Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

Informazioni personali

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Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

mercoledì 30 aprile 2014

Leonid Afremov: la solitudine dentro.

Mi sono innamorata dei suoi quadri un giorno di diverso tempo fa, rapita dai colori intensi e da quella che a me sembra una straordinaria manifestazione di solitudine. Afremov ha dipinto anche altri soggetti, ma quello più famoso, e quello da me più amato, resta il paesaggio autunnale. L'autunno di Afremov mi rapisce, semplicemente: le foglie che cadono, l'effetto bagnato dopo la pioggia, il prevalere di colori caldi, le coppiette abbracciate sotto gli ombrelli ancora aperti... 
I quadri di Afremov fanno venire voglia di un abbraccio, non trovate? E suggeriscono tanta solitudine.

Leonid Afremov è bielorusso, nato nel 1955 da genitori ebrei. Servendosi di una spatola e di colori ad olio, esegue i suoi dipinti con la tecnica dell'impressionismo, con queste pennellate decise e variopinte che rendono i suoi quadri unici e caratteristici.
Mi colpisce inoltre la sua storia. È noto, infatti, per la sua attitudine all'auto-promozione, soprattutto tramite Internet, che lo ha portato nel giro di pochi anni a diventare un pittore famoso e a portare il suo lavoro oltre i confini della sua terra. Ho letto su qualche sito che all'inizio si è servito della vendita porta-a-porta, gestita principalmente dal figlio sedicenne, iniziativa che si è rivelata fruttuosa poiché gli ha dato l'opportunità di aprire la sua prima galleria d'arte, con non pochi problemi però, dovuti principalmente all'odio antisemita di cui è stato spesso vittima. La svolta decisiva risale al 2004, quando il figlio, venendo a conoscenza di eBay, ha avviato, quasi per gioco, una fitta attività di compravendita che ha permesso al padre di farsi conoscere e apprezzare nel mondo.
Oggi si parla molto di questo pittore, e io mi dichiaro ufficialmente una sua grande ammiratrice!

Vi posto qualche suo quadro. [Per apprezzarli maggiormente, consiglio di cliccare sulle immagini per ingrandirle.]
Li amo proprio tutti, hanno qualcosa di eccezionale, che mi incanta. Mi fanno impazzire!







































In questi quadri ci sono i miei colori preferiti. Anche i soggetti mi piacciono molto. Questo pittore incontra alla perfezione i miei gusti.







Simona



giovedì 24 aprile 2014

New entries nella propria libreria: l'entusiasmo di tuffarsi nella lettura!


Oggi mi sono arrivati i due libri di Angela Bianchini che avevo ordinato la scorsa settimana




Sono felice come una bambina che ha ricevuto un bel dono da Babbo Natale!
Ho anche preso un segnalibro dolcissimo - di Gocciolina - e ho deciso che sarà lui ad accompagnare 
le mie letture notturne e a tenere il segno delle pagine.




Scriverò presto le mie impressioni su questi due libri, non appena avrò terminato di leggerli.
Per Angela Bianchini ci sarà sempre un posto in questo blog.

Ci sono anche altri romanzi della stessa autrice che vorrei avere nella mia libreria, ma che sono pressappoco introvabili. Fuori catalogo. Ma io li avrò: "Nevada", "La ragazza in nero", "Capo d'Europa", "Un amore sconveniente", e altri. Che peccato notare che la Bianchini non sia così "in voga". Su aNobii i suoi libri sono nelle librerie di pochissime persone, che si contano addirittura su un palmo di mano. 
Non me ne farò mai una ragione adeguata  :).  

A ogni modo, adesso mi godo queste due favolose new entry della mia libreria!
Ho deciso che inizierò da "Gli oleandri", per il quale ho provato sin da subito, sin dal primo incontro in Internet, uno slancio emotivo e di passione. Poi procederò con "Le labbra tue sincere".


È strano, non ho paura di rimanere delusa dalle aspettative. Di solito non parlo mai con troppo entusiasmo di qualcosa che non è ancora successo o di un libro che non ho ancora letto. Generalmente l'idea della delusione o della disillusione mi frena un po', preferisco restare con i piedi per terra e fare le mie valutazioni solo con il senno di poi. Ma il fatto è che con Angela Bianchini è successo qualcosa di singolare: mi è entrata dentro e trovo improbabile che possa deludermi. 
Ma tutto può succedere, quindi... staremo a vedere!
Una cosa è certa, però: l'entusiasmo con cui mi accingo a leggere questi due romanzi non l'ho mai provato per nessun altro libro in vita mia. Con "Le nostre distanze", Angela Bianchini ha fatto centro dentro di me... Questo basta per non vedere l'ora che arrivi stasera, quando, sotto la luce fievole del mio abat jour, mi lascerò avvolgere dalla delicata e femminile scrittura di questa autrice.






Simona



mercoledì 23 aprile 2014

Elena Genero Santoro e i suoi libri: intervista all'autrice.


Cari lettori,
la scrittrice che vi presento oggi si chiama Elena Genero Santoro, e nella sua vita ha scritto tanto.
In questa intervista ci parla abbondantemente dei suoi libri,
in particolar modo di una lunga serie di romanzi che vede come protagonisti due giovani innamorati, 
Futura e Patrick.

Ecco che cosa ci siamo dette!
Buona lettura!






Ciao Elena, benvenuta nel mio blog! Con questa intervista vogliamo far luce sui tuoi romanzi più recenti, “L’occasione di una vita” e “Un errore di gioventù”. Che esperienze di pubblicazione sono state, dal punto di vista editoriale? Se potessi, c’è qualcosa che cambieresti o che avresti fatto diversamente? 

Elena Genero Santoro
Ciao Simona! Innanzitutto, grazie a te per avermi ospitato. L’occasione di una vita e Un errore di gioventù sono gli ultimi libri per i quali ho cercato un editore. Premetto che i protagonisti della storia sono gli stessi, o, per lo meno, i due romanzi appartengono a una serie di dieci che ho scritto in questi anni, ma L’occasione di una vita è il secondo, dopo Perché ne sono innamorata, mentre Un errore di gioventù è il nono. In mezzo ce ne stanno altri sei! Ma non è un problema per il lettore, perché ogni romanzo è una storia a sé con una conclusione. I casi della vita hanno voluto che fossero pubblicati praticamente insieme, da due editori diversi. È andata così: per L’occasione di una vita, il secondo, ho cercato un editore, e l’avevo anche trovato, ma poi con quell’editore ho avuto da ridire, perché non mi piaceva il suo modus operandi, e ho deciso, all’ultimo, di non firmare il contratto, senza avere altre alternative! Avevo già rifiutato una proposta precedente che non mi convinceva, di un altro editore ancora, e mi pareva che per L’occasione di una vita non ci fosse speranza. Sembrava che tutto mi remasse contro, una piccola odissea. Poi, inaspettatamente, una mattina è arrivata la proposta di Lettere Animate per un ebook e ho firmato nel pomeriggio stesso! (Il caso ha voluto che tutti gli editori che mi hanno formulato una proposta per L’occasione di una vita, mi abbiano proposto un ebook: si vede che era destino!). Con Lettere Animate mi sono trovata bene, sono tranquilli e cortesi, fanno editing e copertina, e non chiedono soldi agli autori. Il tempo che io facessi tutto questo per L’occasione di una vita, e Un errore di gioventù era già stato pubblicato da 0111 Edizioni, che al contrario era l’unico editore a cui l’avevo spedito e che nel frattempo avevo scoperto su segnalazione di una mia amica che aveva pubblicato con loro (Stefania Trapani, Alla fine dei sogni)! Con 0111 Edizioni ho lavorato divinamente, sono precisi, puntuali, fanno l’editing, rispettano le scadenze e forniscono tutte le indicazioni agli autori, a cui, va detto, non chiedono soldi. Quindi, sulla fase di collaborazione pre-pubblicazione, non posso che dire bene sia di Lettere Animate, sia di 0111 Edizioni. Per quanto riguarda la promozione invece, beh, abbiamo appena iniziato, anche se, obiettivamente, le piccole case editrici in genere contano molto sul contributo degli autori stessi. Aggiungo che, mentre cercavo un editore per L’occasione di una vita, ho deciso di prioritizzare anche l’altro, Un errore di gioventù, perché racconta una storia a cui tengo moltissimo.

“L’occasione di una vita”: un sentimentale a tratti ironico, rivolto a un pubblico prettamente femminile, ambientato in Irlanda. Ce ne parli?

L’occasione di una vita è a tutti gli effetti un romanzo sentimentale, con un rapporto che va in crisi, e che, razionalmente, non avrebbe motivo di proseguire, ma che poi ritrova un suo equilibrio proprio sia perché l’amore talvolta è più forte della ragione, per fortuna, ma anche perché i protagonisti riescono a condividere le ragioni dei loro dolori. Inizia con Futura e Patrick, conviventi a Londra da pochi mesi, che scoprono una gravidanza inaspettata. Sono entrambi scossi, perché un bambino in quel momento non è proprio nei piani, lei sta finendo l’università con l’Erasmus, lui ha appena trovato un lavoro che gli piace e ci si sta dedicando a tempo pieno; però lei non è contraria a tenere il bambino, anzi. Lui invece ha paura di perdere il controllo della situazione. Non le chiede esplicitamente di abortire, ma all’idea sarebbe sollevato. Tra i due si crea un’ovvia frattura, e scende il gelo: la comunicazione si interrompe. Tuttavia, nonostante tutto, Patrick accompagna Futura all’ecografia e quando vede che quell’esserino, di undici settimane, benché sia lungo solo 4 centimetri, ha già quasi le sembianze di un bambino, rimane turbato e comincia a ripensare a tutta la faccenda dall’inizio. Commette però l’errore di non agire subito, ma di dare priorità al lavoro: lo aspetta un meeting importante e lui non vuole deludere le aspettative. Parlerà con la sua compagna l’indomani, si ripromette. Il destino però vuole che Futura perda il bambino proprio mentre lui sta ottenendo il massimo riconoscimento professionale. Ovviamente poi lei, dopo l’aborto, non riesce più a credere che lui fosse armato di buone intenzioni. Inizia una catena di equivoci che porterà Futura a partite per l’Irlanda insieme a un amico e Patrick a inseguirla nel tentativo di chiarirsi e rappacificarsi. Nel frattempo, in Italia, Ljuda, moglie di Massimo e madre esaurita di due bambini piccoli, nonché ex cattiva ragazza che ha sposato un ex seminarista, ritiene di poter cogliere l’occasione della sua vita partecipando al Reality più Famoso d’Italia, dove viene selezionata come concorrente. Nella Casa del Reality, dove è entrata senza la benedizione del marito, gliene capiteranno di tutti i colori e rimarrà stritolata nel meccanismo crudele della televisione che sfrutta i concorrenti e le loro storie pietose, sbandiera in diretta tutta la loro privacy e si basa sui casi umani per fare audience. Questa è la parte più ironica e tragicomica di tutto il libro, insieme a una terza storyline, che vede come protagonista Manuela, volontaria dal cuore d’oro e dalle tendenze glamour, che aiuta Massimo a gestire una Casa di Accoglienza per donne vittime di violenza e sottratte alla strada. Le iniziative di Manuela sono discutibili e sempre esagerate, ma la Casa di Accoglienza di cui parlo prende spunto dalla Casa degli Amici di Lazzaro di Torino, e le storie delle ragazze ospiti della Casa, pur essendo fiction sono ispirate alle vicende vere delle donne che gli Amici di Lazzaro quotidianamente accolgono e aiutano. Questo è un modo per parlare, seppure in maniera collaterale, della violenza contro le donne, che è un leitmotiv che mi sta sempre molto a cuore. E poi, come accennato prima, ho voluto descrivere l’Irlanda. Le tappe che Patrick e Futura percorreranno e posti che visiteranno nel tentativo di ricominciare a capirsi sono gli stessi che ho visitato io insieme a mio marito, fortunatamente con tutto un altro stato d’animo! Futura e Patrick scopriranno che per riavvicinarsi devono prima ammettere, condividere e infine superare il lutto che tengono dentro.

“Un errore di gioventù”: ha come tema centrale la pena di morte, ed è grossomodo la continuazione del romanzo precedente, ma con un taglio diverso. In che cosa differisce dal primo? 

Come ti accennavo prima, tra L’occasione di una vita e Un errore di gioventù ci sono altri sei romanzi che attualmente dormono beati nelle memorie del mio pc, quindi nel frattempo c’è stata una bella evoluzione della storia. Ritroviamo Futura e Patrick sette anni dopo, sposati da un pezzo, con una figlia già nata, Marina, e un’altra, Emma, in arrivo. Dopo tutte le loro vicissitudini pregresse sono finalmente felici e realizzati, e lui, sempre con quella tendenza di voler controllare qualunque cosa, si gongola, anche con un po’ di presunzione, all’idea che la sua vita sia finalmente perfetta. Si ricrederà completamente quando una sua ex fiamma, una con cui aveva avuto un flirt dopo il diploma, si presenta alla sua porta dicendogli di avere una figlia adolescente che potrebbe essere sua. A Patrick crolla il mondo addosso, perché proprio lui che è sempre stato un maritino modello, fedele, e serio fino alla noia, rischia di vedere compromessa la sua serenità famigliare per una sciocchezza, una “cazzata” commessa quindici anni prima. Gli rode, sia perché non si sente pronto a fare il padre di una ragazzina che non ha visto né nascere né crescere, sia perché lui non è più l’adolescente dissoluto che aveva rapporti a rischio dopo aver alzato un po’ il gomito alle feste. E allora la domanda è: per quanto una persona è responsabile dei propri errori, se nel frattempo è maturata e si è comportata sempre in modo irreprensibile? La stessa domanda se la fa Luis, condannato nel braccio della morte in Alabama, che quindici anni prima ha ucciso un uomo in una rissa e oragli è stata comunicata la data prevista per l’esecuzione. Luis è un amico di penna di Futura e Patrick i quali, attendendo la data del parto (che deve coincidere con l’esecuzione) non possono permettersi di lasciare Londra per l’Alabama. Quindi mobilitano Mac, un loro amico attore che gode di una certa notorietà, affinché raggiunga Luis e gli stia vicino nel momento peggiore della sua vita. Mac all’inizio è scettico, rappresenta chiunque di noi europei (Mac è irlandese) non ammette la pena di morte per cultura, ma in fondo pensa che chi sta in quella situazione, a parte tutto, se l’è meritato. Nel corso della storia i pregiudizi di Mac cadranno uno per uno e lui si renderà conto che Luis è innanzitutto una persona, e come tale merita rispetto. Luis non è un “mostro”, ma un uomo pentito dei suoi errori e assolutamente amabile. Allora Mac si farà carico della faccenda, tenterà di sfruttare la sua notorietà per mobilitare l’opinione pubblica, ma si scontrerà con il sistema che gli farà da muro di gomma. Luis, comunque, non è l’unico “mostro” del libro: c’è anche Teresa, una ex transessuale ormai legalmente donna, che vuole farla pagare alla sua famiglia borghese e bigotta per non averla mai accettata così com’era. Teresa si trova in mezzo a Manuela e Giovanni, coppia di separati in cerca di una rappacificazione, e alla fine avrà un suo riscatto. Infine, per stemperare un po’, c’è Iago, il fratello minore di Futura, che, innamorato da sempre della bella Elena, dovrà destreggiarsi con un ultimo, simpatico “mostro”: Fabiana, la sua gelosissima e ossessionante fidanzatina.
Ma per tornare alla tua domanda, posso confermarti che sì, questo libro è diverso dagli altri, sia perché è meno romance, sia per il tema che tratta, che in effetti è un po’ meno ordinario. Chi l’ha già letto ha notato la differenza. È un libro meno rivolto a un pubblico strettamente femminile. 

Per scrivere l’ultimo romanzo ti sei documentata molto, ma soprattutto, come spieghi nelle note finali, dedichi la storia a un uomo con cui hai intrattenuto una profonda corrispondenza durata undici anni. Ti va di raccontarci qualcosa a tal proposito?

Come scrivo anche nelle note finali del mio libro, la storia che narro è fiction. Luis Crawford non è mai esistito e il suo caso giudiziario è verosimile ma non reale. La verità è che undici anni fa, quasi per caso, ho iniziato una corrispondenza con un uomo rinchiuso nel braccio della morte in Florida: Martin Eddie Grossman, che con me si firmava sempre Eddie. All’epoca avevo ventisette anni, conoscevo l’inglese in modo approssimativo e volevo fare una buona azione: non avevo idea che mi si sarebbe aperto un mondo. Un mondo difficile e non sempre gestibile, perché ad un certo punto mi sono sentita inadeguata: come potevo io essere di conforto a un uomo che aspettava solo di morire e che aveva una situazione familiare disastrata? Invece il segreto è stato solo capire che Eddie, come tutti noi, era solo una persona bisognosa di affetto. E poi, nella sua condizione, cercava un continuo contatto con la realtà, perché nel braccio della morte il rischio è sempre quello di “perdersi”, di estraniarsi. Quindiera giusto e lecito raccontargli semplicemente della mia vita, perché quello lui voleva. Desiderava un riscontro reale, tutto qua, perché nel braccio della morte i detenuti non sono considerati degni di alcuna redenzione, ma solo “mostri”, bestie non umane, a cui a stento va garantito un pasto e poco altro. E questo è il messaggio che ai prigionieri nel braccio della morte viene fatto passare: siete peggio degli animali, non meritate rispetto, non meritate pietà. Luis è ispirato a Eddie perché come lui a vent’anni ha effettivamente commesso un omicidio e se n’è sinceramente pentito: Eddie, anche con l’ago già piantato nel braccio, ha ancora chiesto perdono alla famiglia della vittima. Ma in Luis convergono i tratti anche degli altri due condannati con cui corrispondo attualmente, e anche in loro ho ritrovato lo stesso bisogno di compagnia e di contatto con la realtà fuori. Per cui, se qualcuno volesse intraprendere una corrispondenza di questo tipo, non si faccia problemi a mandare una cartolina del mare, piuttosto che la ricetta delle lasagne. Degli altri miei due corrispondenti non voglio dire il nome perché il loro iter giudiziario è ancora in corso, ma faccio solo presente che sono entrambi neri, uno dei due si dichiara innocente (io non so se sia vero), l’altro invece, ed è provato, non ha mai ucciso nessuno, è stato solo complice di una rapina in cui il cassiere è rimasto ucciso per mano di un altro rapinatore. L’iter giudiziario per la pena di morte è sempre parecchio lungo, per Eddie si è trattato di ventisei anni, se non ricordo male.
Dalla morte di Eddie alla stesura del romanzo sono passati tre anni, in cui ho metabolizzato l’idea di scrivere una storia come questa. Posso dire che anche se non ho mai conosciuto Eddie personalmente, quando è morto ho realmente sofferto: anche lui è stato la vittima di un omicidio, dunque la sua morte è stata ingiusta tanto quanto quella della sua vittima. E un’altra famiglia, la sua, è stata dilaniata e ancora fa i conti con questo dolore. Uno Stato che uccide i suoi cittadini e devasta le sue famiglie non è degno di chiamarsi democratico.

Con i tuoi romanzi ti proponi di trattare temi sociali e di attualità, fondendo ironia e riflessione, commedia e dramma: che cosa ti aspetti da questa fusione? Che cosa ti proponi di comunicare attraverso i tuoi romanzi?

Mi piace parlare del reale, di ciò che mi circonda, denunciare le magagne e lasciare spazio ai sentimenti, ma anche all’ironia, scovando l’aspetto ridicolo delle cose. D’altronde la realtà è un misto di gioie e dolori, la vita stessa ha tratti di commedia e di dramma e questa alternanza (che in alcuni dei miei romanzi è più sentita, in altri meno) è un modo per rappresentarla. Certo nella vicenda del condannato a morte c’è ben poco da ridere o da ridicolizzare, e le rare battute che attribuisco a Luis stesso sono solo un’amara constatazione della realtà. Come quando Luis definisce Hotel Suite il carcere in cui è rinchiuso, dove ha “camera singola” e dove i pasti sono serviti alle 4 del mattino, alle 10 del mattino e alle 14,30, dopodiché le giornata finisce(la battuta non è mia: lo ammetto, l’ho rubata a uno dei miei corrispondenti). Iago invece vive una vicenda più leggera e a tratti surreale, ma anche in questo caso c’è una tristezza di fondo. Nonostante tutto, anche se nei miei libri non tutti i personaggi trovano un lieto fine, mi piace sempre lasciare spazio alla speranza.

Nell’aprile del 2013 hai pubblicato il tuo primo romanzo, “Perché ne sono innamorata”…

Perché ne sono innamorata è ovviamente il libro in cui Futura e Patrick si incontrano e si innamorano, quindi è l’inizio della loro relazione, che si presenta immediatamente problematica e spinge Futura a riflettere sul prosieguo della stessa. Futura si domanda se la sua storia con Patrick sia qualcosa di sano o di viziato nella forma già sul nascere. Da contraltare alle loro vicissitudini ci sono quelle di altre tre protagoniste femminili, di cui una è Martina, che è sentimentalmente legata a Giulio, ragazzo prepotente e a tratti crudele. Tutto ruota intorno al concetto di relazione sana o relazione malata, e le protagoniste, tutte e quattro, si dovranno confrontare con questo dubbio. Ma questo romanzo è la storia di un inizio: inizio per Futura e Patrick, ma anche per tutti gli altri che a vent’anni si troveranno a gettare le basi della loro vita successiva, con le loro scelte, con le loro prese di posizione. Anche Giulio, il più “cattivo”, è un cattivo agli albori. Il “meglio” anche per lui verrà dopo.

In realtà, quindi, di romanzi nei hai scritti dieci…

Undici! Dieci delle serie di Futura e Patrick, e un altro “indipendente” dalla serie! Ma non ho intenzione nemmeno di provare a pubblicarli se quelli attuali non faranno un minimo di presa sul pubblico. Tanto, chi mi segue passo passo, sa dove trovarmi e anche come leggermi, in ogni caso. In questi, come ti dicevo, la storia si evolve, Futura e Patrick si arrabattano in qualità di sposi, e si trovano perennemente circondati da amici bisognosi che si appoggiano a loro, parenti che non se la cavano, il lavoro che è troppo o troppo poco… Insomma, la mia seria è tutta un mondo, dove personaggi sempre nuovi ruotano intorno ai protagonisti. Tra i temi principali che affronto ci sono l’anoressia, la malattia, il lutto, la disabilità e le barriere architettoniche, la paternità (oltre alla maternità), la crisi e la disoccupazione. E, sullo sfondo, spesso la violenza contro le donne: quella esercitata dagli uomini come abuso fisico o anche solo psicologico, ma anche quella delle donne contro le donne sul luogo di lavoro. Nel quarto capitolo della serie ricompare anche Giulio, che in Perché ne sono innamorata era appena agli inizi della sua carriera di uomo manesco, invece ora è un violento conclamato e le istituzioni non riescono a fermarlo. A lui riservo una sorte interessante. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.

Come gestisci la promozione delle tue opere? Di quali canali ti servi per far conoscere i tuoi romanzi al pubblico?

Mi servo di tutti i canali possibili! Cerco librerie e biblioteche per fare presentazioni, ho una pagina su Facebook, ho un blog, mi presto per delle interviste, chiedo recensioni, spero nel passaparola. Però è una vitaccia! Molte librerie e locali o chiedono soldi per concederti spazio, oppure te lo danno gratis, ma devi farti tutto tu, dalle locandine alla presentazione, e allora tanto vale. Nessuno si prende la briga nemmeno di leggere il tuo libro, ma tutti vogliono comunque camparci sopra. È deprimente.

Un bel ricordo legato alla tua attività da scrittrice e uno che invece vorresti dimenticare?

Da dimenticare la presa in giro di una nota libreria di Torino a cui avevo portato il mio libro (come da loro richiesta) per una possibile presentazione. Il tizio con cui ho parlato, un tale Massimo, non mi aveva promesso nulla fuorché di leggere il libro, valutarlo, restituirmelo o pagarmelo, e dirmi se la storia era di suo interesse (è una libreria eticamente impegnata, per giunta). Per farla breve, il libro l’ha perso, non solo non me l’ha restituito, ma non mi ha mai nemmeno reso i soldi, perché diceva di non poterlo ricomprare, perché Montag era fuori dai loro circuiti di distribuzione e alla fine ha detto che mi faceva sapere, ma non mi ha mai richiamata al telefono. Dunque nulla di drammatico, solo un episodio squallido.
Invece è meraviglioso quando persone anche sconosciute mi contattano per mostrarmi gratuitamente il loro apprezzamento. E la cosa più bella di tutte è stata la commozione della zia di Eddie, l’unica parente rimasta, quando le ho raccontato del libro. Ne ha voluta una copia anche se non ci capisce nulla perché non sa l’Italiano. E mi ha detto che è felice che il suo Eddie venga ricordato e venga fatto ancora vivere attraverso la memoria.

È stato un piacere averti ospite nel blog. In bocca al lupo e alla prossima!

Grazie mille a te per questo spazio!







Simona







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Se anche tu vuoi rispondere a un'intervista,
scrivimi: alamuna@gmail.com.

venerdì 18 aprile 2014

Angela Bianchini: il mito che vado rincorrendo.

È ufficiale: sono innamorata della sua scrittura surreale, della sua penna delicata, della profondità con cui scava la vita, con domande universali, semplici ma al tempo stesso complicate. Amo questa penna a modo suo sperimentale, mi porto dentro le immagini che evoca, mai troppo nitide, dai contorni sfrangiati, come le cose del passato, con le quali non si chiude mai completamente, e come il tempo indefinito di certi momenti della vita.

Mi sono innamorata della sua scrittura un giorno di diversi anni fa, nell'estate del 2008, quando la docente del corso di Letteratura Contemporanea ci fece adottare un suo libro per l'esame: Le nostre distanze, a cui ho dedicato QUESTO POST. È un libro che ho letto 3-4 volte, ritrovandoci sempre la stessa delicatezza, forza, preziosa introspezione, l'intreccio complicato che coinvolge ragione e sentimento, il fascino di certe distanze così amate. 

Un libro di cui la prima cosa che ammiro è la scrittura di per sé, ancor prima del contenuto. Pura scrittura capace di emozionare e di arrivare dritta in qualche angolo nascosto dell'anima.

La Bianchini potrebbe anche non dire niente di memorabile, per alcuni, ma il modo in cui lo dice per me è già un dono prezioso di cui la ringrazio profondamente.

Non riesco a capire perfettamente perché di Angela Bianchini si parli così poco, e perché le mie ricerche su di lei producano scarsi risultati. I suoi libri sono stati pubblicati da Mondadori, Einaudi, Frassinelli, e hanno vinto importanti premi. Compare su Wikipedia. Ma di lei ho trovato poco e niente.
Cercando spesso i suoi libri, mi sono accorta che nella maggior parte dei casi sono fuori catalogo o fuori produzione. 

Ma oggi... oggi finalmente sono riuscita a ordinare due dei suoi libri che andavo agognando. Mi arriveranno la prossima settimana, con mia somma beatitudine. 
So una cosa per certo: la Bianchini non mi deluderà. Una scrittrice che ha conquistato così il mio cuore con Le nostre distanze, di certo non mi deluderà con gli altri suoi romanzi.
Quello che provo per Le nostre distanze è singolare: una sorta di timida venerazione, di profondo rispetto. 

Ecco i libri che ho ordinato e che non vedo l'ora di tenere fra le mani!




Le labbra tue sincere - Sinossi
Nell'autunno 1910 - alla vigilia delle celebrazioni per il Cinquantenario dell'Unità d'Italia - un viaggiatore americano arriva a Roma, apparentemente per scrivere dei reportage sull'Italia giolittiana, in realtà, spinto da una sottile inquietudine, per inseguire lontani ricordi nella città che lo ha visto nascere e crescere. Alla pensione Francini, di fronte a villa Borghese, alloggia anche una sensuale e irrequieta signora torinese di solida fede sabauda, che ha portato le due figlie giovinette a visitare la nuova capitale d'Italia e a perfezionare la loro istruzione artistica. Tra feste, romantiche passeggiate e visite agli scavi, i due intrecceranno una complessa relazione amorosa. La raffinata scrittura dell'autrice esplora tutti i moti dell'animo, le sfumature, le ombre, le espressioni e i gesti dei suoi personaggi, costretti a svelarsi con le loro contraddizioni personali e quelle politiche di un'epoca intera.




Gli oleandri - Sinossi
Un'amicizia femminile e, insieme, la rievocazione di un periodo drammatico della nostra storia costituiscono il fulcro di questo romanzo. La protagonista e io narrante rivive il suo legame con Orietta, la compagna di giochi e la confidente della sua infanzia e adolescenza a Roma, negli anni del fascismo: un rapporto bello e autentico, interrotto dalla partenza per gli Stati Uniti della protagonista. La fine del conflitto le permette finalmente di tornare a Roma, ma qui ogni cosa è cambiata: soltanto gli oleandri, che costeggiano molte vie del suo quartiere, sono rimasti dov'erano. Anche Orietta non c'è più, se l'è portata via una malattia crudele, e forse già prima si era perduta in amori infelici e sbagliati.







So come scrive la Bianchini, so di che cosa è capace, so che cosa è in grado di suscitare in me con la sua Scrittura. Perciò l'arrivo di questi due romanzi per me sarà un evento memorabile e oggi sono contenta come una bambina!






Simona



Immagini del desiderio, mostra fotografica: intervista ad Adriana Biasco.


In collaborazione con Gaia Arte,
vi presento:





Cari lettori,

sono lieta di ospitare nel mio blog un'artista della fotografiaAdriana Biasco,
che, attraverso un'intervista pensata per lei, ci racconterà della sua passione e della sua arte
a partire dallo straordinario evento della sua prima mostra, tenutasi con grande successo domenica scorsa 
presso la caffetteria LiberaMente di Lecce, dove per tutto questo fine settimana rimangono esposte 
le sue fantastiche fotografie dedicate alla Bellezza e, nello specifico, all'universo femminile.

Buona lettura e buona visione!






Ciao Adriana, benvenuta nel mio blog! Domenica 13 aprile si è tenuta l’inaugurazione della tua prima esposizione fotografica presso la caffetteria LiberaMente di Lecce. Quali sono le tue considerazioni finali sulla serata?

Ciao Simona, grazie a te per avermi invitata e un saluto a tutti i tuoi lettori. Sono molto contenta di come si sia svolta la serata di inaugurazione della mostra. Ho avuto un supporto eccezionale da parte dell'associazione Gaia, del presidente Claudio Casalini e di tutti i soci (colgo l'occasione per ringraziare tutti ancora una volta). Già nelle settimane precedenti ho potuto constatare il loro impegno e la loro disponibilità ed è stato davvero importante per me debuttare in collaborazione con persone così serie e professionali. Inoltre ho apprezzato molto la disponibilità della caffetteria LiberaMente e la sensibilità dei proprietari (Andrea e Giulia) nei confronti di queste forme espressive. Credo che tutto questo sia trapelato durante la serata la cui buona riuscita è dipesa dalla collaborazione di tante persone che hanno curato tutto nei minimi dettagli.

Una cosa che non ti aspettavi e una che invece ti aspettavi dalla serata?

Essendo la mia prima esperienza non sapevo bene cosa aspettarmi, sia riguardo alla risposta delle persone e sia riguardo alle mie reazioni. Forse per questo ho vissuto tutto con grande positività: i preparativi frenetici, l'attesa e la serata stessa. Ci sono state delle sorprese, sì. Per esempio non mi aspettavo tanta gente. Io non me ne sono nemmeno accorta al momento ma poi, dopo, diverse persone mi hanno detto che non sono riuscite ad entrare. Mi ha sorpresa anche la mia emotività: sono abituata a parlare in pubblico e in passato ho presentato lavori scientifici anche in lingua inglese per tipi di audience estremamente specializzate. Ma questa volta il mio coinvolgimento emotivo non era un semplice dettaglio e mi ha colta così di sorpresa che non sono riuscita a nasconderlo. 

La mostra, che resta aperta fino a domenica, si intitola “Immagini del desiderio”. Sebbene ampiamente argomentato da Claudio Casalini, il presidente dell’Associazione Gaia che ti ha introdotta, quali sono le tue argomentazioni su questo titolo?

Come ha detto Claudio durante la presentazione e nella recensione, queste immagini sono un'interpretazione metaforica della bellezza in senso universale, la bellezza che ci circonda e che spesso non riusciamo a cogliere perché distratti dalle nostre occupazioni o preoccupazioni. La bellezza qui è rappresentata dall'universo femminile, metafora concettuale che esprime molto bene l'idea del termine. Utilizzando però un'altra chiave interpretativa, desiderare (termine che deriva dal latino sidus, stella) significa volere fortemente qualcosa, o che qualcosa si verifichi. Un anelito verso qualcosa di irraggiungibile, inafferrabile. In ultima analisi significa sognare. È un incitamento, che rivolgo a me stessa prima di tutti, a riconoscere i propri sogni, ad avere il coraggio di perseguirli nonostante i sacrifici che spesso richiedono, rinunciando almeno in parte alla confortevole quotidianità. 

Una fotografia si offre alle più disparate interpretazioni. In fondo alla pagina possiamo leggere l’interpretazione di Casalini rispetto alle foto della mostra. Qual è, invece, la tua personale interpretazione? Quali emozioni ti hanno accompagnata nel momento della composizione e dello scatto? 

Le emozioni che mi hanno accompagnata durante gli scatti non sono state mai le stesse, credo che siano tante quante sono i soggetti che ho fotografato finora. Sicuramente sono state tutte molto forti e penso che ciò sia stato evidente anche durante il mio tentativo di spiegare cosa è per me davvero importante in questo lavoro. Non scatto quasi mai con un copione nella testa, seguo piuttosto l'istinto, mi lascio guidare dal momento. Sebbene si possa prevedere da che angolazione sia meglio ritrarre un soggetto o con quali luci illuminarlo, mi risulta invece impossibile prevedere i meccanismi che si stabiliscono tra me osservatrice e il soggetto stesso. Ed è proprio questa imprevedibilità che dà sapore all'attesa del risultato.

Com’è nata l’idea di prestare alla tua prima mostra degli scatti che ritraggono nello specifico l’universo femminile? 

L'idea è nata per caso, parlando con Claudio dei miei lavori. Una volta presa visione degli scatti, Claudio ha tratto ispirazione per quello che sarebbe stato un possibile tema della mostra e quindi ci siamo concentrati su una selezione specifica di fotografie che rappresentassero al meglio il tema scelto. Se posso definirla così, è stata una ispirazione a doppio senso che è rimbalzata da me a lui e da lui a me per portarci al risultato finale. 

Visitando il tuo sito (www.adrianabiasco.com) viene immediatamente all’occhio la tua “preferenza”, se così posso permettermi di chiamarla, per il soggetto umano. La maggior parte delle foto riprende donne e uomini. Si può dire che siano loro, quindi, il soggetto principale della tua arte? Ti occupi anche di altri generi?

Come la maggior parte degli appassionati di fotografia, non mi occupo di un unico genere. Sono anche una biologa e una viaggiatrice, pertanto sono anche appassionata di foto naturalistiche e reportage di viaggio. Ma fotografare il soggetto umano è il modo migliore che io conosca per esprimere la mia creatività. È qualcosa che non si limita alla semplice fotografia, che è solo lo stadio finale di un processo più complesso, ma mi mette in gioco come persona permettendomi di relazionarmi con persone con le quali probabilmente non avrei mai avuto modo di interagire. E quando mi viene accordata la fiducia necessaria, il risultato è spesso positivo.

Nelle tue foto si può ampiamente notare un accattivante gioco di ombre e luci. Che effetto ti proponi attraverso questa tecnica? 

Come mi piace ripetere, citando qualcuno che lo ha detto prima di me, lo strumento che il
fotografo deve imparare a maneggiare non è la macchina fotografica ma la luce. E la luce non ha alcun significato senza le ombre. Più che propormi un effetto specifico io cerco di sperimentare in tutte le occasioni possibili, per imparare sempre di più a gestire questo elemento fondamentale, cercando anche di studiare e di interpretare il significato della luce. È un continuo processo di apprendimento, quello che una persona appassionata di fotografia compie, e una volta intrapreso dura tutta la vita. Questo è ciò che secondo me rende la fotografia così affascinante.

Quando hai scoperto di avere passione e predisposizione per l’arte fotografica? Che cosa rappresenta la fotografia nella tua vita?

Che fosse una forma di espressione affine alla mia personalità l'ho saputo fin da ragazzina. Ho cominciato a fotografare prima ancora di possedere una macchina fotografica. E anche se la tecnica l'ho studiata e messa in pratica da adulta, l'occhio fotografico ho cominciato a svilupparlo presto, dall'osservazione del lavoro degli altri. Al momento potrei dire che rappresenta tutto: sto investendo tantissimo tempo ed energie in questo settore al punto di mettere da parte la carriera. Se continuo a perseguire il mio sogno, anche se a volte io lo chiamo 'follia', so che i risultati prima o poi arriveranno. 

Arrivate alla fine di questa intervista, ti chiedo in che modo possiamo restare in contatto con te, per eventuali richieste e informazioni.

Hai già citato il mio sito ma lo ripeto volentieri: www.adrianabiasco.com. Poi c'è l'indirizzo email: info@adrianabiasco.com, il mio profilo facebook: https://www.facebook.com/adriana.biasco e infine la pagina facebook: https://www.facebook.com/adrianabiascophotography.

Grazie per aver risposto alle mie domande. È stato un onore ospitare te e la tua arte nel mio blog!

Grazie a te Simona per questa splendida occasione.









Di seguito la recensione scritta da Claudio Casalini in occasione della mostra.










Simona







_____________________
Se anche tu vuoi rispondere a un'intervista, 
scrivimi: alamuna@gmail.com
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