Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

domenica 22 giugno 2014

La maestosità della prosa, la "penna tagliente" dello scrittore: omaggio a Salman Rushdie.


Salman Rushdie
Sono molto colpita dallo stile complesso, profondo, intelligentemente ironico dello scrittore ango-indiano Salman Rushdie. Le sue letture, c'è da dirlo subito, non sono letture "rilassanti" o da ombrellone. L'intensità del dramma che propone, la tortuosa sequenza cronologica, che non segue mai l'ordine naturale degli eventi ma si serve di flashback e di straordinari balzi temporali e spaziali, la presenza di un gran numero di personaggi, tutti quanti sapientemente descritti nella psicologia e nella storia, e, spesso e volentieri, la presenza di quello che è stato definito "realismo magico", che mescola realtà e magia in modo inestricabile, rendono i suoi scritti magnificamente tortuosi, fantastici, dei deliziosi cocktail da gustare però senza superficialità, con la massima partecipazione. La sua scrittura, infatti, non ammette lettori pigri né distrazioni. Se leggi Rushdie, devi assicurarti di essere presente con tutto te stesso e di degnarlo di tutta la partecipazione che merita.

In libreria mi avevano detto: "Il suo migliore romanzo? L'ultimo sospiro del Moro".
Fra quelli che ho letto sinora, tuttavia, L'ultimo sospiro del Moro è quello che mi è piaciuto di meno. Ho trovato la storia poco convincente, e poi sarà quell'ingarbugliarsi in mezzo a storie di mafie, furti e traffici di droga che di solito non mi colpiscono particolarmente. I protagonisti di Rushdie hanno tutti quanti una particolarità che li rende speciali. Peccato che in questo romanzo io non abbia sentito forte la presenza dell'handicap del Moro - la sua particolarità - ovvero la strana "malattia" che lo fa crescere con il doppio della velocità rispetto a una persona normale, facendogli avere un corpo da sessantenne a trent'anni. Il dramma, in L'ultimo sospiro del Moro, è comunque attuale e degno di nota, è fondamentalmente il dramma della famiglia. Il dolore, l'odio, l'invidia, le eredità, le cose non dette, che distruggono le trame sottili attraverso cui fratelli sorelle mamme padri sono indissolubilmente legati. 

Non mi è piaciuto, ma finora posso dirlo solo di questo romanzo di Rushdie, mentre per gli altri che ho letto mi riservo un parere decisamente positivo: I figli della Mezzanotte, I versi satanici, L'incantatrice di Firenze.

Ci sono dei concetti, delle immagini, degli elementi che si ripetono nei romanzi di questo scrittore. Sembra che Rushdie non possa farne a meno, come se non fosse capace di concepire la vita senza di loro:

- L'Arte. Che sia sottoforma di disegno, di pittura, di musica, di magia, è un concetto dal quale non si può trascendere, l'Arte pura che, in un modo magico, incantevole, si interseca indissolubilmente alla Vita, tanto da non riuscire spesso a distinguere l'una dall'altra.

- La donna. La donna ha una presenza massiccia nei suoi romanzi, la donna "dalla lingua tagliente", la donna alla quale si obbedisce tutto, la grande pittrice Aurora de L'ultimo sospiro del Moro che ti distrugge, se vuole, ma in un modo talmente gentile che ti fa amare l'inferno in cui ti conduce come fosse un paradiso; la donna come ammaliatrice di uomini, donne e perfino animali, l'incantatrice di Firenze che, dall'abisso dei suoi intensi occhi neri, può ogni cosa, nella sicurezza della sua bellezza e del suo potere; madri e amanti e sorelle dietro cui la stessa presenza degli uomini va a eclissarsi.

"C'è una debolezza che prende gli uomini alla fine di una battaglia: quando si rendono conto della fragilità della vita, se la stringono al petto come una zuppiera di cristallo che hanno quasi lasciato cadere, e davanti al tesoro della vita si perdono improvvisamente di coraggio. In quel momento tutti gli uomini sono codardi, non riescono a pensare ad altro che all'abbraccio di una donna, ad altro che alle parole consolatorie che solo una donna sa mormorare, ad altro che alla gioia di smarrirsi nei labirinti fatali dell'amore. [...]" (Cit. L'incantatrice di Firenze)

- L'India. Avrei potuto citarla prima - fra le Donne di Rushdie - perché l'India non è solo una nazione, ma è una Madre, la Madre India, presente nei suoi romanzi in maniera asfissiante, persistente, la protagonista assoluta che si interseca alla vita dei personaggi. Sapori, odori, magie, incantesimi. L'abilità di descrizione di questo scrittore ha dell'eccellente davvero! 

Un altro elemento che ho riscontrato in tutti i romanzi letti finora è la malattia mentale. Molti dei suoi personaggi, che siano protagonisti o personaggi secondari, hanno depressioni, psicosi, visioni, tortuosi percorsi mentali che li rendono vulnerabili e spesso bizzarri.
Ancora, ho notato una certa tendenza alla narrazione di lunghe genealogie, di infinite generazioni di famiglie. Il dramma della famiglia è certamente uno dei punti cruciali da cui l'autore parte a scrivere.
Da non trascurare, inoltre, le numerose citazioni che pullulano i suoi racconti, la presenza di personaggi realmente esistiti, il mescolarsi di finzione e realtà. Per esempio, ne L'incantatrice di Firenze compaiono personaggi come Niccolò Machiavelli e Amerigo Vespucci, mentre ne I figli della Mezzanotte - il racconto dell'India per eccellenza - la presenza di personaggi politici, prima fra tutti Indira Ghandi contro cui Rushdie si scaglia apertamente, è di fondamentale importanza.


Questo scrittore non propone mai temi superficiali. Con Rushdie troviamo il modo di riflettere su temi importanti, moderni e antichi insieme. 
L'eterna lotta fra Bene e Male è impersonificata dai due protagonisti de I versi satanici, che diventano, contro la loro volontà, il simbolo delle due Entità, l'uno con le sue visioni schizofreniche, il suo "reincarnarsi", attraverso i sogni, nell'arcangelo Gibreel; l'altro con la sua devozione tutta inglese, con la voglia di vendetta, con l'abbandono della famiglia e della patria e poi, alla fine, il ritorno, la redenzione, il ritrovamento di un padre in fin di vita. Un libro che lascia inevitabili domande. D'altronde è possibile che una risposta univoca in realtà non ci sia. Rushdie cita la "malvagità immotivata" di Iago (Otello, Shakespeare). Che sia questa la risposta?
Non è da dimenticare, poi, l'approccio religioso di questo testo, quella specie di "rilettura" o, come è stata definita da alcuni, "parodia" del Corano, che è pesata su di lui con la pronuncia di una condanna a morte da parte dell'Imam Khomeini, per la quale lo scrittore è costretto a vivere da "clandestino".


Ne I figli della mezzanotte il protagonista e narratore Saleem ti rimane semplicemente dentro. Questo sì che è un personaggio davvero riuscito, con la sua particolarità, la sua telepatia con cui potrebbe fare grandi cose, e poi, invece, dietro al potere che lo rende speciale si nasconde un ragazzino impaurito, fifone, che cerca il suo posto nella vita, e la maniera di soddisfare le grandi aspettative che il mondo ha costruito su di lui. Saleem (e con lui tanti altri bambini speciali) diventa inevitabilmente il simbolo dei "prescelti", di chi ha una sensibilità tale da poter contribuire a cambiare il mondo, l'umanità, lo stato delle cose, sensibilità spesso ostacolata dalla società, dal potere politico, dalla moltitudine.

"[...] È privilegio e maledizione dei bambini della mezzanotte essere insieme signori e vittime dei propri tempi, rinunciare alla privacy e lasciarsi risucchiare nel vortice annientante delle moltitudini e non poter mai vivere o morire in pace." (Cit. I figli della Mezzanotte)

Mi rendo conto che parlare dei romanzi di Rushdie non è per niente un'impresa semplice, complessi e ricchi come sono. Anche lo stesso Saleem de I figli della Mezzanotte dice "Per conoscermi, dovrete inghiottire un mondo". Ci sono infatti milioni di cose da dire, ma "lascio ai posteri l'ardua sentenza", perché tanta ricchezza può e deve entrare dentro solo attraverso la lettura diretta, che consiglio a cuore aperto.
Questa non è semplice scrittura di evasione. Quando scrive, Rushdie ha davvero qualcosa da dire, e la dice senza indugi, senza sotterfugi: attraverso quella che potrei definire una "penna tagliente", come lui definisce tagliente la lingua delle donne!
Rushdie ha davvero tanto da insegnare: non fatevelo sfuggire!


Per finire, vorrei fare i complimenti ai traduttori che hanno curato questi testi: Ettore Capriolo e Vincenzo Mantovani. Di solito il traduttore passa in secondo piano, anzi non viene considerato affatto. Be', sarà per la mia formazione linguistica, ma io do molto peso alla mano del traduttore, e leggere libri così ben tradotti, prose così naturali e scorrevoli che ti fanno dimenticare di essere di fronte a un testo non originale, fa davvero la differenza.
E poi... diciamolo apertamente: tradurre Rushdie non dev'essere stato per niente una passeggiata :P !








Simona





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