Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

lunedì 12 maggio 2014

Vento.

All'inizio si sentiva forte il vento. Faceva sbattere le finestre, muoveva le porte, ululava attraverso le fessure delle imposte. Si sentiva così tanto che ci faceva percepire forte l'ebbrezza di esserci trasferiti nel nostro attico al settimo piano, dove la corrente sembrava farla da padrone. 
Non mi sono mai lamentata del vento. Mi sarò lamentata spesso della pioggia, riesco a lamentarmi dell'afa che il mio caro Salento mi regala d'estate, ma del vento non mi sono lamentata mai.
Mi piace il vento. 
Nelle mie passeggiate pomeridiane con il cane, arriviamo spesso fino a un piccolo viale che termina con un gruppo di alberi, alti, verdi e pieni di foglie. Una sosta qui, anche abbastanza prolungata, mi è d'obbligo, perché, in quel preciso luogo, il vento spesso canta e suona, servendosi delle foglie e dei rami come fossero strumenti musicali. È una delle sensazioni più straordinarie che possa ricordare degli ultimi periodi. Il fruscio delle foglie l'una contro l'altra, la promessa di una stagione che sta per arrivare, la brezza sulla pelle del viso. Quel suono dolcissimo, rapitore, deviatore, che ti promette una dimensione parallela. Un'estasi per l'orecchio e per la mente. Così, mentre il mio cane cerca il punto esatto della terra dove lasciare la sua consueta scia di pipì, io mi trastullo con il suono del vento.  
Poi un giorno, dopo tanto tempo trascorso nell'attico, mi accorgo che il vento non si sente più. Deve essersi smarrito fra i tanti pensieri, fra l'abitudine che si insinua in ogni appartamento, fra i suoni familiari delle mura domestiche, fra le tante cose da fare. 
Ma oggi ho rizzato l'orecchio all'ascolto, e mi sono accorta che lui c'è. Sono io a non sentirlo mai e che ho imparato a ignorarlo. È ormai diventato parte di noi, di questa casa che lo conosce fin troppo bene, su questo settimo piano che si affaccia sul mondo. 
Se mi chiedessero qual è il mio elemento, non sceglierei né acqua né terra né fuoco. Sceglierei l'aria. 
Il vento mi dona un senso di freschezza, l'idea della natura in movimento, lo stelo di un fiore, una foglia d'autunno, i rami degli alberi, tutto che si muove senza una direzione precisa. Un po' come fanno i pensieri, ballerini e ribelli.







Simona




2 commenti:

  1. Bellissimo post... ma è un pezzo tratto dal tuo prossimo romanzo??? Bacioni !!! :-*

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    1. Grazie mille cara! No, non è un pezzo del prossimo romanzo, ma spero di scriverne un altro molto presto! Bacioni :)

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