Scritta scorrevole

"Go as far as you can see, when you get there, you'll be able to see further" (T. Carlyle)

Informazioni personali

La mia foto
Insegnante di inglese, ama gli animali, vive in simbiosi con il suo Pinscher nano, adora la fotografia, ha una relazione difficile e duratura con lo shopping, e nutre una profonda passione per la scrittura. Scrive da sempre e ogni tanto pubblica. Il suo blog è un ampio rifugio in cui condivide passioni, letture, divagazioni, curiosità, riflessioni e in cui prova a dare un piccolo spazio all’Arte e a promuovere idee o iniziative degne di nota. Ha pubblicato: “Jeans e cioccolato”, “Quel ridicolo pensiero”, “Shaila” (0111 Edizioni), “Mille vie fino a te” (rivista letteraria La Fornace, n.10).

lunedì 31 gennaio 2011

Io - le vecchie cose = shopping!

Torno qui a scrivere sul blog, quest'oggi, reduce di un crollo fisico dovuto al mio trasloco. Un trasloco che mi ha privata di tutte le forze di cui ero capace.
Oggi è andata meglio, ammetto. Credo il mio organismo fosse ormai entrato nell'ottica che si era visto imporre, "lavora fino a ché non avrò finito con le pulizie e con la sistemazione di tutta questa roba e non fare commenti!".
Oggi ho finito i lavori con serenità. Ieri sera non ero buona neanche pe'l macello. Stasera sono buona per un bel piatto di polpette col sugo. Non fatte da me. Basta scaldarle.

Qualcuno si chiedeva con curiosità se avessi tenuto fede alla mia promessa sullo "scarto di tutte le cose che non uso, senza pietà".
Ebbene, l'ho mantenuta. 

All'inizio specialmente ero così incavolata con tutta quella roba che mi sono messa d'impegno, a sangue freddo, in maniera spietata, a scartarne quanta più ne potessi. Ho riempito su per giù due valigie di capi d'abbigliamento che non mettevo mai. Avevo una tonnellata di maglioni per soli tre o quattro che ne indossavo, ed altrettanta roba che giaceva lì inerte da Dio solo sa quanto tempo. Matta, me lo dico sempre!
Ed ero forte (vorrei rivedermi) quando indugiava la mia mano a lasciar andare gli indumenti nelle valigie. Arrivavo io con la mia ragione, "questa te la metti??" "no" "e allora via!" (come stessi parlando con un'altra persona, ma ero sempre io :-D). Così, tra un indugio e un altro, ho messo via un pò di roba, si.
Il mio armadio è diventato più essenziale di quanto sia mai stato. Ho tenuto solo le cose che indosso veramente. Eppure, non c'è modo di far entrare altro nell'armadio, è pieno zeppo - l'ho riempito al massimo delle sue capacità. Ammetto: oltre alle cose che indosso veramente, ho chiuso un occhio su quelle che potrei potenzialmente dover indossare (è un classico!). Ma quelle che non indosso e non indosserò mai per certo le ho date via veramente! Ne sono prova le due valigie piene! A testimoniare, il mio ragazzo!
Oggi, invece, ho terminato lo scarto per quanto riguarda cianfrusaglie varie. E qui ancora peggio! Anche perché le cianfrusaglie mi trovavano in uno stato d'animo più sereno e pacato (non come ieri, che l'abbigliamento si è trovato con il mio umor nero) e quindi era più difficile che io con la ragione mi opponessi agli indugi della mano. Ho difatti dovuto trovare lo spazio dove poter conservare le mie adorate candele (sono riuscita ad esporne solo una), quando invece, probabilmente, fosse accaduto ieri, avrei buttato anche quelle, ho dovuto conservare dei vecchi libri, dei vecchi "manoscritti", e i diari segreti, e la bomboniera della laurea di mia sorella, e regali vari (come fare a buttare via le cose che ci hanno regalato?), e il tazzone da frappè (quando mi farò mai un frappè, io?), e il primo ciuccio di mia nipote (ora ditemi, come potevo sbarazzarmi del ciuccio della mia nipotina?? E' un ricordo così tenero!), e ... e vi risparmio i dettagli su altre varie cazzatine di valore affettivo.
Però dai, sono stata brava, no?? Sono riuscita a fare entrare tutto in maniera discreta. Credo di aver sfruttato bene lo spazio disponibile. Non ho casini in giro. Stile asciutto ed essenziale. Attendo solo arrivo mensole dove poter posizionare libri e romanzi vari che spesso e volentieri mi fanno compagnia e che mi piace tenere esposti.
Penso che fare scarto delle proprie cose possa essere terapeutico. Mi sono sentita meglio, dopo! Sai che oppressione ad avere tutte quelle cose senza doverle necessariamente utilizzare? 
Allora, mi dico, far scarto può essere terapeutico almeno quanto fare shopping. Soprattutto perché bisogna sostituire, prima o poi, la roba data via con... altre cose, no???
Inizio a far spazio tra una cruccia e l'altra. Non si sa mai, qualche nuovo arrivo ;-)!

sabato 29 gennaio 2011

Che te lo dico a fare?

Trasloco completato.
Ora manca il pezzo forte: mettere tutto a posto, domani.
Non mi reggono le gambe. Mi sento a pezzi. Come avessi la febbre. Terribile mal di testa. Inizio di raffreddore. Vulnerabile, cagionevole, acciaccata. Malmessa. Un disastro, praticamente.
Si vede che non sono abituata alla fatica.
Di una cosa sola sono certa, da oggi. Domani, senza pietà alcuna farò scarto di tutte quelle cose che non uso. SENZA PIETA' ALCUNA.

Buonanotte già, ragazzi.

Nullezze, nient'altro che nullezze.

Sono brava a rubare tempo allo studio. Bravissima.
Ho una specializzazione in merito. Potrei insegnarvi trucchi ed astuzie.
Cominciano i giorni del trasloco. Piano piano, lentamente, ma cominciano.
Questi ultimi giorni nella "vecchia" casa mi stanno sembrando infiniti.
Non finiscono davvero più.
La fine del mese di gennaio più lunga della mia vita.
E' pure di 31, questo mese!
Dosantos.
Ho finito i pan carré. Dove spalmo la Nutella? O_o

giovedì 27 gennaio 2011

Potevo farmi delle fototessere più decenti.

Un viaggio è andato, e ora si pensa a come fare per il prossimo. La data si avvicina.
Troppe alternative, in fondo, non ce ne sono. Mi riaccompagnerà lui, a meno ché io non trovi un modo per evitare di infliggergli un'altra pena.
L'esame è comodamente alle 12. Ma non hanno inventato una corsa di treno che possa combinarsi perfettamente con quest'esame.
Dovrei viaggiare di notte. Arrivare all'Università e coricarmi sul compito.
Meglio evitare.

Altri gatti matti, per ridere un pò!

mercoledì 26 gennaio 2011

Un tuffo nel passato: Fiat 600 Multipla e Fiat 900E.

Volevo inoltre rendervi partecipi del fatto che mi sono innamorata della seguente macchina:




È una Fiat 600 multipla, costruita dal 1956 al 1966.
Quanto è carina!
Guardate com'è ben fatta. Guardate che cura nei particolari. Perfino le due colorazioni, il tetto di un colore diverso dal resto della carrozzeria.
Questa macchina aveva una capacità di sei passeggeri, disposti comodamente su tre file diverse. Mica chiacchiere!
Ebbe successo soprattutto come taxi o come piccolo pulmino economico, data la comodità e la capienza degli interni.

Eccola in versione TAXI


E ve la presento anche in versione CARRO FUNEBRE



Per completare in bellezza, vi propongo un suo successore, il 900E, un furgoncino prodotto nel 1980, la versione perfezionata di altri furgoncini precedenti. Venne usato per trasporto merci o come pulmino.
Ma soprattutto, fu adottato dall'arma dei Carabinieri. Facevano perfino gli inseguimenti, con questo pulmino qui!
Eccovi, quindi, il 900E in versione camioncino dei Carabinieri.




Queste due macchine qui hanno deciso di farmi impazzire: le amo!!!

Volontà e Costanza: se ci siete, battete un colpo!

Dalla prossima settimana ricomincio anche con la palestra.
Un febbraio di palestra, dunque.
Probabilmente non ci potrò neppure andare troppe volte, per via dell'esame che vado preparando per quel mese.
Forse mi conviene iniziare a marzo?
Ma no!
Comunque, l'inizio dell'attività fisica coinciderà con il trasferimento ed anche con il tentativo di assumere un'alimentazione corretta.
Il ché vuol dire richiamare all'attenzione le mie amiche Volontà e Costanza, mangiare tutte le sere verdura e roba genuina ma, SOPRATTUTTO, vuol dire rinunciare a












ecc. ecc. ecc.



Volontà e Costanza si rifiutano già.
Han fatto le valigie, se ne stanno andando in vacanza. Sbrigatela sola, mi stanno a dire!
Ma guarda queste qui, guarda!

martedì 25 gennaio 2011

Assurdo.

Posso perfavore scrivere due cazzate prima di andare a dormire?
Grazie.

Ho fatto un viaggio assurdo.
Il mio ragazzo dice che uso questa parola spropositatamente.
Assurdo.
Partenza: ore 7:30.
Destinazione: L'Aquila - Coppito - Università - segreteria di facoltà.
Durata media viaggio in autostrada da Lecce: 5 ore o poco più.
Arrivata in segreteria. Preso numerino alla fila. Entrata in segreteria. Consegnate due cazzatine (tra cui le mie orrende fototessere fatte assurdamente di fretta e uscite da schifo). Ritirato piano di studi cum apposito riconoscimento CFU. Sottoscritto documento per attestare mia esistenza fisica.
Ritorno a casa ore 16:00 - 21:15.
Nessuna sosta in autostrada, al ritorno.
Una sola all'andata.
Ho assunto la forma del sedile.
Assurdo.

lunedì 24 gennaio 2011

Buongiorno tra stenti e nuvole di pioggia

Sono occupata con telefonate, colloqui di lavoro ed estratti conto che piangono.
Tra una settimana cambio casa.
Il ché vale a dire che oggi dovrebbe essere 7 giorni al 31 del mese.
Si, è proprio così.
Il trasloco non è una passeggiata, per me.
Non sono mai riuscita a capire come faccia io ad avere tutta quella roba nascosta negli armadi. Ci vorrebbe un tir per trasportarla tutta. Vista così la mia stanza, a primo acchito, con quel suo stile essenziale, privo di pacchianità, non giureresti che io abbia bisogno di un tir.
Invece è così.
Ho detto al mio ragazzo che quando inizieremo con il trasloco gli verranno i capelli bianchi.

domenica 23 gennaio 2011

Giuro. Giuro solennemente.

Spesso, nella mia vita, mi sono ritrovata a cambiare idea su qualcosa senza neanche rendermene conto. Fosse quasi una scelta scontata.
Prendiamo la moda, per esempio.
Ho spesso giurato seriamente che non avrei mai indossato un particolare indumento o un particolare tipo di scarpa.
Da piccolissima (parlo dei miei anni 90) indossavo solamente i fusò (me ne ricordo un paio giallo da cui ero inseparabilissima), mentre mia sorella, più grande di me di quattro anni, una signorina rispetto a me, indossava sempre i jeans.
Ricordo benissimo quando le dissi: "Io non indosserò mai i jeans", probabilmente abbozzando una smorfia di disgusto.
Poi i fusò non si usarono più. Vennero vinti dai jeans.
Anch'io, ovviamente, li adottai.
La moda ti travolge.
E' un fenomeno unico.
Ieri dicevi "Non indosserò mai quella cosa".
Oggi la indossi anche tu.


Però io lo giuro, adesso, in questa sede, pubblicamente, su questa pagina che tutti, volendo, possono leggere, giuro che io, queste scarpe qui








trovate per caso sul web, semmai dovessero essere delle scarpe della moda futura, semmai dovessero per un qualche scherzo d'industria italiana arrivare sul nostro mercato, giuro davanti a tutti che io
MAI LE INDOSSERO'.
LO GIURO SOLENNEMENTE.








Dovessi tornare a indossare fusò gialli.

Nulla di che.

Gelo.
Potrei accendere i termosifoni, ma non mi va di alzarmi.
Sono andata in cucina solo per prendere un panino e del tonno, un coltello ed un piattino. Mangerò così. Sulla scrivania. Come spesso ultimamente. Perché non mi va di alzarmi.
Ho i piedi gelati, sebbene adagiati in calde pantofole beige.
Tra pochi giorni cambierà il mio stile di vita. Quando ci penso, mi viene alla mente la tisana che ho acquistato tempo fa. Non so perché. Forse il motivo è che quelle bustine di tisana sono state la prima cosa delle mie a restare nella mia futura casa. A restarci per sempre, s'intende (a maggior ragione che son già finite). Non come tutte quelle cose che ancora oggi fanno su e giù - casa sua, casa mia, casa sua, casa mia - dentro buste plastificate.
Una tisana particolare, comunque. Odore sgradevole, ma gusto squisito. L'ho dovuta conservare in uno di quei cassetti che non vengono mai aperti, lontano da nasi indiscreti. Il mio ragazzo se ne tiene dovutamente alla larga. Ma ritengo che esageri. Non è un odore poi così sgradevole. Gli si può resistere facilmente senza necessariamente piegarsi in due sotto sintomi di vomito.
Insieme alla tisana comprai anche del cioccolato Cameo. Questo invece mi fa pensare ad un litigio con il mio ragazzo. Più che litigio, una discussione. Le nostre sono solo discussioni andate male. Preferisco chiamarle così. Dopo ore di silenzio e musi lunghi, si alza e mi prepara una tazza di quel cioccolato lì. Gli esce così bene. Senza grumi. Non capisco perché il mio ragazzo non trascuri mai il fatto di "essere in coppia" quando è incazzato o perché non si goda a fondo la sua incazzatura in quanto tale. Ma è una cosa che ora viene spontaneo fare anche a me, sebbene non sia mai stato nel mio carattere. Una volta che mi incazzavo, chi s'è visto s'è visto. In quei momenti per me non esistevi. Potevi pure andartene e tornare il giorno dopo. Ora, invece, si continua a "fare la coppia" anche durante un litigio. Insomma, cose così.
In fin dei conti, due che vivono insieme, o due sposati, cosa devono fare? Cacciarsi reciprocamente dalla casa solo perché c'è un'incazzatura in corso? Non ero ancora entrata in quest'ottica, accidenti. Fortunatamente mantengo una stanza tutta mia :-D .
Infine, sono profondamente indecisa su una decisione da prendere. Il vero è che fino a ieri non mi passava per il cervello. Ma mi è stato piazzato in mente un "pallino" che io avevo adeguatamente messo da parte nel tempo.
Tuttavia, so che deciderò, presto o tardi (prima, si spera, della scadenza dei termini - perché il bello di tutte le regine decisioni è proprio quel fastidioso ultimatum che ti si apre davanti in ogni istante tipo promemoria sul display di un cellulare - il display, in questo caso, è la mente; se non ci fosse un ultimatum, in fin dei conti, che decisione sarebbe?) e so anche che, infondo, deciderò bene.
Bugia.
Non so se deciderò bene. So solo che deciderò.

sabato 22 gennaio 2011

Di chi si affanna per una posizione nella vita

Ci sono cose ben più grandi di me. Con cui non mi sono ancora confrontata.
Cose a livello pratico. Fino ad un certo punto le senti persino "fuori della tua portata". Ma se non tenti non lo puoi sapere. Arriva infatti, poi, un momento, in cui apri gli occhi e vedi intorno a te, dietro, davanti, di lato, un immenso flusso umano in cui tu sei solo un punto: un punto fermo. Ti rendi conto, quindi, che ti devi muovere anche tu. Non puoi stare fermo, pena il tuo insuccesso.
Senza accorgermene, mi ritrovo anch'io a correre insieme a molti altri, come fossi partecipe di una vera corsa (a ostacoli probabilmente) in cui cercare di arrivare (non per forza prima - sarebbe davvero troppo ambizioso - bisogna soltanto arrivare).
Perché, dico io, non posso farlo?
Al di là del fatto che se hai una laurea specialistica o due lauree potresti fare di più rispetto a chi ne ha solo una (magari una triennale, quindi una laurea "incompleta" - mi viene da definirla così, a giusta causa) o a chi non ne ha neppure una ed anche, comunque, al di là del fatto che oggi in Italia non vale neanche più avere un titolo di studio tanto vanno più o meno tutti gettati nel cesso, comunque anche io ho capacità, anch'io potrei tentare, anch'io potrei sperare nell'apertura di porte, portoncini, orizzonti.
Anch'io posso.
Ci sono cose ben più grandi di me, con cui di solito non mi confronto, proprio perché non le prendo neppure in considerazione. Come se vivessi davvero in un altro mondo. Stamattina il mio ragazzo mi ha affibbiato l'etichetta di "Simona in wonderland". Lì per lì mi ha fatto sorridere, pensando che sarebbe potuto essere un buon titolo per il mio blog. Poi ci ho riflettuto su.
Ci sono persone molto meno pratiche di me, ma non è a quelle che devo guardare, bensì a quelle che lo sono molto più di me. Non ci si può accontentare di restare in uno stadio "intermedio", nel quale mi colloco io (non mi colloco nello stadio base nè in quello avanzato, quanto a "persona che s'affanna per una posizione nella vita", mi riservo umilmente e allo stesso tempo presuntuosamente una via di mezzo, l'intermedio). Bisogna sempre fare di più, fare di più, guardare a chi sta più avanti, non certo per invidia, ma per ambizione e stimolo, per spronarsi a lottare e a migliorare.
Perché, dico io, restare dove siamo quando possiamo andare più in là, fare passi in avanti, uscire dal proprio "stadio intermedio"?
Non sarà semplice. Ci saranno evidenti ostacoli - imposti, per primo, dal governo (limiti di partecipazione a concorsi - che non riguardano la formazione - non sono una specie di "ostacolo"? A me par di sì - troppe strade precluse).
Quante volte ancora sogneremo una nostra "posizione"?
Quale sarà, piuttosto, mai, la posizione della nostra vita?
Quando finirà, se finirà, questa corsa-affanno ad accaparrarsi la possibilità di "essere qualcuno"?
Chi sul serio oggi svolge un lavoro che gli piace o, meglio, il lavoro che ha sempre sognato di fare?
Accontentarsi o non accontentarsi?

venerdì 21 gennaio 2011

Dimmi quanto quanto quanto

Quanto realmente credo che riuscirò a realizzare i miei sogni?
Quanti sogni nella mente?
Quanta mente a raccogliere un sacco di pensieri?
Quanti pensieri annientano e distruggono le scelte realmente giuste?
Quanto giuste sanno essere le persone che ammettono i propri errori?
Quanti errori faccio nella mia vita?
Quanta vita ancora c'è da vivere?
Quanto vivere è un bene?
Quanto bene ho ricevuto e non apprezzato davvero? 
Quanto davvero è possibile che non riesca mai a camminare dritta su un sentiero?
Quanto sentiero ho percorso sul serio con determinazione? 
Quanta determinazione, in realtà, nelle mie scelte?
Quante scelte sbagliate ho dovuto fare fino ad oggi?
Quanto oggi davvero mi sento pronta a portare avanti i miei progetti?
Quanti progetti mi sono lasciata sfuggire, tante volte?
Quante volte mi sono ritrovata a tornare sui miei passi?
Quanti passi sono stati fatti?
Quanti fatti andati male?
Quanto male da distruggere?

giovedì 20 gennaio 2011

Chi sarà mio ospite mangerà pasta con i broccoli

Non so cucinare.
Cucinare non è mettere un pò di sale nella pasta e aspettare che scuoci.
Per saper cucinare intendo: indossare apposito grembiulino, legare i capelli per evitare che cadano nelle pietanze, appropinquarsi ai fornelli armati di spirito combattivo e mettere in moto la propria immaginazione, magari servendosi anche del famoso FORNO.
Il forno! Quell'invenzione meravigliosa che permette di cucinare pietanze... al forno.
Già.
Io non l'ho mai usato. Anche per questo dico che: non so cucinare.
Per saper cucinare, quindi, intendo, ricapitolando: indossare apposito grembiulino, legare i capelli per evitare che cadano nelle pietanze, appropinquarsi ai fornelli armati di spirito combattivo, mettere in moto la propria immaginazione, usare (anche) il forno.
Non mi lamento. Ma vorrei saper cucinare qualcosa di veramente gustoso (e di mia spontanea e creativa invenzione) da far assaggiare ad eventuali ospiti ai quali direi: "E' una mia specialità!". Ove per specialità, appunto, vorrei intendere una pietanza che sai fare soltanto TU, quella con gli ingredienti segreti.
Mi chiedo perché continuo ad insistere, allora, sul fatto che la pasta con i broccoli sia una MIA specialità.
La sanno fare tutti!

Non sono mancina

Spesso, ultimamente, invece di scrivere sul mio quaderno delle memorie, degli sfoghi e dei racconti di vita quotidiana (mi fa strano chiamarlo diario segreto, alla mia età) scrivo sul blog.
Specie quando ho lo smalto alle unghie.
Si capisce. Se scrivo sul quaderno lo smalto si scrosta. Il mio modo di afferrare la penna è strano. Scrivo in modo tale che una parte dello smalto sull'unghia del pollice della mano destra andrebbe a scrostarsi subito in contatto con la punta dell'unghia dell'indice della mano sempre destra.
Esatto: non sono mancina.

Il confronto non regge!

Potrò:
1) stare più tempo con lui
   - varie sottocategorie
2) non dare conto a nessuno
   - varie sottocategorie
3) vedere spesso Sky
   - più film interessanti
   - più film in inglese (per mantenerlo esercitato)
   - gli episodi di Sex and the city!
   - altre sottocategorie
4) far uscire la mia parte (nascosta) di "donna di casa"
   - non sempre (sono ancora una studentessa, infondo!)
5) pranzare in pace
6) acquistare ed accudire un Chihuahua toy
7) usare spesso e volentieri la sua macchina
   - risolvere il problema di deambulazione intercity (in caso di bisogno e di possibilità)
8) pagare poco
   - mettere da parte un pò del mio (scarso) guadagno lavorativo
   - avere l'opportunità di una vita più agiata
   - poter potenzialmente (tra mesi) acquistare una macchina per me
9) mangiare più genuino
   - correzione dell'alimentazione e miglioramenti fisiologici
10) andare insieme in palestra
   - miglioramento delle prestazioni fisiche e potenziale tonificazione
11) dormire in un letto o nell'altro (a piacimento)
12) usufruire dei condizionatori quando fa freddo (ed eventualmente d'estate quando farà caldo)
   - dare via il vecchio ventilatore impolverato che occupa spazio utile
13) imparare a cucinare qualcosa che non sia pasta con i broccoli e risotto con patate e zucchine
14) altro


Non potrò:
1) usufruire di un supermercato proprio sotto casa (in compenso: si farà spesa - e più abbondante - da trasportare in macchina)
2) uscire di casa e ritrovarmi già nel centro della città
   - varie sottocategorie
3) evitare (ma solo a volte) di prendere l'ascensore




Il confronto non regge.

mercoledì 19 gennaio 2011

Dove sono finiti i pensieri leggiadri?

Non ricordo più. Ho perso la capacità di ricordare. Non ho più quel tempo di ripercorrere giorni, momenti del passato. Ho altro da fare! Ho sempre maledettamente altro da fare!
Non ho più ore da dedicare ai ricordi. Sono un tipico essere umano moderno: sempre di corsa. Fretta di fare le cose, fretta di vivere. La mente si evolve, nel tempo. Ritagliarsi uno spazio nel mondo richiede fatica, richiede volontà, il più delle volte la volontà richiede sforzi, gli sforzi richiedono sudore.
Non so più cosa vuol dire fermarmi e... rilassarmi. Perché sì, l'ho già detto da qualche altra parte qui nel blog, sono fondamentalmente una pigra-riflessiva, che si ritaglia spazi di solitudine, di dolce far niente, di pensieri, ma sono sempre pensieri legati al presente, a quello che faccio oggi, o a quello che farò nel futuro immediato, pensieri sempre con un certo peso, lotte, lotte, pensieri, pensieri. Se viaggio un po' nel passato, è solo per qualcosa (un disagio, per certo) che riaffiora alla mente ma che non ho chiesto io.
Non ho più il tempo di pensare ai ricordi. E anche se lo facessi, lo farei con una mente nuova. Forse mi direi "com'era diverso, all'epoca" e non farei che constatare come OGGI non posso più fare la stessa cosa nel modo in cui la facevo IERI.
Qualche anno fa era facile che ricordassi, che so, una giornata di sole trascorsa a Pasquetta o un incontro fortuito e romantico avvenuto in un luna park. Potevo starci anche ore ed ore a pensarci, a dedicarci parole su parole, nel diario segreto.
Oggi non più.
Hanno perso peso, gli eventi del passato? Sono declassati? Se devo pensarci, non lo faccio certamente con l'intenzione di perderci su solo qualche oretta di relax. Piuttosto, devo capirci sul serio qualcosa. Dove sono finiti i pensieri leggiadri, freschi, che sanno di niente e tutto allo stesso tempo, i pensieri deliziosi, del paradiso, pensieri rosa, turchesi, genuini?
Sono solo cambiati gli interessi, con l'età, o c'è sempre una piccola possibilità di tornare a "rilassarsi" e "ricordare" come quando eravamo più piccini?

lunedì 17 gennaio 2011

Muro di gomma...

Mi butto a capofitto. Non so dove arrivo. Dove vado a sbattere la testa.
Non sono mica la prima, in fin dei conti, no?
Tutti, nessuno escluso, continuamente senza garanzie.
Così, mi butto a capofitto. Una scelta. Nulla di ché. Non posso stare sempre a temere dei passi che faccio.
Certe scelte - quasi tutte oserei dire - le si prendono "alla cieca".
E non posso veramente farmi problemi per questo. Giacché non sono nè la prima nè l'ultima a non avere garanzie sul futuro. Dobbiamo o non dobbiamo, alla fine dei conti, tutti quanti essere pronti al bene e al male, perché può accadere sia l'uno che l'altro?
Mi butto a capofitto con l'idea che andrò a sbattere la testa proprio contro quel muro di gomma che mi sono prefissa. Poi con il tempo, nel volo, probabilmente la traiettoria devierà di un poco. Il muro di gomma sarà abbastanza esteso da accogliermi ugualmente, nonostante la deviazione, leggerissima, avvenuta in volo, durante il tempo? O sono così pesante che neppure il vento, in volo, è in grado di deviarmi? Io, intanto, mi butto: ehi, muro di gomma, tu non ti spostare!!

L'importante è... essere!

In alcuni momenti, vorrei essere ciò che non sono. Ma se non lo sono, non posso esserlo. Essere in un certo modo non è una scelta propria. Posso migliorare, ma mai essere completamente ciò che non sono. E se lo fossi, probabilmente desidererei di essere ciò che non sarei. Lottare per essere un po' diversi è un dono del nostro stesso essere, voler ottenere ciò che non abbiamo è una sfida vitale, vincere o perdere, sono una sfida anche questi.
Se un giorno, poi, sarò ciò che oggi vorrei essere, probabilmente starei rimpiangendo di non esserlo stata anche in passato, o forse sentirei nostalgia di non essere più com'ero un tempo.
In ogni caso, oggi sono questa, domani non lo so. Anzi sì, lo so. Domani sarò sempre questa, con qualcosa in meno o qualcosa in più. Sempre io, modificata, nel tempo, dagli eventi e dalle mie scelte. Passaggi evolutivi attraverso i quali si è tolto da me o si è dato a me un pezzettino ogni volta. Giorni risolutivi in cui si è ottenuta qualche cosa, e giorni inutili persi a correre dietro sogni che non si sono realizzati o dietro pensieri di dolore ed esperienze che hanno cambiato di pure un poco il mio essere. Come la sintesi di un agente chimico, controllata da enzimi nel corpo umano, passaggio dopo passaggio, che provocano l'aggiunta o l'eliminazione di una piccola parte, finché non si raggiunge la forma finale. Io, l'agente chimico; i miei pensieri e gli eventi, gli enzimi; il mio domani, la forma finale. E quella forma finale, anche lei sarà ri-sottoposta a passaggi, aggiunte, eliminazioni, modifiche. Un circolo vizioso, forse, il circolo dell'essere.
Non so se domani accetterò di essere come sarò, similmente a oggi in cui talvolta mi lamento di quella che sono, ma almeno non è una questione che mi pongo, non posso farlo, non devo farlo, e ineffetti non lo faccio, poiché io proprio non so ciò che sarò. Lo sogno, forse, lo penso, il mio essere futuro, ma la questione principale, adesso, è ciò che sono oggi.
L'importante, lo dicono sempre, è essere. Il resto è tutta conseguenza.

domenica 16 gennaio 2011

L'ultimo raggio di sole

Precauzioni per l'uso: si consiglia la lettura combinata ad una flebo rianimante (vale a dire, non è esattamente uno di quei racconti... feliiiiiiciii :-D, che io, tra l'altro, vado preferendo di gran lunga!).
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Mi avvolge nelle lenzuola come fossi una figlia da accudire con rispetto e devozione. Si preoccupa che il mio corpo sia abbastanza coperto da non prendere freddo, per guarire presto, come se questo fosse possibile. Posa adagio un bicchiere d’acqua sul comodino, a fianco del mio letto, e mi dice: “Quando ne hai voglia, premi il bottone”. Quando mi parla, accompagna le sue parole sempre con un sorriso. La sua voce è dolce, se fosse miele vorrei non finire più di mangiarne. Vorrei sentire la sua voce sempre, di mattina, di notte, negli spasmi della malattia, in quell’ora del pomeriggio in cui entra dalla finestra l’ultimo raggio di sole prima che si sposti dietro l’edificio, oltre il quale muore, e io non posso mai vederlo tramontare. Non mi posso alzare più da questo letto. Chiudo gli occhi sperando di dormire, ma mi pare che neanche questo, più, mi sia concesso. La mia testa è un vociare continuo. Non riesco a dormire, soffro d’insonnia. Fino a poco tempo fa, la notte, quando Fabio non era di turno, urlavo che rischiavo di svegliare i miei vicini di stanza. Penso che, forse, se ci fosse stato Fabio non avrei mai urlato così, perché avrei provato vergogna di mettermi a gridare come una bambina, facendolo accorrere impaurito come se stessi morendo. Invece, erano solo i capricci di una povera malata che si sentiva sola, triste, avvilita, moribonda. Ora, ho la voce così debole che di gridare non sono più capace. La porta è sempre aperta, ci sono tanti infermieri qui vicino, ma ho di continuo paura che si dimentichino di me e tengo quanto più stretto possibile nella mano questo bottoncino da premere nel caso in cui avessi bisogno di qualcosa. È stato Fabio ad adagiarmelo nel palmo, perché non sono più capace neanche di muovermi, i miei muscoli si sono tutti indeboliti, non c’è più molta vita che scorra nel mio corpo. Adagiandomi il bottoncino nel palmo della mano, ho sentito il calore della sua pelle contro la mia. Ho sentito le sue dita morbide e in quel momento era come se il mio corpo avesse ripreso vita, perché mi sentivo carica, accaldata, appassionata. Avrei voluto dirlo a Fabio, avrei voluto abbracciarlo, baciarlo, sentirmi sua, sentirmi viva, e invece potevo solo starlo a guardare mentre sentivo la sua pelle contro la mia.
Stamattina Fabio non c’è. Doveva venire alle nove, come di consueto, per somministrarmi la solita flebo. Al posto suo c’è un’infermiera nuova. Ho paura che Fabio non venga più, ma non ho più forza, non ho più voce per chiederle notizie di lui. Non posso fare altro che guardarla imperterrita, muta, immobile, implorante, mentre mi adagia la flebo al braccio. La guardo come se lei potesse capire attraverso i miei occhi quello che vorrei chiederle. La sento quasi dire: “Tranquilla, lui sarà qui a breve”, ma mi rendo conto che è solo la mia immaginazione che vede muovere le sue labbra, con la presunzione che gli altri possano e debbano capire quello che io non sono più capace di dire. Ma in verità lei non parla, non dice una parola, e dopo che ha finito di adagiare la flebo esce dalla stanza senza neanche guardarmi in faccia. Fabio, invece, mi avrebbe sorriso. Fabio mi avrebbe anche detto qualche parola, forse un saluto, e lo avrebbe fatto con la sua voce dolce di sempre, con la sua voce rassicurante. Per Fabio io non sono una semplice malata che sta per morire, ma sono una persona, piuttosto, che ancora vive e, per un essere che vive, una parola, una qualsiasi parola, non è mai sprecata.
Questo pomeriggio è vuoto, malinconico, grigio. Dalla finestra riesco a vedere le nuvole che coprono il cielo, che non lasciano spazio neanche a quell’unico raggio di sole che a quest’ora, di solito, corre a nascondermi la sua morte. Eppure, lo so che lui c’è, con il suo ultimo raggio, dietro le nuvole, che tramonta anche oggi senza farsi vedere. Io non l’ho più visto morire, il sole, da quando sono qui, e lui, oggi, non vede morire me. Tra queste bianche lenzuola, profumate di pulito, cambiate giusto ieri, oggi lascio un sorriso. Anche una parola vorrei lasciarci, ma ho la voce debole, troppo debole, che non riesco neanche ad emettere un gemito. Forse, come un fugace sibilo di vento, se fossi capace lascerei solo un flebile ti amo, perché non è mai troppo tardi, mai è troppo tardi, per amare.

S. Giorgino, 21/02/2010

sabato 15 gennaio 2011

Ama davvero colui che...?

Odio quando mi accorgo che il mio egoismo potrebbe, potenzialmente, superare l'amore.
Ama davvero colui che vuole l'altro solo per sé, o comunque per sé almeno al 90%? Diteglielo, che non può averlo vicino tutti i giorni della sua vita. Ci saranno volte in cui mancherà completamente, e allora dovrò essere forte a sopportarne la lontananza.
Perché mi dico di amarlo così tanto, tanto, e poi, in verità, ho così egoisticamente bisogno di averlo sempre mio?

giovedì 13 gennaio 2011

Chi cambia non è pazzo

Spero che "somewhere else" sia il titolo definitivo.
Non ho ancora trovato la giusta "dimensione" per il mio blog.
Probabilmente cambierà molte altre volte ancora, nell'aspetto, nel titolo, nei temi.
Chi cambia (idea) non è pazzo.
Non è così che si dice?!
Il ché vale a dire - chi non cambia (idea) è pazzo.
Qualcosa non mi torna.

mercoledì 12 gennaio 2011

A un certo punto...

A un certo punto, ho desiderato di diventare piccola piccola e scomparire, sbiadire via, come i colori sulle ali di una splendida farfalla.
A un certo punto, ho desiderato di sconfiggere il male, immaginandolo nelle vesti di un uomo forte e robusto, ma io ero più forte, malgrado la gracilità, se paragonata a lui. Perché mai il male dev'essere più forte di me? Non ha muscoli per davvero!
A un certo punto, ho creduto di essere felice. L'ho creduto perché non mi era mai capitato - da quando sono grande e matura - di provare un senso di serena rilassatezza.
A un certo punto, ho capito di amarlo. Ho capito di amarlo perché mi sono ritrovata a immaginarlo con me anche nel futuro. Io non ho mai immaginato nessuno al mio fianco. Il mio futuro, per me, fino a ieri era solo mio. IO farò questo, IO sarò quello, IO sarò lì, IO, IO, IO. Un futuro al singolare. Ora il mio futuro è al plurale. NOI, NOI, NOI.
A un certo punto, non so più distinguere quale sia la mia strada, quale tra le tante che tento o che ho tentato, quale sia la porta che aprirò, quale il sogno che inseguirò, però so che qualsiasi cosa sia, qualsiasi strada, qualsiasi posizione, io sarò con lui. 
A un certo punto, non sono più la persona che conoscevo e, soprattutto, tante cose che credevo passate in onore di una nuova persona presente, sono ancora lì, dove le misi tanto tempo fa. Perché di solito tendo a seppellire il passato nella fossa che si merita e a posare momenti di ieri su scaffali di oggi, senza guardarli mai o spolverarli. Perché sono del passato, e non sono cosa mia. So scindere perfettamente ciò che è parte della mia vita da ciò che non lo è. O almeno credo di saperlo fare.
A un certo punto, sono stata questa, e sono stata quella, sono stata così, e sono stata collì, ma sempre per arrivare qui, a quella che sono oggi.
E a un certo punto sono sempre io, ma in diversi momenti della mia vita.

Pigra + riflessiva: due al prezzo di una!

La verità è che sono pigra e riflessiva. Più riflessiva, forse, che pigra, ma comunque le due vanno bene in compagnia.
Qual è il nesso tra l'esser pigri e l'essere riflessivi? (Ove per riflessivo intendo "colui che s'abbandona di tanto in tanto a sé ed ai suoi sacrosanti pensieri")
Il fatto è che uno non può essere riflessivo mentre lavora o mentre studia. E non può neanche esserlo in quei pochi minuti liberi al giorno, quei pochi minuti in cui dovrà forse cucinare per il partner che torna dal lavoro o in cui dovrà occuparsi di faccende domestiche. Il tempo, il tempo, santo tempo, non è mai troppo!!!
Lo ammetto: so essere riflessiva anche in quei momenti, correndo il rischio di bruciare la cotoletta o far attaccare il risotto sul fondo della pentola, ma sono pochi istanti, poi passano e torno alla praticità della situazione abbandonando i miei pensieri.
Sento proprio il bisogno a volte di starmene da sola a dedicarmi alla RIFLESSIONE, mia cara amica di sempre. Un riflessivo deve necessariamente ritagliarsi al giorno qualche tempo per sé e per i suoi pensieri, deve insomma essere un pò "pigro", nel senso che deve preferire i momenti in cui non fa un c***o (manualmente parlando) a quelli in cui deve attivarsi fisicamente.
Ecco il vero nesso tra pigrizia e riflessione.
Io ho un pò d'entrambi.
Rifletto scrivendo. Capita molto, troppo spesso. Di riflettere scrivendo. Certe volte chiudo i testi di studio per aprire pagine Word e riempirle di ogni pensiero possibile immaginabile che mi passa nella testa in quell'istante. E' un modo per abbandonarmi alla riflessione, ai pensieri, per parlare con me stessa. Quindi pensare vale quanto non fare un c***o (sempre manualmente parlando).
Ora, per esempio, invece di starmene qui a scrivere (e ci resterei anche per tutto il giorno) credete che non abbia null'altro da fare?
1) Ho la stanza che va riordinata.
2) Potrei anche fare un pò di spesa per il pranzo.
3) Ho un paio d'esami imminenti di un calibro non indifferente.

Poi torno coi piedi per terra. So bene che queste cose (i tre punti sopra indicati + altri) vanno fatte. Con ogni sforzo possibile immaginabile metto da parte i pensieri, chiudo la mente e mi dedico ai miei doveri quotidiani... con la fretta nel culo, perché comunque non vedo l'ora di accendere di nuovo il computer, navigare, scrivere, rilassarmi ed aprire la mente... che dolce "far niente"!

lunedì 10 gennaio 2011

Militari

Sono un soldato. Sono pagato per portare la pace in questa terra che brucia di fuoco e guerra. Ma a me non importano i soldi, non mi ha mai interessato la ricchezza. Questa missione di pace mi darà una bella grana, ma io sono intenzionato a portarmi a casa dell’altro: il sorriso di questi bambini, voglio portarmi, e i volti delle donne, e i sacrifici degli uomini per bene, e le piccole conquiste dei miei compagni. Non apprezzerò mai abbastanza quanto sarò riuscito a portarmi a casa. So già che sarà tutto banalmente racchiuso in ricordi, siano essi fotografie, o pagine di diario. E quello che avrò qui, nella mente, non sarà mai abbastanza compreso da coloro a cui cercherò di raccontarlo.
Sono arrivato in questa terra con il sorriso di chi ha intrapreso un viaggio di piacere. Il mio non è un viaggio di piacere, si sa. Eppure non sono riuscito a trattenere l’euforia, scatenando la curiosità di Elvira, che siede accanto a me, accovacciata sul suo bagaglio a mano. La noto mentre mi guarda strabiliata. È che sto ridendo, sto ridendo perché un bambino ha appena dato un calcio ad un pezzo di cartone arrotondato, come fosse un pallone. Lo avessi, un pallone vero, adesso, correrei da lui per fare due lanci. Cercare di spiegare ad Elvira il motivo della mia contentezza non serve; lei è, come dire, con i piedi per terra. Sa il rischio che corre ed un po’ ne teme. Io sono più idealista, a volte mi ritrovo ancora a sognare ad occhi aperti. Sono un bambinone. So che c’è tanto per cui ridere nella vita, tanti i motivi per cui essere felici, e voglio trovarne finché sono vivo. Non mi lascerei sfuggire neanche per tutto l’oro del mondo questi piccoli giocatori che si esibiscono davanti ai miei occhi… con un cartone tondeggiante per pallone, e due alberi al posto delle reti. E poi non smettono di ridere. E neanch’io. Ad un certo punto, uno di loro si accorge di noi, che siamo seduti un po’ distanti dal campetto in cui stanno giocando, ci guarda mentre siamo tutti stravaccati sui nostri bagagli, con l’aria stanca. Non abbiamo ancora addosso le nostre mimetiche, siamo appena arrivati al villaggio, ma lui sembra impressionato dalla nostra presenza. Ha capito: siamo soldati. E i soldati fanno sempre paura agli occhi di chi crede che stiamo portando la guerra. E i bambini, spesso, si, lo credono. Lo sguardo di questo bambino mi incute tenerezza. È lontano, eppure riesco a vedere i suoi occhi brillare. Devono essere di un nero intensissimo, come i suoi capelli. Il mio sorriso è ancora stampato sulle labbra, ed anche il suo. È come se ci stessimo sorridendo a vicenda. Dopo qualche secondo, non sembra neanche più intimorito e continua la sua partita di calcio.
La voce di Elvira mi distoglie per un attimo dai pensieri. Sta di nuovo litigando con Alessandro. I soliti due. Non sono mai andati d’accordo e continuano a non andarci. Posso capire, infondo, la posizione di Alessandro. Elvira, lo so, è una gran brava ragazza, ma talvolta esagera con il suo pessimismo. Non avrebbe dovuto intraprendere la carriera militare se di ogni missione a cui partecipa pensa sempre che sarà l’ultima, per lei. I nostri compagni, perfino io a volte, si sentono infastiditi da questa sua morbosa volontà di intaccare i nostri sorrisi e le nostre pacatezze. Noialtri, si, siamo più tranquilli, più quieti rispetto a lei. Non siamo tanti, non servono molti comparti per questa destinazione, e siamo dei buoni militari. Qui c’è la guerra. C’è la guerra e c’è il male. Ci sono uomini che sono disposti a fare di tutto, convinti delle loro idee e delle loro aspirazioni. Noi siamo solo una controparte appetitosa per la loro fame di vittoria. Ma siamo beati e tranquilli, andiamo ad unirci ai compagni che sono arrivati qui un mese fa, in un piccolo villaggio in cui non dovrebbe accadere niente di grave, e non siamo neanche troppo nostalgici delle nostre case, abituati come siamo alla lontananza, alcuni, come me, addirittura sorridenti, siamo sempre intenti a pensare al meglio. Elvira è un po’ diversa da noi. Io la chiamo animo inquieto. E’ sempre lì a ricordarci delle sue ansie e delle sue preoccupazioni. Ma mi piace ascoltarla parlare, ha un ché di magico quello che trova da dire. Nonostante le sue inquietudini che la portano spesso a litigare con noi, o alle lacrime, io apprezzo la sua persona, la sua essenza. E poi, profuma di rose. Ho sentito spesso alle narici quel suo odore. Sarà il suo bagnoschiuma, o l’eau de toilette. Un profumo buonissimo, buono come la sua persona. Alessandro, invece, non sempre ha buone parole per lei. Mi è capitato oggi stesso di sentirlo bestemmiare alle sue spalle, insieme ad Alberto. Eravamo appena scesi dall’aereo ed Elvira si era lamentata di non aver potuto ricaricare il credito al cellulare prima di partire. Si era messa a parlare di questa assurda eventualità che qualcosa sarebbe andata storta già all’arrivo e che non avrebbe potuto avvisare i suoi cari. Neanche Alberto l’ha presa bene. Le ha dato quasi una strattonata. Io mi sono limitato ad annuire. Damiano, invece, se ne stava zitto dietro di noi. Lui non interviene mai nei litigi dei suoi compagni. Non lo conosco bene. È sempre così chiuso in se stesso, non parla quasi con nessuno. Non è perché non cerca un approccio o perché si sente superiore. No. Mi sembra, piuttosto, che sia il contrario. È timido, è come se non si sentisse alla nostra altezza, di tutti. Lo vedi spesso al cellulare. Parla con la sua fidanzata. E l’unico di noi che è riuscito a farsi dire qualcosa da lui è il tenente Serravezza, per noi Ciro. Ciro è il tipo che può andare d’accordo con chiunque, ed ha una carica positiva impressionante. È il tipo che anche per ore può raccontarti, come un vero cabarettista, gli eventi più drammatici di una vita, sapendone estrapolare i momenti comici e divertenti. È il tipo che non ti farà mai sentire perduto, triste, smarrito. Con poche parole può tirarti su il morale. È un colosso della nostra squadra. Nelle litigate tra Elvira ed Alessandro, è quello che riesce ad intervenire senza farsi indirizzare una bestemmia o una parolaccia. Tutti lo apprezziamo per la sua ilarità, per il buon umore che porta con sé. E’ una vera fortuna averlo potuto avere con noi anche in questa missione.
Damiano si è allontanato un attimo dal gruppo. Parla al cellulare. Ha solo 25 anni. È un ragazzo giovane, capelli biondi ed occhi azzurri, ci scommetteresti che, alla sua età e con la sua bellezza, abbia un sacco di ragazze ai suoi piedi e lui lì a divertirsi con tutte. Invece no. E’ soltanto perdutamente innamorato della sua fidanzata.
Elvira, lei, è bella, eccome se non lo è, con i suoi capelli scuri, gli occhi a mandorla, la carnagione chiara, delicata, i seni alti e sodi, ma nella mimetica diventa un’altra: perde tutta la sua femminilità. E proprio quando è in servizio preferisce raccontarmi di sé. Forse, la mimetica è come una maschera dietro cui può nascondersi, diventare un’altra persona. Nella mimetica, sarà, si sente più vicina a noi uomini e non si vergogna di essere se stessa. Tra le sue inquietudini, la più tormentosa è quella di non riuscire mai a trovare una donna che la ami. Chissà se agli altri avrà mai svelato questo suo segreto. Siamo una piccola squadra, ma non sappiamo tutto di tutti. Ci sono le nostre piccole amicizie, le nostre preferenze anche fra noialtri. Elvira mi parla spesso di sé, ed io le confido qualche mio piccolo segreto che gli altri non sanno quando sono in vena di farlo, altrimenti resto ad ascoltarla.
Ciro sta tracciando degli scarabocchi sul terriccio sotto ai nostri piedi con un pezzo di legno. Mi fa tenerezza vederlo così, con la testa china e la schiena curva. Temo che se potessi vedere i suoi occhi, adesso, potrei notarci una qualche traccia di mestizia, o di abbattimento. A volte sono egoista nei suoi confronti. No, mi dico, non può abbandonarci proprio lui. La nostra quadra vive del suo buon umore.
Alberto sta ascoltando la lite in corso ed ogni tanto lo vedo annuire col capo, e lo fa sempre quando a parlare è Alessandro.
La litigata tra Elvira ed Alessandro trova la sua fine solo adesso che è  finalmente arrivato il pullman militare che ci porterà dritti alla nostra dimora, dove alloggeremo per i prossimi sei mesi. Ci sono altri militari a bordo. Verremo accompagnati ciascuno alla propria destinazione. Ci saliamo anche noi, uno per volta, tenendo il nostro bagaglio tra le mani. Ci sale prima Elvira, seguita da Alessandro, poi Alberto, Damiano e infine Ciro. Io sono l’ultimo, così posso vedere i miei compagni, uno per uno, salire la scaletta e sprofondare nel primo sedile libero e, guardandoli, mi ritrovo a chiedermi cosa intendono portare, tutti loro, a casa, di questa esperienza. Io… non porterò mai abbastanza.

S. Giorgino

Follia

Non immaginava, lui, la durezza
della vita – e della felicità,
ricercata eternamente
e indelebilmente disegnata sull’anima,
con abbozzi mai chiari, solamente confusi.
Di lui – la follia, e subito dopo,
poi – il vuoto e il silenzio, che coronano il capo
di un uomo forte e robusto qual è,
non di fiori ma di spine,
e lo lasciano irrequieto
seppur sempre al posto suo,
tra mura domestiche di cui non ha mai
compreso – il senso.


S. Giorgino, 21/08/2010

Ricami sull'anima

Ricami di cuore
sulla pelle, fatti di ferite
e di sangue

Ricami di vita
sull’anima, fatti di istanti
che l’hanno scalfita,
come lame taglienti.

S. Giorgino, 14/03/2010

domenica 9 gennaio 2011

NOVE GENNAIO!!!

E sono venticinque.
Venticinque anni di tutto: di lacrime, risate, amicizie vissute, amicizie andate male, amori sbocciati, amori finiti, crescita, maturità, figure di merda, delusioni, interrogazioni, esami, pensieri, lotte, domande, ricerche, paranoie, sogni, desideri, affetti.
Venticinque anni di vita.
Mia sorella mi ha dato gli auguri dicendomi "Oggi compi un quarto di secolo". Non era esattamente un dettaglio che andavo considerando. Io compio un quarto di secolo. No: non lo consideravo!
In verità non m'importa degli anni che compio, nè che sia il mio compleanno. O almeno così dico.
Non sono una che ama festeggiare. Passerò la domenica con il mio ragazzo, pranzeremo insieme come facciamo molto spesso, stasera andremo al cinema a vedere un film dopo la cena, insomma farò in modo che risulti un giorno "assolutamente normale", quale alla fine dei conti è.
Li sento proprio su di me "questi anni in più". E li sento in particolare quando mi guardo dentro (ogni giorno) e mi rendo conto che sono cambiata tanto. La mia vita - come sicuramente sarà per tutti - è un "libro" che conosco molto bene. Conosco esattamente - più o meno - le date, la storia, i momenti in cui è avvenuto un cambiamento, i punti di svolta, qualcuno di questi sicuramente sfumato nel tempo ma che riesco comunque ad inserire in un contesto temporale e spaziale. A volte penso di essere stata anche sin troppo pignola e precisa nel dispiegare la mia vita come fosse fatta non di giorni ma di pagine su di un libro. Si, la mia vita la vedo proprio come un libro, tipo quelli di storia, con date e luoghi precisi. Ma è per tutti così, mi chiedo? Tutti conoscono così perfettamente la propria storia? O c'è qualcosa che sfugge loro? Forse, è perché ho sempre avuto un diario segreto che ho seguito amorevolmente e con costanza, che mi ha sempre permesso di "leggere" la mia vita, di rispolverare eventi, ricordi, momenti; o magari è la mia mente che si mette automaticamente in linea, precisa, a seguire i dettagli. Io sono divisa in capitoli, capite? I miei venticinque anni (anzi, il mio quarto di secolo!) sono divisi in fasi.
La vita è davvero un libro con tutti i suoi capitoli?
E che libro! Dall'alto del mio quarto di secolo, riflettendo, oggi, vorrei finire dicendo proprio: quanto è bella la vita!

Sillaba immune

Non ci sono più strade
da percorrere, lontananze
da ristabilire –
c’è solo un piccolo valico,
da oltrepassare, facilmente. Un  tacito,
corporeo, che ristabilisca i sensi,
gli stati. Lasciami affiggere nel tuo cuore
una sillaba immune
dal tempo e dallo spazio –
muta come i sentimenti.
Lasciami affiggere il nostro amore
sul muro dell’esistenza.

S. Giorgino

sabato 8 gennaio 2011

Una foto a Porto Cesareo!


Porto Cesareo - S. Giorgino, 06/01/2011

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Nel centro storico di Lecce!

L'abbandono - S. Giorgino, 2010

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I punti di partenza...

Come sono lunghe e complicate le storie delle nostre vite. Sono lunghe anni, non giorni, neppure mesi, ma anni. E spesso sono matasse difficili da sbrogliare. Intrichi complicati creatisi nel tempo, nel lungo tempo che ci separa da quel punto remoto del nostro passato in cui tutto è iniziato e che puntualmente non possiamo ricordare. Quando sarà iniziato tutto, come, perché? Non sappiamo più ricordarlo. I punti di inizio spesso sfumano nel tempo.
Oggi promuovo la forza di volontà, quella che a volte manca per salvare una vita o forse renderla migliore. Non promuovo la volontà per tornare indietro sui propri passi e capire dove tutto sia iniziato (sarebbe percorso arduo, sebbene utile), ma promuovo la volontà di crearsi un nuovo "punto", presente stavolta, da cui partire. Anzi, ripartire. Un vero punto di "ri-partenza". Promuovo i punti di ri-partenza.
Il mio punto di ri-partenza, oggi, non voglio che sia diretto verso un punto di arrivo cieco, che finisce con me e non ha sviluppi se non nella mia vita.
E ci vuole una grande, enorme forza di volontà, per ripartire, più di quando si deve semplicemente... partire.

giovedì 6 gennaio 2011

mercoledì 5 gennaio 2011

Ciao 2010... in attesa di ricostruire la storia di un nuovo anno!

Il mio 2010... in poche righe.

Nei primi mesi, periodo piatto e confuso.
La ricerca disperata della vita, della risposta, della Verità.

Ho cambiato casa.
Ho trovato un'amica speciale nella nuova casa.
Troppe coincidenze nelle nostre vite; la vedevo come la mia anima gemella.
Insieme abbiamo intrapreso un percorso di vita, senza sapere, in verità, quanto l'una stesse dando all'altra.
Parole non dette, segreti nascosti, dolori non raccontati.
Mi sono iscritta in palestra, frequentandola costantemente fino all'inizio della stagione estiva, per poi non riprenderla più a settembre.
Ho conosciuto una persona speciale. Ci siamo messi insieme. 
Gli ho preparato una splendida sopresa per il giorno del suo compleanno.
La mia amica speciale conosciuta nella nuova casa si è trasferita in un altro appartamento per vivere con il suo ragazzo.
Ho pianto perché mia nipote ha pronunciato per la prima volta il mio nome.
Ho abbandonato la specialistica in lingue.
Mi sono iscritta alla facoltà di psicologia.
Ho inviato CV in giro per un nuovo lavoro, senza esito positivo.
In tutto questo, la poesia e la scrittura non mi hanno mai abbandonata.
Ho messo a punto la mia prima raccolta poetica dal titolo "Rifugi".
Ho risentito un'amica che non sentivo dallo scorso anno.
In occasione del Natale, ho fatto visita ad un'altra amica in dolce attesa.
Ho trascorso il capodanno con il mio Amore.
Un anno così, un anno collì.
Come possono cambiare le cose, in un anno.

Va' via, adesso

Bisogna che tu vada in fretta. E non dimenticare niente, ricorda di prendere tutto. La sciarpa, là sulla poltrona, non dimenticarla. Potrebbe accorgersi che ci sei stato. Sono tormentata e terrorizzata dall’idea che potrebbe accorgersene! Magari riconoscerebbe la sciarpa, l’hai indossata anche quando c’era lui? Te lo ricordi? Vedi di ricordarlo. Ne ho bisogno. Ho bisogno di questi dettagli, sono diventata paranoica. L’ultima volta che l’ho guardato negli occhi (non so neanche quando è stato) ho visto una scintilla di odio, mi odia, lo sento. Potrebbe aver capito qualcosa. Tu dici? Dici che non è come penso? Come fai a esserne così certo? Ma se lo sei tu, allora mi sento tranquilla. Sicuro che non abbia capito niente? Eppure me lo dico sempre, che non mi va, non mi va per niente di vivere con addosso quest’angoscia, e questi sensi di colpa poi, non ne parliamo! Smettila di baciarmi. Ti ho già dato tutto, tutto quello che vuoi. Ti ho dato perfino la mia anima. Sono completamente tua. E non so cosa sia successo, perché me lo chiedi? Non so perché mi sono innamorata di te. Sarà solo un pretesto per evadere dalla noia, dalla monotonia di questi pendoli appesi nelle stanze, queste stanze ingrigite, buie, cupe. Le vedi, tu, quanto sono cupe? No, infatti. Tu non puoi vederlo. Tu le vedi colorate, questo è un nido di passione per te. Ma per me è il nido dell’amore, quello che era nato tanto tempo fa e che poi si è sfumato insieme ai colori di queste pareti. Che qualcuno mi insegni, allora, a ravvivare il mio cuore. Oltre te! Oltre te non c’è nessuno che può farlo? Per ravvivare il cuore io ho bisogno soltanto di un altro uomo? Non potrei partire? Fare un viaggio? E tornare magari ancora più innamorata di lui? Ma no, tu non puoi capire! Lasciami stare! Tu pensi solo a te stesso, ad avermi tua, soltanto tua, ma intanto io non riesco più a guardarlo negli occhi! Chissà se anche lui ha un’amante. Magari una bella ragazza giovane, una ventenne, con i capelli soffici, le gambe senza la cellulite, lisce come seta. Le comprerà dei rossetti e le offrirà un sacco di cene e pranzi, perché lui è un uomo ricco e potente. Presto, fai in fretta! Potrebbe essere qui a momenti.
Oddio! Ho udito un rumore. Un rumore sordo, su per le scale. Lo senti anche tu? Dai, fa’ più in fretta che puoi. Sta salendo! Sento i suoi passi vicini, vicini. Dovresti andare, esci da qui, dalla solita porta che dà sul balcone e che conduce in giardino, verso l’uscita. Io e lui usciamo spesso su questo balcone, ogni volta che è mattino. Ci piace ammirare l’alba e toccare le gocce di rugiada sulla ringhiera. Poi a volte mi guarda negli occhi e mi dice che mi ama, e io in quel momento sto sempre lì a chiedermi se lui mi ami sul serio e, se questo è vero, come abbia fatto a conservare dentro quel fuoco che tiene acceso l’amore anche dopo tanti anni. Ciao, amore mio, ti chiamo non appena posso, ora va’, da qui, sul vialetto che conduce in giardino, verso l’uscita.

S. Giorgino, 04/06/2010
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