diciotto anni, era soltanto un ragazzo impaurito per quello che gli era successo e addolorato per aver dovuto lasciare sola la moglie che aveva appena sposato. Il pensiero che lui avrebbe dovuto passare la vigilia di Natale in carcere da solo mentre tutti fuori festeggiavano la nascita del Bambino, mi rendeva triste e angosciato. Così mi venne un’idea balzana e rischiosa perché, se qualcosa fosse andata storta, avrei perso certamente il posto di lavoro. Ne parlai con mia moglie e, insieme, decidemmo quello che allora ci sembrò più giusto e umano fare, e cioè invitare a casa nostra la giovane sposina perché trascorresse la notte di Natale e il giorno successivo con noi e con tuo padre. Sì, con tuo padre al quale aprii la porta della cella facendolo accomodare alla nostra tavola vicino alla sua sposa. Dopo la cena cedemmo loro la nostra camera da letto e lasciammo che i due giovani assaporassero fino in fondo ogni momento della loro felicità. Tutto filò liscio e qualche giorno dopo tuo padre lasciò il carcere con il fermo proposito di non tornarci più.»
Eugenio tacque e Andrea, commosso più che mai, abbracciò il vecchio promettendogli che in qualche modo, avendone la possibilità, avrebbe provveduto a lui.
Il giorno dopo si recò dal Sindaco chiedendogli se era possibile sistemare il vecchio carceriere in una struttura per anziani dichiarandosi non solo disposto ad accollarsi personalmente qualsiasi spesa ma anche a offrire un congruo contributo per lo sviluppo della struttura stessa sostenendo che il vecchio, dopo i suoi trascorsi, non meritasse di trascorrere il Natale in solitudine ma viverlo in compagnia come ogni buon cristiano.
Il Sindaco, commosso da quella calorosa partecipazione ma allettato anche dall’offerta, prese il telefono e chiamò la Direttrice della Casa Opus Dei.
«Sorella, nella sua Casa ci sarebbe posto per un vecchio indigente?»
«Mi spiace, Signor Sindaco, ma attualmente abbiamo tutte le stanze occupate.»
«Ma non ci sarebbe una più grande delle altre in cui sistemare provvisoriamente un altro lettino? Sa, ci terrei in modo particolare! Insomma è un favore personale che le sto chiedendo.»
«Va bene, allora lo faccia venire domani e cercheremo di sistemarlo.»
Fu così che Eugenio, il vecchio “carceriere”, lasciò la sua casa per trasferirsi in carrozzella alla Opus Dei proprio il giorno della vigilia di Natale.
Dopo la ricca e abbondante cena, alla fine della quale bevve anche dello spumante offerto dalle Dame della Carità, partecipò con gli altri ospiti alla piccola processione per la deposizione del Bambino Gesù nella mangiatoia del presepe allestito nella chiesetta della Casa e infine, stanco ma contento, si ritirò nella sua cameretta.
Prima di addormentarsi gli tornò in mente la famosa notte di Natale di tanti anni fa quando, mettendo a rischio il suo stesso avvenire, era riuscito a dare un poco di felicità a un giovane ragazzo e alla sua sposina. Capì che la buona azione, per volontà divina, gli era stata ricambiata e ringraziò il Signore che aveva voluto ricompensarlo con la pace e la serenità per il tempo che gli restava ancora da vivere.




Vincenzo Lumenti




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